• 25/10/2017

Dino Buzzati e l’imbarazzante amore per Paperone

Dino Buzzati e l’imbarazzante amore per Paperone

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Sapeva bene di essere fuori rotta, Dino Buzzati. Quando, sul finire degli anni ’60, dichiarava apertamente il suo amore per la letteratura di genere. In modo particolare per i fumetti. E non era facile esporsi così, proprio per niente. Anche perché il vento del ’68 soffiava fortissimo, rabbioso. E parlava dell’obbligo intellettuale di impegnarsi. Di non star lì a cianciare di cose futili, magari gradevoli, ma pur sempre ludiche. Quello era il tempo, infatti, dell’ideologia, delle barricate per cambiare il mondo. Della critica globale alla società, al sistema.

Ma lui, Buzzati, il borghese stregato, il giornalista del “Corriere della Sera” che aveva colto di sorpresa un po’ tutti firmando un capolavoro come “Il deserto dei Tartari”, amava andare controcorrente. E allora, proprio nel 1968, quando gli arrivò dagli Oscar Mondadori la proposta di scrivere l’introduzione a un volume di storie del mondo Disney, rispose che accettava con grande gioia. Senza pensarci su due volte.
Sapeva bene, Buzzati, che colleghi e amici lo consideravano un rimbambito quando ammetteva di leggere e apprezzare le storie di Paperino. Partì proprio da lì, da quell’abitudine a sentirsi deridere, nella sua introduzione a “Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni”, il libro curato da Mario Gentilini per gli Oscar Mondadori (lire 500), che conteneva sette storie classiche degli anni ’50: da “Zio Paperone e la scavatrice” a “Zio Paperone e il tesoro delle sette città”.
Un libro, questo, che è diventato ormai introvabile. Se non in qualche libreria specializzata in fumetti dimenticati. O in qualche fiera, da Lucca Comics a Fumettipergioco di Trieste. Ma che vale la pena cercare, acquistare, leggere. Per scoprire il coraggio di uno scrittore affermato, come Buzzati, nel mettersi di traverso in un tempo in cui non era facilissimo nuotare nel senso ostinato e contrario. Fin dalle primissime righe della sua prefazione, dove affermava di considerare i fumetti “una delle più grandi invenzioni dei tempi moderni”.
Non erano scritte a caso, quelle parole. Buzzati stava lavorando da tempo a un progetto che lo avrebbe sparato dritto nel futuro, lasciando senza parole gran parte dei critici e degli amici che credevano in lui. Esattamente un anno più tardi, nel 1969, sarebbe uscito infatti il suo “Poema a fumetti”. Un capolavoro perfetto di sintesi tra il mito classico di Orfeo e Euridice, la letteratura di genere più innovativa e creativa, le nuove forme di espressione artistica come fumetto, collage, racconti fantastici, gialli e rosa. Senza dimenticare di dare un’occhiata al fotoromanzo, che in quegli anni sostituiva alle grande le future telenovela e soap opera, e alle pubblicazioni erotiche, che cercavano di trasformare la pornografia in una ricerca visiva più alta.

Proprio di recente, Mondadori ha riproposto il “Poema a fumetti”, anticipatore della moderna via narrativa alla graphic novel, nella splendida collana degli Oscar Ink (pagg. 250, euro 20). Con un ampio saggio introduttivo del più attento e appassionato studioso italiano dell’opera buzzatiana: Lorenzo Viganò. Che, tra l’altro, ha curato parecchie antologie, spesso piene di inediti, come “La nera di Dino Buzzati”, “Il panettone non bastò”, “Il Bestiario di Dino Buzzati”.

E allora non stupisce vedere un Buzzati schierato totalmente dalla parte dei fumetti. Tanto da affermare che la statura dei personaggi Disney, “umanamente parlando, non mi sembra inferiore a quella dei personaggi di Molière, o di Goldoni, o di Balzac, o di Dickens”. Perché “non si tratta di caricature, di macchiette, che reagiscono meccanicamente alle varie situazioni secondo uno schema prevedibile. Come appunto i più geniali personaggi della letteratura romanzesca e del teatro, essi sono, con tutti i loro indistruttibili difetti, creature ogni giorno e in ogni avventura un po’ diverse da se stesse; hanno insomma la variabilità, l’imprevedibilità, la mutevolezza tipiche degli esseri umani. E per questo riescono affascinanti. E universali.”.

Paperone, poi, conquistava Buzzati per “la sua eroica fermezza e inflessibilità d’avaro”. In un tempo, come quello sul finire degli anni ’60, in cui “nel nostro mondo industriale, dove tutti i ricchi sembrano vergognarsi dei loro capitali, e si allineano con la cultura di sinistra, e invitano alle loro feste coloro che proclamano apertamente la loro intenzione di spogliarli, è confortante incontrare un plutocrate che, senza pudori, ostenta lo splendore dei suoi miliardi, e se li tiene ben stretti, determinato a non farne parte con nessuno, e disprezza i poveracci che non sono stati capaci di fare quello che ha fatto lui”.
Una carogna, insomma, “un maledetto, un mostro, non c’è dubbio”. Però, per Buzzati, meglio lui, nella sua tenebrosa coerenza, che i troppi opportunisti, trasformisti, che in Italia, nel mondo, allora come ora, imparavano e imparano assai presto a cavalcare l’onda. A fingere una fasulla, studiata, partecipazione ai problemi degli altri. Quando, al contrario, non si fanno nessuno scrupolo a sfruttare, a licenziare. Magari tra una festa di beneficenza e l’altra.

<Alessandro Mezzena Lona

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