• 25/10/2017

Francesca Melandri, sguardi sull’Italia delle mille contraddizioni

Francesca Melandri, sguardi sull’Italia delle mille contraddizioni

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Francesca Melandri non scrive romanzi, e basta. No, i suoi libri sono galassie di storie. Sguardi complessi su un’Italia che si vuole raccontare a modo suo. Nascondendo accuratamente le mille contraddizioni che la contraddistinguono. Evitando di fare luce sulle sue infinite zone d’ombra. Ed è proprio lì che si fissano gli occhi della scrittrice romana. In quei passaggi laterali, in quell’intreccio di destini che possono sembrare marginali, ma che in realtà sono proprio il perno, il centro di gravità delle cose stesse.

Sceneggiatrice per molti anni, Francesca Melandri ha debuttato come scrittrice nel 2010 con un romanzo forte, originale, complesso. Sì, perché “Eva dorme”, pubblicato da Mondadori, metteva a fuoco uno dei tanti, incomprensibili punti di crisi della geografia, della politica e della società italiana: ovvero la convivenza impossibile nell’Alto Adige costretto prima ad aderire al Terzo Reich in massa, grazie allo sciagurato patto Hitler-Mussolini, e poi diviso dal Tirolo alla fine della Seconda guerra mondiale e accorpato all’Italia. Tagliato a metà, insomma, da un confine inaccettabile, esattamente come quello che ha proclamato cittadini di due Stati diversi, da un giorno all’altro, gli abitanti del Carso triestino. Due anni più tardi è uscito per Rizzoli “Più alto del mare”, finalista al Premio Campiello. Storia di una ferita che l’Italia non è mai riuscita a risanare: quella del terrorismo “rosso” e delle carceri speciali, dove i protagonisti degli anni di piombo hanno continuato la loro vita in un sorta di maledetto limbo. Esorcizzati e ignorati, confinati nell’angolo  più lontano della memoria dall’incapacità degli intellettuali e della classe politica di fare i conti a viso aperto con quel momento assai confuso della Storia nazionale.
E se in “Eva dorme” era l’amore impossibile di un carabiniere per la sorella di un terrorista altoatesino, la lontananza tra il Nord e il Sud dell’Italia, a irrobustire la storia, come l’amara sorte che toccava ai parenti dei brigatisti dava alla trama di “Più alto del mare” il sapore di un affresco dall’orizzonte largo, così nel nuovo romanzo di Francesca Melandri “Sangue giusto (Rizzoli, pagg. 527, euro 20) , il tema dell’immigrazione il tema dell’immigrazione solo in apparenza può prendersi l’intero palcoscenico del racconto.
Alla scrittrice, si sa, non interessa costruire libri governati da un teorema ferreo. E ogni storia, anche la più appassionante, si rivela in realtà soltanto una delle tessere di un mosaico più ampio. Così in “Sangue giusto” lo spunto per avviare la macchina narrativa è la suggestiva comparsa di un ragazzo dalla pelle scura sulle scale di un palazzo senza ascensore della Roma d’oggi. Dice di arrivare dall’Etiopia, dichiara un nome assai curioso: Shimeta Ietmgeta Attilaprofeti. Racconta a Ilaria, la protagonista del libro, di essere suo nipote. Dal momento che Attilio, detto Attila, Profeti, è il padre della donna. Quindi, non sarebbe nient’altro che il nonno del giovane profugo.
Ed è a questo punto che comincia il lunghissimo viaggio di Francesca Melandri per andare a ricostruire la storia dell’etiope dal sangue italiano. In apparenza, una delle tante legate al massiccio fenomeno dell’immigrazione dall’Africa verso l’Italia, l’Europa, di questi anni. Lei, però, che per scrivere questo romanzo ha impiegato cinque anni, si spinge molto più in là. Riportando in scena l’ormai rimossa “conquista di un posto al sole” che portò l’Italia fascista a seminare macerie e guai in Abissinia, diventata poi Etiopia, in Libia, in Eritrea. Dove molti soldati lasciarono figli, in fretta dimenticati, canticchiando le strofe della canzone “Nell’Africa quaggiù, se bianche non ce n’è, noi bacerem le more, noi bacerem le more”.
Seguendo le tracce del ragazzo in cerca della sua famiglia, sotto gli occhi del lettore scorrono le faide e le violenze che hanno trasformato molti Paesi dell’Africa un’invivibile prigione a cielo aperto. Ma anche le vicende dell’allegra Italia, dove dare e ricevere tangenti era prassi comune. E poi l’era berlusconiana, lo sfascio dell’Italia mascherato da rinascita, la perdita del senso di ospitalità nei confronti di chi scappa dalla tortura, dalla guerra. Un viaggio nei mali profondi del Belpaese condotto con grande equilibrio narrativo e con coraggio. Senza regalare certezze, facili illusioni, ma provando a guardare negli occhi la realtà con pacata, eppure incrollabile indignazione.
Di questo romanzo, una delle uscite importanti della stagione letteraria italiana 2017 che nel finale riserva un opportuno colpo di scena, e del suo lavoro di scrittrice Francesca Melandri parlerà giovedì 26 ottobre al Museo Santa Chiara, in Corso Verdi 18 a Gorizia, per la rassegna “Il libro alle 18.03”. Orario dell’appuntamento: le 18.03.

<Alessandro Mezzena Lona

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