• 04/12/2017

Quando i punk di Pordenone fecero infuriare i katanga

Quando i punk di Pordenone fecero infuriare i katanga

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Dovevano essere controcorrente sempre. Conquistare il mondo. Convincere se stessi che Pordenone non era una minuscola, oscura città di provincia, ma la capitale dello Stato di Naon. Una via di mezzo tra una megalopoli e la base d’atterraggio degli Ufo. Proprio per questo, i punk del Great Complotto non avevano paura di niente e di nessuno. Si sentivano supereroi, si ribellavano alla droga e alle ideologie che soffocavano gli anni ’70. Cantavano “Atoms for energy” proprio mentre tutti urlavano contro le centrali nucleari. E quando Red Ronnie propose loro di andare a suonare prima a Bologna e poi a Milano, loro si presentarono con due gruppi che, già nella scelta dei nomi, urlavano tutta la forza del loro sberleffo in faccia all’Italia. E sì, perché sul palcoscenico si presentarono i Tampax e gli Hitlerss.

A settembre del 1978, alla Festa dell’Unità di Pordenone, si era già sfiorata la rissa. Potete immaginare una band che si presenta nella roccaforte del comunismo nostrano con le svastiche cucite sui giacconi e quel nome che dava i brividi soltanto a sentirlo sussurrare: Hitlerrs. Cos’è, si chiedevano tutti, un doppio omaggio a quel pazzo criminale che aveva spinto l’Europa verso il baratro della guerra e dell’Olocausto? Oppure, ancora peggio, un infelice connubio tra Hitler e le Ss? Niente di tutto ciò. Se lo avessero chiesto al frontman della band Miss Xox, al secolo Fabio Zigante, lui avrebbe risposto con grande pacatezza: “Il nostro nome si pronuncia Hitlerss tutto attaccato, che corrisponde al plurale di Hitler: cioè uno stupido, un insieme di persone stupide, anzi ancora più stupide raddoppiando la s”. In altre parole, un invito esplicito a sentirsi in perfetta distonia con chi suonava. Per provocare, con furore situazionista e dadaista,  un sano moto di ripulsa nei confronti dei divi da palcoscenico.

Ma, in quegli anni, non c’era molto da discutere con i katanga. Così veniva chiamato il servizio d’ordine del movimento studentesco. Si sapeva che picchiavano duro, che con loro non era facile dialogare. Eppure, gli Hitlerss non si fecero pregare due volte da Red Ronnie, che allora era un popolare dj alternativo e più tardi sarebbe diventato un santone della musica formato tv: quando lì invitò a suonare alla Palazzina Liberty di Milano, loro dissero “arriviamo”. In una rassegna dove sarebbero confluiti molti altri gruppi italiani. Come andò a finire lo racconta Stefano Gilardino, scrittore e giornalista musicale, nella sua monumentale, preziosissima “Storia del punk” pubblicata da Hoepli (pagg. 349, euro 29,90).

Avvistati i punk di Pordenone, con le loro svastiche e un nome che faceva schizzare alla stelle la pressione anche al meno manesco tra loro, quelli del servizio d’ordine si misero subito sul chi vive. E sarebbe finita malissimo se in zona non ci fosse stato Glezos, voce dei Gags, che per fortuna era considerato “politicamente inattaccabile”. E che cercò di mediare, convincendo i katanga che quelli non erano nazisti, ma  adolescenti con un grande amore per le provocazioni dada. Racconta nel libro: “Entrarono questi ragazzini con le chitarre in mano e le svastiche disegnate sulle giacche. Il servizio d’ordine del concerto era lo stesso dei cortei dell’estrema sinistra e puoi immaginare le loro facce quando videro Miss Xox e gli altri. Per fortuna li conoscevo, dovetti intervenire e evitare una carneficina, ma gli Hitlerss furono obbligati a togliersi spille e svastiche dalle giacche e a cambiare momentaneamente nome in Hitss”.

Non erano certo le botte a far paura ai punk del Friuli Occidentale. Convinti che “Pordenone può essere Londra, ma Londra non può essere Pordenone”, erano partiti in quarta alla volta dell’Inghilterra “per portare aiuto ai nostri fratellini punk”. Il problema è che, intercettati con un bel po’ di dischi dove risuonava l’ingiurioso verso “Queen Elizabeth I wanna fuck you”, si ritrovarono a suonare sotto il ponte di Aklam, alla fine di Portobello Road, senza più poter contare sugli strumenti sequestrati. Ripiegarono, così, su chitarre di cartone, cavi di spago, aste di legno. Anomala attrezzatura che venne spazzata via dall’intervento decisamente rude dei poliziotti britannici. Mentre Miss Xox tentava di resistere stoicamente, sfoderando una sua inedita identità: quella del supereroe Kal El Vix. Che, in ogni caso, non riuscì a evitare a se stesso, a Ado Scaini (figlio, tra l’altro, di un dirigente comunista di Pordenone) e agli altri l’arresto.

Ma il punk, ormai, è storia. Il “No future” urlato da Johnny Rotten, il “God save the Queen” trasformato nello sberleffo sulla regina trasformata in una “moron-deficiente” da un “fascist regime”, l’apparizione devastante dei Sex Pistols all’ora del tè nel programma “Today” sul canale della Thames Television. Quando riempirono le case dei benpensanti con la loro sequela di “fuck you”. E poi i Ramones, i Clash, i Damned e tutto il contorno di un uragano musicale che sembrò durare pochissimo, ma che in realtà ha cambiato volto alla musica contemporanea. Come racconta con grandissima competenza, passione e felicità narrativa Stefano Gilardino nella sua monumentale “Storia del punk”. Ricca di episodi, informazioni, retroscena. Da leggere con gran gusto, insomma.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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