• 23/02/2018

Kraftwerk, un passo sempre avanti al futuro

Kraftwerk, un passo sempre avanti al futuro

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Gli altri immaginavano un futuro che puzzava di utopia. Amore, pace, fiori nei cannoni, un mondo da cartolina. I Kraftwerk no, loro sembravano aver già guardato negli occhi quel futuro. E, al ritorno da un viaggio tutt’altro che tranquillizzante, volevano raccontarlo in musica senza vendere illusioni. Quei lampi di domani che erano riusciti a sbirciare, dall’oblò di una misteriosa macchina del tempo, parlavano di una società in cui l’uomo avrebbe dovuto convivere con le macchine. Mutare il proprio corpo, fare spazio ai robot, gestire la solitudine anche imparando a parlare d’amore con un computer.

Già, i computer. Ma allora, negli anni ’70 prima e poi negli ’80, erano solo misteriosi oggetti da film e romanzi di fantascienza. E allora, quando il quartetto di Düsseldorf si presentò in studio a “Discoring”, la trasmissione della Rete Uno Rai condotta nel 1981 da Jocelyn, riuscì ad aprire una finestra musicale, e tecnologica, su sonorità e aggeggi che non si erano mai sentiti e visti.  Ralf Hütter e Florian Schneider, i due storici fondatori dei Kraftwerk, affiancati in quell’occasione da Wolfgang Flür e Karl Bartos, calamitarono gli occhi dei telespettatori su degli strani macchinari, che potremmo considerare dei rozzi antenati dei computer palmari. Oggetti che servivano loro per rendere più credibile scenograficamente la splendida “Computer love”, proposta in una buffa versione cantata in italiano. Brano che, molti anni dopo, il grande violinista rumeno Alexander Balanescu avrebbe trasformato sul pentagramma in un fantastico pezzo per quartetto d’archi nell’album “Possessed”.

Il futuro dei Kraftwerk abita, in parte, il nostro tempo. Ma allora, che senso può avere ascoltare oggi i loro dischi? Oppure assistere dal vivo a un concerto del quartetto di Düsseldorf, in cui è rimasto il solo Ralf Hütter della formazione originale a menare le danze, affiancato da Fritz Hilpert, Henning Schmitz e Falk Grieffenhagen? La risposta è semplice: perché la band che ha influenzato la  scena elettronica, che ha ricevuto omaggi in musica da personaggi del calibro di David Bowie e degli U2 (e anche qualche piccolo furto, ammesso solo in parte, come quello dei Coldplay in “Talk”, che assomiglia maledettamente a “Computer love”), continua a essere avanti anni luce rispetto alla scena musicale del terzo millennio.

Lo conferma un album monumentale come “3-D: The Catalogue”, in cui i Kraftwerk hanno voluto rileggere con la sensibilità musicale e l’apporitoi tecnologico di oggi la loro intera produzione discografico. Riproponendo, ad esempio, brani dalla geniale carica innovativa, anche se un po’ dimenticati, come “Franz Schubert / Europe Endless”, “Radio Stars / Uranium / Transistor/ Ohm Sweet Ohm”, accanto ai loro pezzo più famosi, amati e venduti: da “Autobahn” a una pazzesca, ritmatissima, aggiornata “Radioactivity”, preceduta da “Geiger Counter”; da “The Model” a “The Man Machine”, da “Numbers” a “It’s More Fun to Compute / Home Computer”. Per concedersi un momento di autocelebrazione con la loro super hit “The Robots”.

Ma il fatto che i Kraftwerk siano ancora anni luce avanti a noi, e a tutti quelli che fanno musica, lo dimostra anche il concerto in 3d che hanno portato giovedì sera in una freddissima Lubiana, travolta da una tempesta di neve che ha imbiancato la Slovenia. All’Hala Tivoli la band tedesca non si è accontentata di viaggiare a ritroso nel tempo per raccontare i tanti viaggi elettronici che ha regalato ai suoi fan: da quello sulle autostrade d’Europa di “Autobahn”, con il fantastico electro-jodel finale, a quello nel pericoloso mondo dell’energia atomica di “Radio Activity”; dal Trans Europe Express lanciato nella notte di un tempo che non ha mai trovato il proprio centro di gravità al racconto di una convivenza tutta da immaginare di “The Man Machine” e “The Robots”. Senza dimenticare l’incursione, piena di ardite confessioni, negli internet point di “Electric Café”, passando per l’ossessione della velocità a pedali di “Tour de France”, dietro cui si nasconde non solo la passione di Ralf Hütter per il ciclismo (che nel 1982 gli è cosata quasi la vita, per un grave incidente a cui sono seguiti sei mesi di convalescenza), ma anche una non troppo velata accusa a chi vorrebbe trasformare l’uomo in una macchina da record. Passando, ovviamente, per i pericolosi sentieri del doping chimico e tecnologico.

Per i coraggiosi fan accorsi a Lubiana, i Kraftwerk hanno allestito uno show di altissimo livello. Arricchendo la musica con filmati, effetti visivi, un uso delle luci, e di speciali tute indossate dai musicisti-uomini macchina, che hanno trasformato i quattro performer sul palco in altrettante tavolozze viventi. In modelli intercambiabili di un immaginario creatore-artista, che si diverte a giocare con la loro immagine, apparentemente statica nell’immobile corpo a corpo con il laptop, mutando gli abiti, la presenza scenica, ma soltanto in maniera virtuale.

Aprendo il concerto con l’ormai classica “Numbers”, e arrivando al traguardo dopo due ore nette di techno pop con l’ancor più classica sequenza di “Boing Boom Tscak / Techno Pop / Music Non Stop”, i profeti della moderna musica elettronica non potevano non concedersi un momento di bollente autocelebrazione. Quando, calato il buio in sala, dietro il sipario bianco si sono materializzati i loro quattro “Robots”. Gli arcifamosi manichini con la camicia rossa e la cravatta illuminata da luci a led, che sostituiscono Hütter e soci soltanto quando risuonano le note del loro brano universalmente più famoso: “The Robots”, appunto.

Ma la storia dei Kraftwerk non finisce certo qui. Perché a Lubiana, la band ha fatto assaggiare anche qualche breve passaggio di brani musicali che potrebbero rientrare in un futuro, nuovo disco. E tutti i fan sono già lì che aspettano. Senza un briciolo di nostalgia per il passato. Con gli occhi sempre rivolti al futuro.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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