• 04/04/2018

Diane Kruger, la bellezza di saper recitare

Diane Kruger, la bellezza di saper recitare

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A quindici anni era già così bella da vincere il titolo Look of the Year. E subito dopo, stilisti del calibro di Dior, Yves Saint Laurent, Giorgio Armani non ci avevano pensato su troppo per farla sfilare nella settimana della moda a Parigi. Eppure, Diane Kruger sognava di fare tutt’altro. La ballerina, per esempioi. Aveva iniziato a studiare con il Royal Ballet di Londra, prometteva bene, ma quell’avventura era durata poco anche a causa del divorzio dei genitori. E allora? Poteva sempre accontentarsi di fare la bambolina per qualche prestigiosa agenzia di pubblicità. Prestare il proprio viso, il corpo, il sorriso, in cambio di un bel pacco di soldoni.

No, non era quella la strada giusta per Diane Kruger. Perché lei, se non poteva danzare, allora sarebbe diventata una brava attrice. Non una di quelle sciacquette che sgranano gli occhioni e si passano la mano tra i capelli quando non sanno più che posa prendere. Voleva sfondare a Hollywood. Farsi un nome nel Gotha del cinema. A costo di subire l’umiliazione di essere scartata da un regista come Luc Besson, che mentre stava girando “Il quinto elemento” aveva deciso di rinunciare alla giovane promessa tedesca perché non parlava abbastanza bene il francese.

Oggi Diane Kruger dice con orgoglio di parlare perfettamente l’inglese e il francese, oltre alla sua lingua madre: il tedesco. Dal momento che è nata ad Algermissen, in Germania. Ma, soprattutto, può permettersi di conquistare in contemporanea la giuria del Festival di Cannes, che l’anno scorso le ha assegnato il Premio per la migliore interpretazione femminile, e anche quella dei Golden Globe, che ha proclamato “Oltre la notte” di Fatih Akin, regista tedesco di origine turca, miglior film straniero del 2018.

Proprio quel film, “Oltre la notte”, dimostra quanto Diane Kruger abbia creduto nella sua voglia di affermarsi come attrice. E quanto la sua indiscutibile bellezza, all’interno di una storia come quella raccontata da Fatih Akin, possa passare in secondo piano. Violentata, modificata, spesso sfumata da una storia dura e terribilmente contemporanea. Perché qui conta soprattutto la capacità di interpretare un ruolo di donna difficile e doloroso.

Si può dire senza ombra di dubbio che “Oltre la notte” si nutre degli sguardi, delle parole, della breve felicità e dell’infinito dolore di una  Katja Sekerci, bionda, bellissima ragazza tedesca, che si innamora di un affascinante uomo di origine turca e decide di sposarlo. Dentro gli spazi raggelanti di una prigione, visto che lui sta scontando una condanna per spaccio di droga. Ma quando esce, Nuri decide di cambiare completamente vita. Apre un ufficio nel quartiere turco di Amburgo, si occupa di aiutare gli immigrati a risolvere i loro problemi con lo Stato tedesco, diventa papà di un bellissimo bambino: Rocco. Cerca di farsi dimenticare da chi è convinto che se sbagli con la legge una volta, continuerai a sbagliare all’infinito.

La società multietnica, si sa, ha innescato un’onda di piena di proclami razzisti, di rivendicazioni sulla superiorità della razza bianca, di paranoie nostalgiche per un’Europa libera da immigrati. Fino ad armare la mano di gruppi di esaltati, come la cellula terroristica neonazista Nationalsozialistischer Untergrund, che nel 2004 ha seminato sangue e morte tra gli  immigrati a Colonia. Anche in “Oltre la notte”, che si ispira proprio a quell’episodio, una coppia di adoratori di Hitler decide di spazzare via l’ufficio di Nuri. Occultando un potente ordigno fatto in casa dentro il bauletto di una bicicletta lasciata in parcheggio senza che nessuno se ne accorga.

Ma quando Katja scopre che nell’attentato sono morti sua marito e il piccolo Rocco, l’immagine della ragazza che posteggiava la bicicletta le ritorna in mente. E anche il sospetto che dietro l’attentato ci sia una regia neonazista. A poco servirà il lavoro di indagine svolto dalla polizia in collaborazione con l’avvocato Danilo Fava (il bravo Denis Moschitto), che assiste la Sekerci. Perché in tribunale la tracotante sicurezza dell’avvocato che difende gli attentatori, e un pusillanime garantismo della corte giudicante, porteranno a un verdetto di assoluzione.

Ma può il dolore di una moglie, di una mamma, che ha perso in un lampo le persone che più amava fermarsi davanti ai sofismi della procedura penale?

Costruito in tre atti (La famiglia, La Giustizia, Il mare), recitato da un gruppo di signori professionisti forse non molto conosciuti dal grande pubblico (uno tra tutti: Johannes Krisch, che veste i panni dell’ambiguo, cinico, efficientissimo avvocato Haberbeck), raccontato con limpida precisione e tagliente stringatezza, “Oltre la notte” non si concede mai la tentazione di fare appello a una facile retorica. Nemmeno quando, per pochi fotogrammi appena, coglie Katja Sekerci in lacrime dentro il letto del suo bambino. Abbracciata a un peluche che non può regalarle  l’illusione di rivederlo un giorno, chissà dove, chissà quando.

Di Diane Kruger, che ha lavorato con registi come Agnieszka Holland e Jaco Von Dormael, Quentin Tarantino e Benoit Jacquot, basta dire che sa rimanere sotto lo sguardo impietoso della cinepresa dall’inizio alla fine del film. Regalando a “Oltre la notte” i sorrisi di una donna innamorata, l’urlo strozzato di chi scopre che il suo mondo s’è sgretolato senza che nessuno avvisasse, le lacrime e l’ansia di chi sa  che non sarà mai più come prima, la solitudine di chi deve affrontare i sospetti, le frasi stupida, l’innocente insensibilità degli altri davanti alla tragedia. E, in più, la forza di immaginare un futuro senza futuro. Una vita che è ormai irrimediabilmente segnata dal respiro pesante della Morte.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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