• 05/04/2018

Elisabeth Åsbrink: “Se cancelli il passato, il presente diventa illeggibile”

Elisabeth Åsbrink: “Se cancelli il passato, il presente diventa illeggibile”

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Si può scardinare il passato. Cancellare pezzi di memoria, perfino falsificare quello che è stato. Ma il risultato sarà sempre lo stesso. Ovvero, una gestione del presente confusa, miope, incapace di trovare i punti di riferimento giusti. Un navigare a vista illudendosi che i problemi di oggi non affondino le radici nel molto vicino ieri. Per questo Elisabeth Åsbrink, che per anni ha lavorato come giornalista in Svezia, s’è messa a scrivere libri. No, non i soliti romanzi. Niente che riguardi la fiction.

Elisabeth Åsbrink è quella che ha trovato il coraggio per andare a rimestare nel passato fascista e nazista del suo Paese. Portando a galla imbarazzanti verità taciute su uno dei personaggi leggendari del nostro tempo: Ingvar Kamprad, il signor Ikea. L’uomo che ha fondato non soltanto un impero commerciale, ma un nuovo modo di concepire il design, di arredare la casa, esportato in tutto il mondo. Peccato solo che questo signore, da giovane, fosse non solo un nostalgico dio Adolf Hitler, ma un fiancheggiatore e sostenitore dei più fanatici razzisti del Nord Europa.

Per rinfrescare la memoria a chi troppo ha scordato del nostro recente passato, Elisabeth Åsbrink è andata a ritroso nel tempo. Fino a mettere a fuoco un anno cruciale.: il “1947”, che racconta nel suo splendido libro tradotto da Alessandro Borini per Iperborea (pagg. 314, euro 18). Dodici mesi in cui si accavallarono l’immane esodo di ebrei verso la Palestina, e il nodo irrisolvibile della creazione dello Stato di Israele, un imbarazzante rinascita di movimenti neofascisti e neonazisti, con il Vaticano in prima fila a orchestrare la fuga di pezzi importanti del Terzo Reich verso l’America Latina, gli enigmatici avvistamenti di Ufo a Roswell. Ma anche l’imporsi di un controverso New Look nella moda grazie a Christian Dior, le misteriose epurazioni politiche nell’Unione Sovietica, l’impossibile amore americano della scrittrice francese Simone De Beauvoir. Oltre a una microstoria molto personale, che riguarda il destino del padre della scrittrice e giornalista. Un ragazzino di dieci anni, rimasto orfano di genitori in Ungheria.

Per parlare di questa e altre storie, Elisabeth Åsbrink è stata invitata a Venezia a Incroci di Civiltà, il Festival organizzato dall’Università Ca’ Foscari.

“Nel mio libro precedente, ‘Och i Wienerwald står träden kvar’, che non è stato tradotto in italiano – racconta Elisabeth Åsbrink seduta in poltrona nella hall di un albergo alla Giudecca, mentre fuori il sole combatte contro certi grossi nuvoloni scuri -, parlo della storia di un ragazzo ebreo di Vienna che scappa in Svezia per sfuggire al regime nazista. Orfano dei genitori, che sono stati assassinati, va a lavorare nelle campagne. Viene prese nella fattoria di Ingvar Kamprad, il futuro fondatore dell’Ikea. E si crea questa strana sintonia tra un rifugiato ebreo e un fascista che aveva giurato fedeltà a Per Engdahl, il capo del partito fascista svedese. Ovviamente questo mio lavoro, che è un’opera di non fiction, ha provocato molto rumore. In Svezia se n’è parlato per due anni. Ma la cosa più strana è che nessuno ricordava più la figura di Engdahl fino a quando è uscito il libro”.

Allora si è messa a investigare su di lui?

“Pensavo di scrivere una biografia su di lui. Poi mi sono imbattuta in un libro che Stieg Larsson, noto in tutto il mondo per la trilogia di Millennium, aveva dedicato agli estremisti di destra svedesi. In un paragrafo raccontava del viaggio fatto da Engdahl a Copenaghen due anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale per creare un partito nazista. Mi è sembrata subito una rivelazione pazzesca, pensando che la Danimarca era stata invasa dal Terzo Reich e portava ancora sulla propria pelle i segni di quella terribile esperienza. Il problema era, però, che lo scrittore non dava punti di riferimento più precisi, non citava le fonti”.

E allora?

“Toccava a me fare il lavoro di verifica. Prima ho cercato negli archivi danesi, poi in quelli svedesi, senza trovare niente. Allora ho deciso di prendere la raccolta di due giornali e leggere tutti i numeri usciti nel 1947. Ecco, non sono riuscita a trovare niente di più su Engdahl, però mi sono ritrovata tra le mani questa messe pazzesca di informazioni su uno degli anni cruciali della nostra storia recente. Un periodo in cui tutte le cose stavano prendendo forma. Un periodo in cui il passato non era ancora passato. Così ho deciso di scrivere un libro sugli intrecci del 1947”.

Il signor Ikea, allora, da giovane era un fervente nazista?

“Il movimento fascista, in Svezia, era fortemente antisemita. Per questo appariva molto strana l’amicizia tra il signor Ikea e il rifugiato ebreo. Ho intervistato Kamprad, sono riuscita a leggere documenti di Servizi segreti svedesi che nessuno ha mai visto, da cui ho potuto avere la conferma che non solo lui era un membro del movimento fascista svedese, ma anche un sostenitore del partito nazista che si chiamava Sss. I poliziotti lo spiavano, leggevano la sua corrispondenza, perché lui, che allora aveva 17 anni, aveva il compito di reclutare nuove persone da far entrare nel gruppo”.

Qual era il sogno di questi nostalgici del fascismo e del nazismo?
“L’Italia era molto importante per Engdahl, anche perché lui ammirava Benito Mussolini. Infatti, il movimento di Malmö si ispirava in maniera evidente alla figura e al pensiero del Duce. Insieme a Oswald Mosley, il capo dei fascisti britannici, sognava di prendere il modello mussoliniano per creare un’Europa tutta di pelle bianca. Senza ebrei, senza neri, senza democrazia, guidata da un leader forte. Se pensiamo, sono gli stessi ideali professati da Andres Breivik, l’assassino neonazista che nel 2011 ha seminato sangue e morte in Norvegia”.

Nel 1947 è nato anche il negazionismo?

“Engdhal era molto amico di Maurice Bardèche, lo scrittore e filosofo francese ex collaborazionista dei tedeschi, che nel 1947 ha posto le basi del concetto che la Shoah fosse una menzogna storica. A legarli era, in più, una grande passione per la poesia, anche se devo dire che Engdahl era davvero un pessimo scrittore di versi. Però capiva molto bene il valore e la forza delle parole e si rendeva conto che, dopo l’Olocausto, non si poteva più parlare di razza. Così, aveva creato una nuova strategia: parlava di culture diverse. Come facciamo ancora oggi, quando diciamo, per esempio, che la cultura occidentale cristiana non si può mescolare con quella musulmana”.

Un’ottima strategia per evitare di essere tacciati di razzismo?

“Assolutamente vero. Infatti Bardèche si era innamorato molto di questo nuovo modo di porre il problema della razza. Perché aveva capito che, così, risultava più facile mascherarsi senza cambiare di una virgola il proprio pensiero”.

In quell’anno ha preso forma anche l’idea di uno Stato ebraico in Palestina. Tutti i guai sono iniziati, e continuano ancora, dal fatto che le grandi potenze non hanno mai assunto una posizione chiara?

“Fino all’ultimo momento nessuno era convinto che sarebbe sorto uno Stato ebraico in Palestina. E la cosa che più mi ha colpito è che molte voci nel mondo arabo erano favorevoli all’idea. Però, in quel momento, il loro punto di riferimento era il Gran Muftì di Gerusalemme, che non aveva mai fatto mistero delle sue simpatie naziste. E non era affatto d’accordo di permettere che gli ebrei in fuga dall’Europa si stabilissero lì”.

Anche il ruolo della Gran Bretagna è stato molto ambiguo?

“Londra aveva sempre gestito l’area palestinese secondo il vecchio motto del divide et impera. Ma nel 1947 voleva tirarsi fuori da quella situazione così complicata. Gli arabi insistevano perché l’Impero Britannico facesse pesare la propria autorevolezza sul Medio Oriente, mentre Londra ormai stava abbandonando il sogno di controllare molte zone del mondo”.

Non ha dimenticato, nel suo libro, il mistero alieno di Roswell. Perché?

“Non volevo che, leggendo il libro, si pensasse a un 1947 teatro solo di episodi bui e tragici. Così mi sono occupata di Christian Dior. E anche degli Ufo, dell’avvistamento più clamoroso a Roswell nel 1947. Perché mi sono resa conto, navigando in rete, che un gran numero di siti ne parla ancora”.

Difficile fare i giornalisti in Svezia?

“Non lavoro più come giornalista. E so bene che in Italia, ma non solo qui, la carta stampata sta attraversando un momento molto difficile. Da noi, al Nord, c’è ancora una grande passione per l’informazione e per la politica. Vero è che, da quando ho cominciato a scrivere i miei libri, ho capito che la gente ha una grande voglia di approfondimento. Di conoscere le cose molto più nei dettagli. Per questo mi sono dedicato con convinzione a una narrazione meno frammentata, più pensata e documentata”.

Tra tante storie, la più difficile da raccontare era quella di suo padre?

“Ho deciso molti tardi di parlare di mio padre, delle mie origini, in questo libro. Poi, leggendo tutte le cose successe in Europa nel 1947, le città distrutte, le campagne devastate, le centinaia di migliaia di persone in fuga che non potevano o non volevano ritornare a casa, mi sono resa conti che ci siamo dimenticati troppo in fretta di tutto questo. E allora, ho iniziato a ricostruire la storia di mio padre, orfano ungherese di dieci anni. Perché ho capito che da lì derivava anche la mia storia”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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