• 09/05/2018

Brian Eno, musica per anime geometriche

Brian Eno, musica per anime geometriche

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Dicono che non sapesse suonare uno strumento, che fosse uno, Brian Peter George St. John de la Salle Eno. Ma quando si presentò alla corte di quel talentaccio del canto che è Brian Ferry, i Roxy Music capirono subito che il bizzarro studente del Winchester College of Art aveva talento da vendere. E un’anima visionaria. Tanto per dire, si era messo a sperimentare suoni con un registratore Revox. Poi, il sassofonista Andy Mackay, che già insegnava musica all’Holland Park Comprehensive, gli aveva dato in prestito il suo sintetizzatore VCS3. Una manna, per un tipetto come Brian Eno. Basta andarsi a riascoltare il disturbante, innovativo e straordinario tappeto elettronico che sta alla base di pezzi come “Re-make/Re-model”, “Ladytron, “Virginia plain”, “Would you believe?”, nell’omonimo primo album della band. Quello con la ballerina su sfondo bianco in copertina, tanto per intenderci. Assaggi di futuro mai invecchiati, da quel lontano 1972.

Oggi, Brian Eno è diventato un totem. Sembra non abbia più niente da regalare ai suoi ascoltatori. Visto che, in oltre quarant’anni di carriera, ha esplorato tutte le vie musicali possibili. Basterebbe ricordare che, dopo la parentesi Roxy Music, ha preso saldamente in mano le redini della sperimentazione partendo da “No Pussyfooting” in coppia con Robert Fripp; ha reinventato il pop con Robert Wyatt e Phil Manzanera in “Taking tiger mountain (by strategy)”; ha sfondato il muro che separava le arti visive dalla musica, e dalla vita reale, con il monumentale progetto “Music for airports”. Fino a immergersi nelle potenzialità creative infinite del mondo digitale elaborando galassiue di suoni alla portata di tutti con le applicazioni Bloom, Scape e Reflection.

Ma, si sa, Brian Eno non riesce proprio a fermarsi. E quando un’idea ha preso forma, lui ne sta già inseguendo un’altra. Prova ne sia che, da pochissimi giorni, ha regalato ai suoi instancabili ascoltatori un lavoro monumentale. Quattro album, pubblicati da Opal Music, sotto il titolo “Music for installations”. Un viaggio sonoro che dura 5 ore e 25 minuti e si fa ascoltare come una lunghissima sinfonia fatta di suoni sintetici. Una discesa precipitosa tra le oscure pulsioni del comporre musica e un’altrettanto veloce risalita verso la luminosità più splendente di quella che qualcuno si ostina a chiamare ambient music.

Inutile dire che l’ascolto di “Music for installations” non è consigliato a chi vede la musica come un sottofondo per quando cucina gli spaghetti, stira le camicie o rimette a posto casa, magari stanando la sporcizia con l’aspirapolvere. No, Brian Eno richiede la stessa attenzione, e il medesimo rispetto, che si dedica alla musica da camera. Basta partire dalle prime note di “Kazakhstan”, presentata al padiglione britannico di Expo Astana 2017, per capire quanta concentrazione e partecipazione richiedano queste composizioni. È l’energia del futuro il punto di riferimento di questo brano di venti minuti, dove il suono a tratti sembra sgocciolare con una tecnica sonora che può ricordare il pittorico dripping di Jackson Pollock.

E se “The ritan bells” propone quella personale via d’incontro che Brian Eno ha elaborato tra la musica di ricerca elettronica e le suggestioni profonde che si possono ricavare dal risuonare delle campane tibetane, “Five lights paintings” e “77 million paintings”, costruiscono stanze immaginarie dove le note assomigliano a un’onda che cresce e cala. A un incontrarsi, allontanarsi, fondersi e distaccarsi di frammenti sonori simili a schegge di luce, di colore. Dalla perfezione geometrica.

Brian Eno, da anni ormai, non smette di immaginare opere visive, forme essenziali rivestite di luce e colore, che ha portato a Venezia ed a Pechino. Micromondi dove lo sguardo è libero di vagare tra le forme in movimento, accompagnando quel viaggio sensoriale con le suggestioni spaziali della musica. “Atmospheric Lightness”, che risale al finire degli anni Novanta, sembra la colonna sonora perfetta per un viaggio oltre i confini del corpo. Il suono avanza lento, suadente, senza la fretta di arrivare a una conclusione melodica. Fa pensare a un incontro di meditazione ai confini dell’universo, con la partecipazione di creature umane e non provenienti dagli angoli più nascosti di galassie senza nome. Tutti a gambe incrociate con gli occhi chiusi e il volto illuminato da un debole chiarore.

C’è luce e oscurità nella “Music for installations”. C’è il respiro del futuro e il ricordo del passato, perfettamente in equilibrio. Tutta l’ultima parte di quest’opera monumentale, che affianca composizioni più vecchie ad altre più recente, parecchie delle quali fino ad ora inedite, viaggia dentro ambienti sonori claustrofobici, eppure capace di aprirsi all’improvviso su visioni mozzafiato. Come soltanto alcune opere d’arte futuribili, alcuni ispirati film di fantascienza sanno fare. Ma quello che non si può non sottolineare è che Brian Eno dimostra quanti mondi abitati esistano all’interno della musica. Quante sperimentali, eppure limpide suggestioni trovino combinazione nell’uso delle macchine al servizio del suono.

Perché non c’è una barriera che separi creatività e concretezza. Umano e post-umano. Ascoltare la chitarra che risuona nel vuoto sonoro di “New moons” è come immaginare un dialogo alla pari tra un terrestre e un alieno, fatto di linguaggi diversi solo in apparenza.

L’anima della musica, grazie a Brian Eco, oggi la possiamo cercare anche dentro un cervello elettronico. In una macchina splendente e fredda. In future installazioni fatte di suoni geometrici, che arrivano da distanze siderali. Ma che portano, dentro di sé, la forza incandescente delle emozioni.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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