• 07/08/2018

Davide Orecchio: “Sì, faccio la rivoluzione scrivendo”

Davide Orecchio: “Sì, faccio la rivoluzione scrivendo”

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Sembrano mummie, a guardarle da lontano. Relitti di un tempo ormai morto e sepolto. Eppure, i protagonisti dell’epopea comunista, del sogno rivoluzionario, portano dentro di sé il seme dei personaggi letterari. Che possono far germogliare fantastiche storie ucroniche. Finali alternativi, traiettorie possibili. Cortocircuiti sospesi tra la Storia e la Letteratura

Capita proprio questo in uno dei libri più originali, coraggiosi e affascinanti uscito nella passata stagione editoriale. ed entrato a furor di popolo nella cinquina dei finalisti del Campiello. “Mio padre la rivoluzione” (minimum fax, pagg. 316, euro 18) è l’opera terza dello scrittore romano Davide Orecchio, dopo “Sei biografie infedeli” e “Stati di grazia”. Sabato 15 settembre si giocherà la vittoria al Teatro La Fenice di Venezia nella serata finale del Premio voluto e organizzato dagli industriali del Veneto.

È il 1956 l’anno in cui si muove un Lev Trockijj che non è morto assassinato, in “Mio padre la rivoluzione”. E che, ragionando sui sogni, le aspettative, gli ambiziosi progetti dei giovani comunisti che diedero forma alla Rivoluzione d’Ottobre nel 1917, si trova a fare i conti in Ungheria con la sanguinaria restaurazione del potere più osservante e brutale. Da lì inizia un viaggio nella Storia, e nelle storie, che porterà a comprendere le sussultorie mutazione del comunismo, passando attraverso le esperienze e gli sguardi di personaggi dimenticati dal tempo. Ma anche di poeti famosi come Gianni Rodari, chiamato nell’Urss a raccontare in un reportage per “Paese Sera” i cent’anni dalla nascita di Lenin.

A un certo punto, in questo magma di scrittura che riesce a far convivere invenzione e documentazione, intelligenti escamotage narrativi e precisi riferimenti a fonti d’archivio, spunta anche un Fred Zimmerman che non diventerà mai il popolare poeta delle sette note Bob Dylan, musicista assurto al Premio Nobel. Anche se scriverà bellissime canzoni rivoluzionarie

Con grande intelligenza, lo staff di minimum fax ha deciso di porre, in piccolo, sotto il titolo “Mio padre la rivoluzione” una piccola dicitura: “storie”. Che racconta già tanto di quello che non è un romanzo, né un saggio, e tantomeno una raccolta di racconti intesa nel senso tradizionale del termine. Perché Davide Orecchio ha avuto il coraggio di lasciarsi possedere, mentre scriveva, da un impasto linguistico-narrativo dal forte sapore della sperimentazione. Che apre strade interessanti a una ripensata forma romanzo.

“Abbiamo discusso parecchio con l’editore su quale fosse la definizione più appropriata per questo libro – racconta Davide Orecchio -. Qualcuno pensava fosse giusto mettere la parola romanzo. Non mi convinceva. Nemmeno quella di racconti. Perché trovavo che fosse un’indicazione fuorviante per il lettore si troverà ad acquistare il mio lavoro. Storie mi sembrava la definizione più esatta per quello che scrivo io. Coerente con il suo essere invenzione, anche in una forma abbastanza breve, visto che ‘Mio padre la rivoluzione’ è strutturato in capitoli diciamo narrativi, ma è anche documentazione, rapporto con la Storia,  citazione di una miriade di fonti. Senza dimenticare la restituzione di storie vere”.

Che non sono poche?

“No, ce ne sono parecchie. Io, per esempio, non ho inventato la storia del sindacalista Abraham Plotkin. Anche perché, in questo caso, ho attinto al diario di una persona realmente esistita. Quindi non potevo definirlo racconto, perché si tratta proprio di una storia. Che, poi, ci siano gli aspetti di ucronia nel mio libro, di storia alternativa, è altrettanto vero”.

Per esempio, Lev Trockij non è morto…

“No, io immagino che nel 1956, quando l’Unione Sovietica decide di invadere l’Ungheria, lui sia ancora vivo. mentre sappiamo che è stato assassinato il 21 agosto del 1940”.

I numeri pari le portano fortuna: ha pubblicato i primi due libri nel 2012 e nel 2014. E nel 2018 è entrato in finale al Campiello.

“Sui numeri potremmo perdere ore. Sono molto affascinato, e anche spaventato, dalle combinazioni che puoi ottenere mettendo insieme le cifre della temporalità. Il mio libro doveva uscire per forza nel 2017, perché si celebrava il centenario della Rivoluzione d’Ottobre”.

Il divenire e, poi, l’inabissarsi dell’utopia comunista: perché le interessa così tanto?

“Per vari motivi. Prima di tutta, la mia formazione è da storico. Quindi continuo ad aggiornarmi, a tenermi informato. E poi, c’è un interesse personale. Perché questa tradizione politica, nella sua declinazione italiana, ha fatto parte della storia della mia famiglia. L’ho conosciuta, ho vissuto da vicino anche la sua fine, che nel nostro Paese è stata uno spegnersi molto deprimente. Mentre altrove, nei regimi comunisti, ha assunto le forme di un crepuscolo molto più eclatante”.

Non a caso il libro si muove nel 1956, un anno drammatico per il mondo comunista?

“Ho voluto fare una sorta di cortocircuito storico tra il 1956, l’anno dell’invasione sovietica dell’Ungheria, e il 1917, in cui la Russia venne travolta dalla Rivoluzione d’Ottobre. E lo faccio attraverso i pensieri di Lev Trockij, i suoi ricordi. Ovviamente, non ho messo a confronto a caso queste due date. Perché il ’56 poteva essere un anno rivoluzionario esattamente come il ’17, mentre poi finì in restaurazione”!.

Provocò un terremoto nella galassia comunista?

“Infatti, non ebbe forti ripercussioni soltanto sui russi e sugli altri popoli di quello che era il Patto di Varsavia. Ma provocò forti crisi di coscienza non tanto tra gli operai, ma soprattutto tra gli intellettuali comunisti. Basterebbe ricordare che proprio nel 1956 uscì dal Pci uno degli scrittori italiani più bravi e ammirati: Italo Calvino. E insieme a lui tanti altri”.

Due destini incrociati, Lev Trockij e Bob Dylan: come mai?

“Ho voluto giocare con questi due personaggi. Soprattutto con Robert Zimmerman, che non diventerà Bob Dylan, ma comporrà bellissime canzoni rivoluzionarie come ‘The end of dreams’. In realtà, lo spunto è arrivato dal fatto che c’è una genealogia comune tra loro: il rivoluzionario era figlio di ebrei ucraini, il cantautore nipote. Nella famiglia di Zimmerman, poi, diventerà esilio e riappropriazione di altre radici in America. Per Trockij, invece, una spinta rivoluzionaria per cambiare il Paese in cui vive”.

La storia di Gianni Rodari che racconta la fanciullezza di Lenin da dove salta fuori?

“Ho trovato i suoi quattro reportage per il quotidiano ‘Paese Sera’ in emeroteca. e mi sembrava interessante soprattutto raccontare come dall’Urss arrivasse la richiesta esplicita di inviare scrittori, intellettuali italiani per celebrare il centenario della nascita di Lenin. L’opuscolo era inviato direttamente dal Pcus al Pci e forniva istruzioni precise. Gli articoli dimostrano molto bene come fossero cambiati i comunisti italiani dopo il 1956”.

In che senso?

“Rodari sceglie di andare sui luoghi della fanciullezza di Lenin, nel 1969. Decide di raccontare il tempo di quand’era bambino, insomma, non certo di celebrare il rivoluzionario. Un bellissimo reportage quello del poeta e autore di celebri favole, che dimostra come lo scrittore preferisse restare nell’ombra rispetto all’ortodossia comunista”.

Perché fare di Stalin e Hitler un personaggio unico: Iosif Adolf Vissarionovič?

“Ho preso spunto dalla comparazione dei due totalitarismi negli anni ’30. Il comunismo nella sua versione più feroce e l’ascesa violenta del nazismo. Non intendevo oscurare le differenze tra i due regimi, mi interessava di più mostrare tutta la negatività di due mondi così spietati e violenti”.

Inserendo nel libro diverse edizioni del “Breve corso di storia del Partito comunista dell’Urss” ha scritto dei vangeli apocrifi del Verbo rivoluzionario?

“In 70 anni di storia del comunismo le versioni sono cambiate di continuo. I santi sono diventati diavoli. I personaggi che occupavano pagine e pagine dei libri agiografici sono scomparsi. È stato tutto un succedersi di ascese e declini, idee, indicazioni pragmatiche, politiche, ideali messi di continuo in discussione. Spesso falsificando la memoria pur di far quadrare il cerchio. Le mie varie edizioni del ‘Breve corso’ sono uno stratagemma narrativo per raccontare questo mondo in continua e pericolosa evoluzione”.

Avrebbe mai immaginato che il suo libro sarebbe andato in finale al Campiello?

“Non ci pensavo proprio. Mentre lo scrivevo, ero convinto che avrebbe raccolto pochi lettori molto interessati all’argomento. Devo dire che sono rimasto stupito e, ovviamente, felicissimo. Anche perché, così, sono riuscito a ottenere un’attenzione insperata. Spero che sia piaciuto il tentativo di rinnovare il lavoro della narrazione”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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