• 08/08/2018

Helena Janeczek: “La Storia è fatta di storie, è piena di voci”

Helena Janeczek: “La Storia è fatta di storie, è piena di voci”

738 462 alemezlo
“Sono fiduciosa, non succederà”. Helena Janeczek liquida con una battuta l’ipotesi di rompere l’incantesimo, di andare contro la storio del Premio Strega e del Campiello. Visto che nessun autore è mai riuscito a vincerli entrambi nello stesso anno. E che proprio lei, la scrittrice nata a Monaco di Baviera in Germania da una famiglia di ebrei originari della Polonia, potrebbe essere la prima. “Non ci penso neanche perché so che non andrà così”, spiega con voce tranquilla. “E poi, è stato già abbastanza complicato e faticoso riuscire a gestire tutti gli impegni che mi ha portato il fatto di essere entrata nella cinquina di finalisti di entrambi i premi”.

Che Helena Janeczek,  in Italia dal 1983 dove si è laureata e ha iniziato a pubblicare i primi romanzi (dallo splendido “Lezioni di tenebra” a “Le rondini di Montecassino”), ce la faccia a conquistare in questo 2018 sia Il Premio Strega, che ha vinto a inizio luglio, che il Campiello, nella finale di sabato 15 settembre al Teatro La Fenice di Venezia, forse non importa più di tanto. Quello che conta, invece, è che il suo romanzo “La ragazza con la Leica” (Guanda, pagg. 335, euro 18) è stato acclamato dai critici e dai lettori come uno dei migliori romanzi usciti in questa stagione letteraria.

Seguendo le tracce perdute di Gerda Taro, la prima fotografa morta su un campo di battaglia nella Guerra civile spagnola, Helena Janeczek ha saputo costruire un romanzo che si nutre di voci e immagini, di scenari storici e privatissimi intrecci di sentimenti. Soprattutto, la scrittrice, che ha debuttato in Germania  nel 1989 con una raccolta di versi, è riuscita a portare dentro il perimetro luminoso della sua “Ragazza con la Leica” una figura di donna viva, piena di idee e di energia, capace di lasciare un segno forte dentro le persone che percorrevano un pezzo di strada insieme a lei. Resistendo alla tentazione, normale in ogni narratore, di far diventare la fotografa un personaggio subalterno del ben più famoso Robert Capa. Quell’ungherese Endre Friedman che, nascondendo le sue vere origini e mascherandosi da avventuroso fotografo americano arrivato a Parigi per lavorare in Europa,  la amò fino alla sua tragica fine.

Nella “Ragazza con la Leica”, la figura di Gerda riprende vita non solo grazie ad alcune splendide e significative fotografie. ma anche grazie alle voci, ai ricordi, ai racconti di tre amici che hanno accompagnato il suo veloce volo nel divenire della vita: Willy Chardack, Ruth Cerf e Georg Kuritzkes. Sono loro a uscire dalla fredda precisione dei documenti d’archivio, dei testi che stanno lì a testimoniare l’esistenza della Taro per ridare fiato, calore, sogni e parole a una ragazza morta a 27 anni il 26 luglio del 1937 a Brunete, in Spagna, schiacciata da un carro armato in un rocambolesco incidente, mentre attorno imperversava la guerra.

“Da tempo provavo grande interesse e curiosità per la figura di Gerda Taro – spiega Helena Janeczek -. Però mi sono resa conto presto che, per parlare di una fotografa, di una donna che si era espressa con le immagini, seppure per un periodo breve, scrivere non sarebbe stato sufficiente. Serviva che fosse lei a dare il segnale d’avvio del libro. E come potevo farlo se non spingendo me stessa, e poi anche i lettori, a puntare lo sguardo proprio su una delle sue foto”.

Quanto difficile è stato rimettere assieme i diversi momenti della vita di Gerda Taro?

“C’è una biografia senza la quale credo sarebbe naufragato presto il mio desiderio di raccontare questa figura. Fino a qualche tempo fa era ancora in circolazione la traduzione italiana del libro di Irme Schaber ‘Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella Guerra civile spagnola’, pubblicato da DeriveApprodi. E lì si trovano molte interviste fatte alle persone, parenti, amici, che potevano dare ancora testimonianze su di lei. Eppure, ancora non mi bastava”.

Perché?

“Avevo deciso di trasformare tre di queste persone, che hanno raccontato Gerda nel libro di Irme Scabe, in altrettante voci narranti. Quindi mi sono messa a fare altre ricerche su Ruth Cerf, l’amica di Lipsia con cui la fotografa aveva condiviso gli anni più difficili a Parigi dopo la fuga dalla Germania. E poi Georg Kuritzkes, impegnato a combattere nelle Brigate Internazionali, e Willy Chardack, che si era accontentato di vivere nell’ombra di Gerda sapendo che lei amava un altro. E non mi bastava ancora. Così mi sono messa ad approfondire i momenti storici vissuti dalla fotografa e anche i luoghi da lei attraversati”.

Dopo tanto documentarsi, è entrata in campo la scrittrice?

“In realtà, ho cercato di stare molto vicina alle fonti. Inventando poco, rispettando anche la cronologia dei fatti. A volte dico che mi sono comportata come certi lettori delle riviste enigmistiche che si divertono a completare quegli schemi intitolati ‘Unisci i puntini’. In pratica, bisogna tirare una riga da un segno all’altro, fino a quando sotto gli occhi si forma un’immagine. Ecco, credo che uno storico abbia una quantità enorme di puntini da unire nel suo orizzonte. Il narratore è più libero, perché può coprire con l’immaginazione certi vuoti d’informazione”.

Dove l’immaginazione è riuscita a correre più libera?

“Subito all’inizio del libro. Quando immagino una telefonata, molto verosimile, che avviene nel 1960 tra Willy Chardack e Georg Kuritzkes, entrambi grandi amici e innamorati di Gerda, che forniscono al lettore informazioni importanti sulla fotografa. Oppure il fatto che la sua amica Ruth Cerf venga a sapere dell’arresto e del periodo trascorso in prigione dalla Taro dopo essere stata sorpresa con gli amici in un parco di Lipsia, dove erano soliti andare perché era vicino alle rispettive abitazioni. Fatti documentati, accaduti realmente, ma che io inserisco in un contesto narrativo”.

La fantasia aiuta a stabilire una prospettiva soggettiva?

“Il lavoro del romanziere è proprio quello. Con certe prospettive si può inventare una soggettività dei personaggi. Dentro la quale, a sua volta, si riflette la soggettività del personaggio principale, del soggetto del racconto: Gerda Taro“.

Mai sentito l’incombere di un’ombra così ingombrante come quella di Robert Capa?

“Certo, ma ho cercato di evitare che il più famoso Capa finisse per offuscare Gerda. Non solo perché mi interessava dare più spazio a lei che a lui, ma soprattutto perché Robert è un personaggio molto difficile da raccontare. Dal momento in cui lui e la Taro si reinventano nella storia del ricco americano che fa il fotografo per il gusto dell’avventura, mettendo in ombra il loro passato trascorso rispettivamente in Ungheria e in Germania, vendendo una storia che sta a metà tra quelle scritte da Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald, Capa rimane a cavallo tra realtà e finzione anche in maniera tragica. Quindi diventa molto complicato provare a costruire attorno a lui qualcosa di narrativo”.

Come reagì Capa alla morte della Taro?

“Rimase ferito a morte dalla sua tragica scomparsa. Lui era più giovane di tre anni di Gerda e io sono riuscita a raccontarlo proprio in quell’intervallo di tempo della sua vita”.

“Lezioni di tenebra”, “Le rondini di Montecassino” e adesso “La ragazza con la Leica”: storie diverse che camminano nella stessa direzione?

“In tutti questi libri c’è la volontà di misurarsi con la Storia attraverso le persone. Cioè, restringendo lo sguardo alla memoria personale. Perché io sento il bisogno di raccontare le esperienze legate a fatti epocali, spesso tragici, con una visione soggettiva. Già in ‘Lezioni di tenebra’, libro autobiografico, dove entra in campo la storia personalissima della madre, le voci che danno corpo al racconto sono due, come saranno tre nella ‘Ragazza con la Leica’. La Storia, per me, è fatta di voci”.

Ha debuttato da scrittrice in un’altra lingua. Difficile, poi, passare all’italiano?

“Ho iniziato da un libro di poesie, ‘Ins Freie: Gedichte’ pubblicato nel 1989 da una casa editrice prestigiosa come Suhrkampo. Avevo 25 anni. Scrivere in italiano, più che una scelta, è stata un’opportunità che si è realizzata da sola. Io sono cresciuta nel segno di una forma strana di bilinguismo. Perché in Italia ci venivo da quando non sapevo ancora camminare. Tutte le estati, tutti i compleanni li ho trascorsi qui. Avevo un sacco di amici di famiglia, e anche miei, che mi parlavano in italiano. Poi, dopo la fine del liceo, mi sono trasferita definitivamente in Italia. E già allora parlavo e scrivevo un italiano non perfetto, ma buono”.

Poi ha cominciato a usarlo come lingua scritta?

“Prima di tutto per la tesi di laurea. Poi cominciando a scrivere delle pagine per me stessa. Soprattutto raccontando episodi che volevo condividere con gli amici. E ‘Lezioni di tenebra’, che parla di mondi lontani dall’Italia, nasce proprio da questo lavoro di scrittura personale, che non aveva ancora alcuna velleità letteraria. Mentre con la poesia pensavo di poter rimanere per sempre dentro una sorta di bolla linguistica, che non doveva vivere in osmosi con il mondo attorno a me, per la narrativa mi serviva un strumento espressivo. L’ho trovato nella lingua italiana”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

Subscribe to our newsletter