• 03/11/2018

Irene Di Caccamo, quanta poesia nei tormenti di Anne

Irene Di Caccamo, quanta poesia nei tormenti di Anne

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Forse la poesia, per Anne Sexton, era solo un meraviglioso, doloroso pretesto. Una via per trovare le parole che dicessero il tormento del corpo. Il richiamo sempre scandaloso del sesso. La voglia di essere se stessa al di là delle regole, delle inibizioni, delle catene con cui suo padre e sua madre, il marito, le due figlie, la tenevano prigioniera.

O, forse, era un modo per raccontare davvero l’altra parte di se stessa. Quella che parlava da dietro la maschera. Quella che, per gran parte della sua vita, aveva trovato il coraggio di raccontare le molestie del padre soltanto dopo un lungo lavoro di messa a fuoco del proprio passato. La donna, insomma, che aveva bisogno delle parole, delle rime, dell’invenzioni che si nutrivano del sangue e delle lacrime, delle inquietudini e delle stranezze di Anne Sexton, per affermare la necessità di farsi ascoltare. Tanto da affermare: bisogna che io sia viva, e lo sono solo se scrivo.

Ma come si fa, allora, a raccontare una scrittrice così brava e ammirata da conquistare il Premio Pulitzer? Come si può sovrapporre la propria voce a quella di chi già con le parole ha scandagliato i territori bui del proprio cuore e della mente? Le inconfessabili ombre del desiderio e del sogno? L’amore complicato per la vita, e il richiamo disperato della morte, che un disturbo bipolare ingigantito dall’uso massiccio di alcol e psicofarmaci ha finito per spingere Anne Sexton verso un suicidio più volte tentato senza successo. Verso una fine solitaria e terribile, avvenuta il 4 ottobre del 1974. Quando la poetessa, ormai separata dal marito e lontana dalla figlie, decise di scendere nel garage della casa a Weston e inalare i gas prodotti dal motore acceso della macchina. Per mettere fine, a 46 anni, a un’esistenza tormentata. Oltre un decennio dopo la sua amica, e qualcuno suggerisce anche amante, Sylvia Plath.

C’è un solo modo: ovvero, costruire un ritratto di Anne Sexton che sia, al tempo stesso, reale e immaginario. Che rispetti, insomma, molti elementi inconfutabili della sua vita, ma che altrettanti li sappia modificare. Li distorca, li porti a piegarsi a un’esigenza narrativa che non corrisponde mai alla precisione saggistica, biografica. Ed è proprio questa la direzione imboccata da Irene Di Caccamo, romana, doppiatrice e dialoghista di professione, che con il romanzo “L’amore imperfetto” ha vinto il Premio Rapallo Carige Opera Prima. Ovvero, un tradimento messo a punto con grande amore. Perché si capisce benissimo che dietro “Dio nella macchina da scrivere”, pubblicato da La nave di Teseo (pagg. 266, euro 18) c’è, prima di tutto, un grande amore, una conoscenza minuziosa e appassionata, una sensibilità e un rispetto davvero ammirevoli per le opere e per la vita dell’autrice nata a Newton il 9 novembre del 1928.

E allora, la Sexton diventa semplicemente Anne, nelle pagine scritte con empatia e particolare attenzione per le parole da Irene Di Caccamo. Un’anima che scopre molto presto di non saper accettare le regole strette imposte dalla sua agiata famiglia. Uno spirito ribelle, ma intimamente affamato d’amore, che non sa che farsene di un’ educazione formale e ipocrita fornita, nell’ambito della middle-class di Weston, Massachusetts, da un padre industriale di successo, con il vizio pesante dell’alcol, e da una madre che rinuncerà alle sue aspirazioni letterarie per non tradire il suo ruolo di “regina della casa” affidatole all’interno di quella casa così poco intrisa di amore e comprensione. Eppure rigidamente osservante delle regole del vivere civile. Comprese le rigidissime ispezioni corporali che la giovane Anne doveva subire per dimostrare di essere davvero pulita. Fuori e dentro.

Aggrappata alle parole dei suoi versi, al rapporto con psichiatri e psicoanalisti che mai le avrebbero regalato un briciolo di serenità, al furioso alternarsi di amici e amanti, di ammiratori e  dispensatori di un po’ di erotico godimento, la vita di Anne fluisce come l’alternarsi pigro delle onde idi un mare in quiete solo apparente. Dove il desiderio di una vita che abbia un significato forte, di un amore che non si schianti contro il muro di troppo futili difficoltà, di un rapporto con la scrittura perturbante e totale, ma anche consolatorio e indispensabile, fanno di Anne Sexton una delle figure più enigmatiche e seduttive della poesia del ‘900. Per quella sua capacità di distillare versi strazianti e belli dagli abissi dell’essere. Per quella fede cieca nel tormento e nell’estasi della scrittura, difesa anche nei momenti di maggiore contrasto con il marito, con la suocera, perfino con gli amici.

Manipolando lettere e episodi della sua biografia, cambiando i nomi a certe persone e rispettandone altri, seguendo la sua Anne nella ricerca ossessiva e straziante di una voce per raccontare agli altri una se stessa coraggiosa e folle, timida e sfacciata, originale eppure artefatta, Irene Di   Caccamo costruisce un personalissimo ritratto di Anne Sexton. Dove è evidente che “in poesia la verità è sempre una bugia che è verità”. Perché è lì, tra i fogli pieni di parole, nelle composizioni che grondano desiderio e dolore, che si materializza il più incredibile e consolatorio altro-da-noi in cui possiamo credere: Dio.

Normale, allora, che la parabola di ricoveri in clinica e alcol, desideri e speranze, sogni e deliri, pillole e poesie, amori inutili e amori necessari, diventi per Anne, negli ultimi anni, l’epifania della sua autentica ricerca. Di quel viaggio straziante e necessario che l’ha spinta a correre incontro all’io. Un appuntamento con il d-io di tutte le cose proprio lì, tra i tasti della macchina da scrivere. Dove l’inferno del tormento finisce per rappresentare la meta e il significato stesso di tanto straziante, umanissimo vagabondare.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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