• 05/03/2019

Paolo Repetti, come ti costruisco il romanzo (im)perfetto

Paolo Repetti, come ti costruisco il romanzo (im)perfetto

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Il nome sulla copertina ti sbatte sull’attenti. E sì, perché Paolo Repetti non è uno scrittore tra tanti. È quel signore che dopo aver portato una piccola casa editrice come Theoria a pubblicare libri di altissimo livello si è inventato, insieme a Severino Cesari, uno dei progetti editoriali più seminali e affascinanti del panorama letterario italiano: Einaudi Stile Libero. E allora? Normale aspettarsi da lui un romanzo perfetto. Capace di conquistare il lettore colto, ma anche quello che cerca tra la pagine divertimento e attimi di pura evasione. Una sintesi perfetta, insomma, tra cervello e cuore. Un oggetto pop dall’anima piena di pensieri alti.

E poi, se non bastasse, bisogna aggiungere che Paolo Repetti non è un incontinente letterario. Non pubblica ogni singolo frammento narrativo che gli scappa di scrivere. Tanto per dire, il suo libro precedente, l’unico, è datato 2001. Per trovare una copia di “Lamenti del giovane ipocondriaco” si è costretti a dargli la caccia in rete, perché i librai quando sentono chiedere notizie di quel romanzo, allargano le braccia sconsolati. Proprio per questo motivo, “Esercizi di sepoltura di una madre”, pubblicato adesso da Mondadori (pagg. 161, euro 17), non può sfuggire all’attenzione di tutti quelli che vogliono capire in che direzione stia andando la narrativa italiana.

Avvertenza numero uno: guai a chi affronterà “Esercizi di sepoltura di una madre” fidandosi di certe recensioni, che lo hanno descritto come un semplice, efficacissimo florilegio di calembour. Un corto viaggio sentimentale all’interno dei disastri della famiglia moderna capace di ingenerare sorrisi, risate a voce spiegata, ripetuti sghignazzi.

Avvertenza numero due: guai a lasciarsi scoraggiare dal lungo prologo “Autoscopia di un’anima in pena”. Perché se è vero che Paolo Repetti, prima di entrare nel mondo dell’editoria, ha esplorato i campi della psichiatria e della psicoanalisi, è altrettanto vero che in queste pagine, lui non ha nessuna intenzione di costruire un manualetto in stile simil Freud per figli che non supereranno mai il vuoto lasciato dalla scomparsa della madre. O, meglio, di un’affascinante, ingombrante yiddish mame. Al contrario, preferisce partire dal disagio di un se stesso reinventato sulla carta a gestire i ricordi di un mondo dominato a lungo dalla presenza delle donne. Di una, in particolare, quella che appare in una emozionante foto in bianco e nero all’inizio del capitolo finale “La verità, tutta la verità”.

Immagine che rappresenta anche la chiave d’ingresso, il segreto iniziatico per entrare nel mondo narrativo di Paolo Repetti. Perché solo riandando con la memoria all’infanzia del protagonista, solo rivivendo il suo rapporto imprescindibile, necessario con la madre (ben sintetizzato dai versi della “Supplica a mia madre” di Pier Paolo Pasolini “Sei insostituibile. Per questo è dannata / Alla solitudine la vita che mi hai data”), si può capire l’intero senso del libro. Soffermandosi a sentir raccontare il suo convertirsi al cristianesimo, pur restando intimamente e profondamente legata al suo ebraismo, di quella “burbera, fragile e solare” donna. Il suo apparire pia e sorridente quando, dietro la maschera, cela il ruggito di “una tigre ferita”. Di chi “non potendo più andare a caccia di uomini sbrana il proprio figlio, lo ingoia, ne vomita i pezzetti e se li rimangia, in una rituale ciclica coatta Festa dell’amore proibito”.

Ecco, affrontando la titanica impresa di fare i conti con la madre, Paolo Repetti riesce a guardare con occhio lucido, beffardo, dolente e divertito al tempo stesso, il mutare della famiglia in un tempo in cui gli uomini non contano più. Perché hanno perso quel ruolo centrale di deus-ex-machina delle faccende private, che si erano assegnati da soli. E che, in realtà, era solo una recita destinata a non durare. Visto che il peso delle faccende domestiche, dell’organizzazione delle cose di casa, della gestione dei figli, è sempre ricaduto sulle donne.

E, allora, che ruolo può spettare allo zio che si trova a sostituire, in qualche modo, la figura del padre (in fuga da tempo) nella famiglia di sua sorella? Semplice: quello del compagno di viaggio. Di uno che, specchiandosi nelle insicurezze dei tre nipoti adolescenti, nel loro confrontarsi con un mondo destabilizzante e confuso, nel prendere atto dell’inesorabile disgregarsi del concetto stesso di famiglia, non esita a lasciare campo libero alle proprie nevrosi, alle paure delle malattie, a una sostanziale immaturità. Per far capire ai ragazzi che, in realtà, nemmeno lui possiede le risposte. E men che meno il segreto iniziatico per indicare loro la retta via sul sentiero della vita.

Così, di pagina in pagina, gli “Esercizi” di Repetti si trasformano in un fuoco d’artificio di imprevisti quotidiani che mettono a confronto, e finiscono per smascherare, le diverse personalità, i tic, le insicurezze, i sogni inconfessabili, dei diversi componenti della famiglia. E se la matriarca novantenne nonna Sara si rivela una guerrafondaia che difenderebbe le ragioni di Israele anche a costo di annientare il mondo intero, la nipote più piccola, Saretta, ondeggia tra tentazioni fondamentaliste e rapimenti mistici, furiose pulsioni erotiche da adolescente che deve ancora mettere a fuoco la realtà e dolcissimi attimi di autentico smarrimento. A farle da contraltare, due fratelli che non potrebbero essere più diversi tra loro. Il maggiore, Isaac, misura la realtà in base ai suoi parametri matematici, epistemologici. Mentre Davide, che si esprime spesso con colorite frasi in puro dialetto romanesco, oscilla tra una passione vulcanica per ogni tipo di ragazza che gli passi accanto e una fede juventina che non è eccessivo definire compulsiva.

Costruito su un accavallarsi di microscopiche scene, di battute inaspettate ed efficacissime (“Io adoro Gesù. Ma credersi Dio è troppo. Doveva fermarsi prima”), di schegge di vita vissuta (Saretta: “Se domani scappo di casa, voi che fate?; Davide: “Affittiamo camera tua”), che quasi sempre assumono l’urgenza precaria di un concitato dialogo al telefono (“Zio, io sono l’unica in famiglia che ti considera normale. Nonostante tutto…”. Clic), il romanzo di Paolo Repetti regala un’intuizione narrativa geniale. Quella che gira attorno al gatto Ettore, parafulmine di tutte le ipocondrie familiari. Soggetto perfetto su cui sfogare ogni ansia, ogni insicurezza, ogni attimo di smarrimento. Perché anche il più drammatico momento di crisi si risolve sempre con un’interlocutoria, quanto rassicurante visita del micio dal veterinario.

Così, gli “Esercizi di sepoltura di una madre” di Repetti si rivelano, in questa loro frammentaria capacità di non affrontare il problema del romanzo perfetto, un libro-laboratorio. Una sorta di prova generale per il futuro capolavoro. Un godibilissimo, dolceamaro esperimento narrativo capace di stare in equilibrio tra la letteratura e la sit-com. Per quel suo sguardo disincantato e lucido sulla realtà. Sul privato che finisce, giocoforza, per dilagare verso l’orizzonte al di là dei confini di casa.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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