• 27/03/2019

Piero Dorfles: Pinocchio, tutto un mondo dietro la maschera

Piero Dorfles: Pinocchio, tutto un mondo dietro la maschera

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Giuseppe Petronio, lo storico della letteratura italiana, l’instancabile lettore, era convinto che Pinocchio fosse un capolavoro involontario. Insomma, secondo il professore Carlo Collodi “si divertì a scriverlo, ma lo fece senza crederci”. Come dire, che quel geniaccio di Carlo Lorenzini, come venne registrato all’Anagrafe di Firenze il 24 novembre del 1826, giorno della sua nascita, è riuscito a scrivere uno dei libri più amati e tradotti nel mondo quasi senza rendersene conto. Pensando insomma di raccontare una storia a un pubblico di ragazzini, di bambini, e costringendo poi gli studiosi di letteratura, gli stessi suoi colleghi, a spaccarsi la testa, a lanciarsi nelle elucubrazioni interpretative più ardite. Per venire a capo della parabola del pezzo di legno che diventa prima burattino e poi bambino, passando per una quantità incredibile di avventure e disavventure.

Ma com’è possibile che le “Avventure di Pinocchio. Storia di un burattino”, pubblicato prima a puntate e poi in volume per la prima volta da Paggi a Firenze nel 1883, non passino mai di moda? Anche perché, a ben guardare, degli altri libri scritti da Carlo Collodi nel corso della sua carriera non se ne ricorda più nemmeno uno. Non certo “L’abbaco di Giannettino”, ma nemmeno “Minuzzolo”, “Macchiette”, “Occhi e nasi (ricordi dal vero)”. E allora, un instancabile lettore delle pagine dedicate al burattino di legno come il giornalista e critico letterario Piero Dorfles ha pensato che fosse arrivato il momento di dedicare a Pinocchio un’approfondita indagine. Trasformando questo viaggio prima in uno spettacolo itinerante intitolato proprio “Le avventure di Pinocchio” e poi nel libro “Le palline di zucchero della Fata Turchina” pubblicato da Garzanti (pagg. 187, euro 16).

Diciotto capitoli, e una sterminata bibliografia finale, fanno di Pinocchio l’oggetto di un’indagine talmente serrata e lucida da pensare che nemmeno uno Sherlock Holmes sarebbe arrivato a tanto. E se Italo Calvino ci ricorda che “non ci si immagina un mondo senza Pinocchio“,  Piero Dorfles parte dalla genesi stessa del personaggio, da quel pezzo di legno in cui viene intagliato il burattino. Dal materiale magico che permette a questo personaggio sfacciato e irresistibile di essere se stesso prima di essere nato. Come dice Emilio Garroni “nasce ed è già nato nello stesso tempo”, cioè “vive il proprio nascere essendo contemporaneamente già nato”. E se a qualcuno verrà da pensare al dualismo degli Gnostici, alla via di luce e a quella di tenebra che governa il nostro mondo, ecco che accanto al dispettoso, irridente e vitalissimo burattino si contrappone il serio, affidabile buonissimo padre Mastro Geppetto. Nell’eterna contrapposizione di Bene e Male.

Ma non basta, perché se Piero Bargellini è convinto che a Geppetto “il figlio gli nasce con una personalità già intera, con una sua originale e prepotente fisionomia”, allora Piero Dorfles non può fare a meno di ricordarsi di uno psicanalista di scuola junghiana come James Hillman. Quello che in libri bellissimi come “Il codice dell’anima” e “Puer aeternus” metteva in guardia i genitori dal provare a cambiare, a rimodellare il carattere del proprio bambino. Convinto che dentro ognuno di noi agisca un compagno segreto che guiderà il nostro cammino. I greci lo chiamavano daimon, i latini genius, per i cristiani è diventato l’angelo custode.

Ma attenzione, dice Dorfles. Perché Pinocchio si presta alle interpretazioni più difformi e controverse. E se il cardinale Giacomo Biffi ha visto nel libro di Collodi una parabola cristologica dove, pensate un po’, Maestro Ciliegia è “la fonte delle più numerose e gravi aberrazioni che affliggono il mono contemporaneo”, in pratica l’origine del declino dei valori della modernità (e allora la Fata Turchina diventa Maria Vergine, Geppetto non può essere che San Giuseppe, e la sua parrucca una perfetta aureola…), nella fisicità, nel prorompente entrare in conflitto con la realtà per cui il burattino dà e riceve calci, schiaffi, insulti e umiliazioni di tutti i tipi, altri esegeti collodiani intuiscono una negazione limpida e fortissima di qualsivoglia accenno alla trascendenza.

Ma il grande fascino di Pinocchio è proprio questo. Come diceva Carmelo Bene, il burattino di Collodi è “la maschera dell’italiano medio, è l’ultima grande maschera italiana”. E allora, a leggere oggi un libro che si è rivelato uno dei più inaspettati e intramontabili capolavori della letteratura mondiale, si può provare a interpretare questo percorso iniziatico del burattino che diventerà bambino, questo viaggio tra le trappole della vita, come la perdita dell’innocenza, scrive Dorfles, “non attraverso una maturazione razionale, quanto piuttosto attraverso l’accumularsi dell’esperienza del carattere ingiusto e contraddittorio della società in cui i grilli parlanti lo vogliono a tutti i costi inserire”.

Scritto “alla buona come parlo”, mescolando sapientemente toscano e italiano, governato dalla divinità bifronte dell’ottimismo pedagogico e del pessimismo fatalistico, Pinocchio, ha scritto Vincenzo Cerami, “è l’unico transfuga in quell’universo in cui vige la morale borghese della provincia toscana, a cavallo tra nostalgia per il Granducato e nuovo spirito unitario”. E proprio in questo passaggio sta una delle interpretazioni più affascinanti, che Dorfles sviluppa nella parte centrale del libro. Se è vero, infatti, che le avventure del burattino non sono consolatorie, bensì libertarie, è altrettanto vero che il viaggio del ciocco di legno, il suo caratteristico rifiuto della logica del mondo degli adulti, racconta benissimo la difficoltà per un’Italia ancora bambina (visto che il capolavoro collodiano uscì a puntate sul “Giornale per i bambini” un ventennio dopo la proclamazione dell’unità della nazione) di accettare l’ordine nuovo che le viene imposto. “Quell’Italia venata di ostilità per ogni forma di autorità – scrive Dorfles -, e satura di un antagonismo sociale non ancora politico ma istintivo, non ancora pronto a prendere la struttura di un movimento di forti rivendicazioni collettive, ma poco soggetto all’acquiescenza e alla subordinazione”.

Fiaba (con uno strepitoso incipit: “C’era una volta. Un re!, diranno subito i miei piccoli lettori. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo di catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze”) oppure apologo,  pieno di animali parlanti e di personaggi fantastici, eppure dotato di uno sguardo tagliente e per niente consolatorio su quella società che il filosofo francese Michel Foucault diceva incapace a rinunciare al proprio imperativo categorico di “sorvegliare e punire”, Pinocchio può essere considerato un soprassalto di genio di un uomo descritto come piccolo borghese, impiegato e scrittore minore, figlio e presto orfano del cuoco di una casa patrizia, scapolo impenitente che mai si sposò, accompagnato dalla fama di fannullone e scioperato. Un fratello maggiore del burattino?

Non stupisce affatto, allora, scoprire che il percorso di formazione inventato da Carlo Collodi per il suo Pinocchio, dal ribellismo incosciente dell’infanzia, fino alla crescita e alla maturazione del personaggio simboleggiati dal monologo pronunciato nello stomaco del Pesce-cane, finisca per richiamare alla memoria di Piero Dorfles altri percorsi iniziatici della letteratura assai affini a questo. Due sopra tutti: quello di Zeno Cosini nella “Coscienza” di Italo Svevo, quando l’eterno immaturo si rende conto di essere diventato il personaggio solido della famiglia; e quello dei personaggi della “Recherche” di Marcel Proust. In particolare dell’ultimo volume, “Il tempo ritrovato”, dove le figure immerse nel fluviale viaggio narrativo appaiono come ridimensionate dal tempo e dall’esperienza. E “cambiano quasi magicamente polarità, svelando la vera sostanza di quella sorta di teatrino patetico nel quale Marcel si rende conto di esser stato rinchiuso fino a quel momento”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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