• 29/05/2019

Dino Battaglia, gli incubi in bianco e nero del maestro

Dino Battaglia, gli incubi in bianco e nero del maestro

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Non gli restava molto tempo da vivere. E fino a quel 1982, Dino Battaglia non si era mai azzardato a proporre alle riviste per cui lavorava, agli editori, una storia interamente inventata, scritta e disegnata da lui. Certo, era conosciutissimo per avere illustrato racconti altrui. Era stato una firma riconosciuta e apprezzata per Mondadori, Bonelli e per il mercato argentino, per “L’Intrepido e “Il Vittorioso”, tanto che Hugo Pratt lo aveva soprannominato Maestro dei Maestri. Ma adesso, a 59 anni compiuti, era arrivato davvero il momento di fare il grande salto. Di inventare non più raffinatissime versioni di “Moby Dick” di Herman Melville o rielaborazioni dei racconti tenebrosi di Edgar Allan Poe, del “Dottor Jekill e Mister Hyde” di Robert Louis Stevenson, delle storie più visionarie e tenebrose di Howard Philip Lovecraft. No, doveva proporre qualcosa di suo. Completamente suo.

E allora, esattamente un anno prima di morire, Dino Battaglia, il grande maestro veneziano delle storie disegnate, aveva fatto uscire dal cilindro magico della sua fantasia un personaggio. Un uomo che rendesse omaggio ad altre amatissime figure della letteratura: per primo l’ispettore Dupin dei “Delitti della Rue Morgue”, “La lettera scarlatta” e “Il caso di Marie Roget”, ma anche i tanti avventurieri di Jules Verne. L’ispettore Coke di Scotland Yard, un poliziotto immerso nelle brume della Londra di inizio ‘900. E costretto a confrontarsi con assassini fantasiosi e oscuri, a risolvere misteri astrusi e affascinanti,  calcando le stesse strade di Jack lo Squartatore e dello Sherlock Holmes di “Uno studio in rosso”. Di tanti altri racconti e romanzi popolari in cui non mancavano mai morti ammazzati e raffinati rebus investigativi.

Non c’era molto tempo da dedicare all’ispettore Coke. Anche perché Dino Battaglia aveva dedicato la sua non lunga esistenza, terminata a Milano nel 1983 ad appena 60 anni, a guadagnarsi da vivere lavorando per altri autori. Fin da quando, nel 1967, l’amico Hugo Pratt, veneziano pure lui, gli aveva pubblicato sulla rivista “Sgt’ Kirk” una splendida versione a fumetto del “Moby Dick”. Infatti, rimangono soltanto due storie compiute con il personaggio battagliano per protagonista: “I delitti della Fenice” e “La mummia”. Del terzo, “Il mostro del Tamigi”, è sopravvissuta una corposa parte iniziale. E la Morte, a dire il vero, non è riuscita a portare via con sé una descrizione abbastanza dettagliata di come l’autore stesso avrebbe voluto continuare e concludere l’avventura del suo poliziotto,. Permettendo, così, ai lettori almeno di immaginare la parte mancante.

Le indagini dell’ispettore Coke sono incubi a occhi aperti. Perché Dino Battaglia le ha volute immaginare e disegnare come se il suo poliziotto vivesse in una Londra costruita proprio sull’orlo dell’abisso. Rileggere oggi quelle storie, pubblicate nei due volumi “I delitti della Fenice” (pagg. 87, euro 16,90) e “La mummia” (pagg. 76, euro 16,90) da NPE-Nicola Pesce Editore, significa prepararsi a un viaggio visivo dove nulla è impossibile. Dove sul confine tra il reale e l’irreale si è aperto un varco per permettere di andare al di là a tutti quelli che non hanno paura di fantasticare.

Dino Battaglia disegna le tre storie dell’ispettore Coke con lo stesso stile usato per gli amati racconti di Poe, Lovecraft, Maupassant. Le ombre del nero invadono progressivamente gli spazi lividi del bianco. I personaggi sembrano uscire dalla materia di cui sono fatti i sogni. Il testo che funge da filo d’Arianna, per non perdersi negli angoli bui del racconto,  non concede mai nulla di più di una narrazione precisa, scarnificata, dove il dialogo si inserisce al momento opportuno. Ma quello che colpisce di questi tre piccoli capolavori è la capacità dell’autore di restare sempre in perfetto equilibrio tra un traballante realismo e una fortissima tentazione di lasciarsi prendere la mano dall’irrazionale.

Così, nei “Delitti della Fenice” una misteriosa creatura semina morte tra il porto di Londra e le strade più marginali della città. L’ispettore Coke si rifiuta di credere che un essere mitologico, o qualcosa venuto addirittura dai territori del sovrannaturale, possa essersi materializzato nella sua città. E, allora, con razionale pignoleria si mette sulle tracce degli eredi di un inventore, visto che le persone ammazzate dalla strana creatura erano state, in qualche modo, tutte in contatto con lui. In questa storia, che ricorda molto “I delitti della reue Morgue” di Poe, Dino Battaglia elimina quasi del tutto le didascalie narrative, per lasciare che sia un dialogo serrato ed essenziale a costruire una suspense che cresce di tavola in tavola.

La stessa soluzione narrativa costruisce la trama de “La mummia”, dove sono ancora i dialoghi a scandire il ritmo dell’andamento narrativo. Dino Battaglia , che nei “Delitti della Fenice” si rifaceva più alle atmosfere del noir, solo in apparenza venato di sovrannaturale, qui fa suoi i luoghi letterari classici del racconto gotico. Quando a Londra arriva la mummia del principe egiziano Abu-Sabi-Bel, all’improvviso la Morte si mette a girare per le strade della città. E anche se l’ispettore Coke si rifiuta di credere che gli omicidi sui cui sta indagando siano in qualche modo legati all’arrivo del sacro corpo in Inghilterra, piano piano deve ricredersi. Tanto che, una notte,  decide di farsi chiudere dentro il British Museum, dove il vecchio cadavere è stato trasportato dopo la morte misteriosa del suo proprietario, Lord Carringdon.

“Spesso gli incubi diventano realtà”, scrive Dino Battaglia nel finale de “La mummia”. E, di certo, ha i connotati di una creatura da incubo il “Mostro del Tamigi” che semina terrore e morte nel porto di Londra. Qui il disegno si fa ancora più nervoso, essenziale, prigioniero di quei chiaroscuri da cui emergono facce stravolte dall’angoscia, scenari notturni e angoli di una Londra che sembra l’anticamera di un inferno moderno. L’ispettore Coke, questa volta, rimane all’improvviso senza parole. Alle tavole illustrate si sostituisce, all’improvviso, una sequenza di vignette bianche. Tocca al lettore, a quel punto, immaginare il seguito, seguendo gli appunti pubblicati nel dicembre del 1983 da un numero speciale della rivista “Orient Express”. Provando una grande nostalgia per il grande maestro della letteratura disegnata.

<Alessandro Mezzena Lona

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