• 07/06/2019

Annie Ernaux: “Diffido dell’invenzione, racconto la vita”

Annie Ernaux: “Diffido dell’invenzione, racconto la vita”

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Annie Ernaux non si è mai nascosta dietro le parole. Non ha mai scritto romanzi che le permettessero di vivere, in pubblico, una vita immaginaria. Fittizia. No, la scrittrice francese di Lillebonne ha sempre scelto la strada più difficile. Quella che le permettesse, cioè, di scavare con le parole un lungo tunnel nei ricordi. Nella memoria. Fino a riportare alla luce le ferite più profonde, la vergogna di certi segreti di famiglia mai detti a nessuno. Trovando, pagina dopo pagina, il coraggio di raccontare storie che le “rendessero insostenibile lo sguardo degli altri”

Ed è di certo questo coraggio di cercare sempre la verità con le parole che ha attirato su di lei l’amore di moltissimi lettori. Perché immergersi tra le pagine di Annie Ernaux significa dover spalancare gli occhi, senza mai abbassarli, sul suo mondo più intimo. Sui ricordi più dolorosi e malinconici, sui pensieri più nascosti e indicibili. Mettendo assieme, romanzo dopo romanzo, un ritratto vivido, preciso, mai autoconsolatorio della scrittrice stessa, della sua famiglia, di un padre e di una madre che hanno segnato il suo esistere, il suo divenire, in maniera forte.

Da alcuni anni, c’è un coraggioso, bravissimo editore italiano, Lorenzo Flabbi, che si è messo a tradurre per L’Orma i romanzi più importanti di Annie Ernaux. Così, dopo “Il posto”, “Gli anni”, che ha vinto il Premio Strega Europeo nel 2016, “L’altra figlia”, “Memoria di ragazza”, più di recente sono comparsi nelle librerie “Una donna” e “La vergogna”.

E se l’anno scorso, Annie Ernaux ha conquistato la giuria dell’Hemingway di Lignano Sabbiadoro, nel 2019 la scrittrice francese ha saputo emergere anche in un Premio come quello dedicato allo scrittore Gregor von Rezzori, che l’ha proclamata vincitrice a Palazzo Vecchio di Firenze preferendola ad altri quattro autori di romanzi splendidi come Olga Tokarczuk, Elif Batuman, Andrés Barba e Stefan Merrill Block.

“Una donna” (L’Orma, pagg.99, euro 13) è di sicuro il romanzo più difficile che un autore possa provare a scrivere. Perché Annie Ernaux si confronta con la figura di sua madre, senza nascondersi e senza nascondere niente. Partendo dai primi giorni dopo la sua morte, ricordando gli anni tristi e difficili abitati dall’Alzheimer. E riandando, poi, con la memoria al ricordi di una giovane contadina, poi operaia, che si era in qualche modo riscattata agli occhi della società diventando commerciante. Seguendo questo percorso accidentato e perturbante, la scrittrice si aggrappa a una lingua “più neutra possibile”, evitando le trappole della retorica e della nostalgia del passato, elencando oggetti, frammenti di visioni, delusioni e illusioni, sussurri e voci. Tracciando un ritratto limpido e torbido al tempo stesso, implacabile, mai artefatto, mai prigioniero di uno sterile rancore o di uno scontato sentimentalismo.

Così come ne “La vergogna” (L’Orma, pagg. 125, euro 15), riaffiora alla memoria un episodio indicibile: un inaspettato scoppio d’ira del padre che stava per trasformarsi in omicidio. Nella morte violenta della madre. Così, quella scheggia di passato permette a Annie Ernaux di ricostruire il mondo angusto e soffocante di se stessa bambina di 12 anni che, lentamente, si accorge di trascorrere i propri giorni nella parte sbagliata della società. La scrittrice si aggrappa alle parole, con la precisione e la distanza di un etnologo. Di un osservatore del tutto estraneo ai fatti. Perché come diceva il narratore americano Paul Auster nel libro “L’invenzione della solitudine”, “Il linguaggio non è la verità. È il nostro modo di esistere nel mondo”.

Per dialogare con Annie Ernaux, seduti in una saletta dell’Hotel Porta Rossa a Firenze, siamo partiti proprio da quelle parole. Dal linguaggio, dalla verità.

“Il linguaggio è l’unico modo per tentare di dire la verità – spiega Annie Ernaux -. E nei miei libri, ho sempre provato a farlo. Certo, non è detto che l’unica verità sia quella che riusciamo a esprimere grazie alle parole che cerchiamo e utilizziamo. Ce ne sono, senza dubbio, anche altre. Ed è giusto così, perché se non esistessero modi diversi di usare il linguaggio, quest’ultimo finirebbe per non evolvere mai. E, invece, il linguaggio si modifica in seguito all’evolversi del mondo. Sotto la spinta dei cambiamenti sociali”.

Per questo ha scelto di far precedere al suo romanzo “La vergogna” quella frase di Paul Auster?

“Sì, avrei potuto sceglierne altre, di altri autori. Ma mi sembrava perfetta per far capire come io vedo il nostro rapporto con le parole. Scrivendo crediamo davvero di cercare la verità. Ma se anche non riusciamo a trovarla, comunque nei nostri testi riusciamo sempre a esprimere una verità della scrittura, che esiste in sé, se anche se a volte sembra che sfugga”.

In tanti suoi romanzi, per guarire dalle ferite della memoria, si aggrappa ai fatti, agli oggetti, alle cose. È la cura giusta?

“Non si può guarire dalle ferite profonde accumulando ricordi e dettagli sulla pagina. Però, si può cercare di comprendere il proprio passato esplorando la memoria, trasformandola in parole. E questo è un aspetto del mio modo di intendere la scrittura, che mi piace molto. L’ho fatto di certo nei due libri più recenti che sono stati pubblicato in Italia, ‘La vergogna’ e ‘Una donna’, forse è meno evidente ne ‘Gli anni’. Anche se, in tutti i miei romanzi, ho cercato di seguire la medesima traiettoria. Raccontando il mondo in cui sono cresciuta, quell’ambiente chiuso, isolato, separato, che senza dubbio ha scavato dentro di me ferite profonde. Mi sono sforzata sempre, scrivendo, di essere vicina alle cose, ai fatti. La mia memoria non è mai discriminante. Intendo dire che non ci sono ricordi più importanti di altri”.

Lavorando sui ricordi, come si può tenere a bada la tentazione dell’invenzione?

“Diffido dell’invenzione. Credo che sia stato Gaston Bachelard a dire: non invento, ma ritrovo. Non credo che il mio modo di raccontare sia freddo. Userei, piuttosto, la parola, distante. Credo, infatti, che mi sia stato molto utile creare la distanza tra me e i ricordi, per descrivere i fatti come se fossero successi a un’altra persona. Ne ‘La vergogna’ ho voluto essere l’etnologa di me stessa. Con ‘Una donna’ è stato più difficile, perché al centro del libro c’era mia madre. Il rapporto conflittuale che ho avuto con lei”.

Difficile raccontare il rapporto con la madre?

“Ho capito subito, dopo la sua morte, che sarebbe stato molto difficile raccontare mia madre. Attraverso la scrittura sono riuscita in qualche modo a resuscitarla, a recuperare uno sguardo fermo su di lei. Perché la madre per una figlia è il suo doppio”.

A proposito di madri: ricorda il romanzo di Albert Cohen “Il libro di mia madre”?

“Quando l’ho letto, sono arrivata quasi a indignarmi. Perché era il racconto di un uomo adulto che diceva, in sostanza: mia madre era la donna migliore del mondo, una vera bellezza. io sono stato malvagio con lei e adesso mi pento di avere fatto tante cattiverie. Non sono mai stato il bambino, l’uomo che lei desiderava. Non credo che questo sia il modo giusto per rendere giustizia a una madre. Io ho cercato di guardare, di raccontare mia madre prima di tutto come una donna. Da qui deriva anche la scelta del titolo. Per me era l’unico modo per farla rivivere senza raccontare bugie. Senza mettere tra me, lei e gli altri, la finzione”.

<Alessandro Mezzena Lona

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