• 08/09/2019

Andrea Tarabbia: “Gesualdo da Venosa, l’orrore che genera bellezza”

Andrea Tarabbia: “Gesualdo da Venosa, l’orrore che genera bellezza”

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La bellezza e l’orrore possono convivere sotto lo stesso tetto. E, a volte, è proprio l’orrore a generare una bellezza cristallina. Dal momento che il tormento più oscuro, più atroce, può far sgorgare sublimi creazioni. Arte che, a volte, supera le capacità umane, per non dire che sembra sostenuta da un afflato divino. Non c’è dubbio che i madrigali scritti da Gesualdo da Venosa in un tempo lontano, l’inizio del 1600, ancora oggi suonano come creazioni musicali arditissime e meravigliose. Ma è anche vero che il medesimo principe napoletano, vissuto tra il 1566 e il 1613, finì per ammazzare l’adorata cugina-moglie Maria d’Avalos e il suo amante, dopo aver scoperto la tresca, per vendicare con il sangue l’offesa fatta al suo nome e al casato.

Una storia intrisa di bellezza e orrore, che ha attirato lo sguardo di artisti diversi. Il regista austriaco Werner Herzog, autore di filmn visionari come “L’enigma di Kaspar Hauser e “Fitcarraldo”, ha raccontato il principe da Venosa nel documentario “Gesualdo. Morte per cinque voci”. Il musicista Franco Battiato, affidandosi alle liriche del filosofo Manlio Sgalambro, gli ha dedicato una canzone intitolata proprio “Gesualdo da Venosa”, nell’album “L’ombrello e la macchina da cucire”. Una storia, insomma, che non poteva non coinvolgere una scrittore sensibile, attentissimo a personaggi contraddittori e tutti da scandagliare come Andrea Tarabbia. Che, fin dall’inizio del suo importante percorso di narratore, è andato a snidare “Il demone a Beslan”, la voce che racconta uno dei più spaventosi attentati del tempo moderno, ma anche l’assassino cannibale Andrej Čikatilo ne “Il giardino delle mosche”.

Proprio il romanzo del 2015, ha portato Andrea Tarabbia per la prima volta in finale al Premio Campiello. E, adesso, lo scrittore di Saronno ci ritorna con “Madrigale senza suono”. Il romanzo pubblicato da Bollati Boringhieri (pagg. 377, euro 16,50) in cui si mette sulle tracce di Gesualdo da Venosa. Non solo per ripercorrere la tenebrosa storia che da secoli segue il principe napoletano e gli amanti puniti con una morte terribile. Ma anche per andare a ripercorrere le leggende che ancora accompagnano la vicenda umana e artistica del più rivoluzionario e sublime musicista di madrigali. Un artista che ha attirato l’ammirazione e l’omaggio di un altro grandissimo, vissuto però all’inizio del ‘900: il compositore russo, poi naturalizzato francese, e quindi americano, Igor Stravinsky. Il musicista e direttore d’orchestra, morto a New York nel 1971, che dedicò al principe madrigalista assassino un “Monumentum pro Gesualdo da Venosa ad CD annum”.

Andrea Tarabbia ha saputo costruire il suo “Madrigale senza suono” come un grande romanzo corale, sospeso tra la Storia e l’invenzione. Tra la realtà biografica e la fantasia. Ascoltando le voci e i suoni del tempo, immaginando i colori e gli odori.  Rievocando le superstizioni, le tradizioni nobiliari, i delicati rapporti di forza tra il Potere dei principi e la Chiesa. Trasformando Gesualdo da Venosa in un personaggio tormentato e luminoso, inquietante e sorprendente. Un esempio, lontano nel tempo, eppure vicinissimo a noi. Capace di scendere negli abissi più oscuri dell’orrore e di elevarsi verso la più limpida bellezza di suoni musicali angelici.

Sabato 14 settembre, lo scrittore di Saronno proverà a vincere il Campiello al Teatro La Fenice di Venezia, dove è arrivato come finalista già nel 2016 con “Il giardino delle mosche”. A contendergli il Premio saranno Giulio Cavalli con “Carnaio” (Fandango Libri), Paolo Colagrande con “La vita dispari” (Einaudi), Laura Pariani con “Il gioco di Santa Oca” (La nave di Teseo) e Francesco Pecoraro con “Lo stradone” (Ponte alle Grazie).

“Il primo incontro con Gesualdo da Venosa è avvenuto al cinema – spiega Andrea Tarabbia -. Quando alla metà degli anni ’90 ho visto un documentario girato da Werner Herzog dedicato proprio al principe madrigalista. Si intitola ‘Gesualdo. Morte per cinque voci’, è del 1995. Fino a quel momento non sapevo assolutamente nulla di questo personaggio. Non che alla fine del film ne sapessi molto di più, perché non mi sembrava che fatto molto bene. Però, quella figura era davvero perfetta per me, per il mio modo di intendere la letteratura e di costruire i romanzi”.

E, allora, si è messo in caccia?

“Mi interessava soprattutto la sua storia. Però ho cominciato anche a cercare i dischi con i madrigali, ad ascoltarli, a cercare di capire la sua ricerca musicale. A un certo punto, leggendo qua e là, mi sono imbattuto in un altro personaggio straordinario: Igor Stravinsky. Un grande musicista che, nel ‘900, ha riscoperto Gesualdo. Ecco, in quel momento ho capito che davvero mi interessava scrivere un libro su tutti e due”.

Perché proprio in quel momento?

“All’inizio mi affascinava quella storia del ‘600. L’idea del genio mezzo matto che uccide perché il suo amore è stato tradito. Però mi sembrava anche molto lontana. E poi, se vogliamo, non era neanche originalissima: basterebbe pensare a Michelangelo. Però scoprire che un altro grande musicista, morto nel 1971, quindi oltre la seconda metà del ‘900, si era appassionato alla musica e alla storia di Gesualdo, tanto da rilanciarlo e dedicargli un ‘Monumentum’ in musica, mi permetteva di ricollegare il passato al presente. Quindi di lavorare anche sulla corrispondenza lontana, eppure vicinissima, tra due geni”.

Così ha trovato anche la voce che potesse raccontare questa storia?

“Infatti. Ho capito che potevo utilizzare Stravinsky come generatore della storia stessa. Inventare il finto manoscritto, chiudere il cerchio con la lettera che conclude il romanzo. Insomma, la relazione tra due uomini così lontani mi ha permesso di inventare un libro che fosse diverso dal ‘Giardino delle mosche’, ma anche dal ‘Demone a Beslan’. Contemporaneo, eppure capace di andare a ritroso nel tempo”.

Gesualdo, un rivoluzionario in musica, ma anche un uomo di rigida osservanza del suo tempo?

“Gesualdo osservava, anche quando mangiava da solo, delle convenzioni un po’ stupide in voga nel suo tempo. Per esempio, quando era a tavola e doveva prendere il bicchiere del vino, si faceva coprire il piatto da un servo. Per evitare che qualche goccia di liquido cadesse sulle pietanze. Usanza, del tutto assurda, che era in voga tra i principi del Meridione d’Italia. Ma allora, ho chiesto ai suoi studiosi, com’è possibile che nei suoi madrigali, nella musica che scriveva, fosse così dirompente, innovativo?”.

E i biografi cos’hanno risposto?

“Primo, che nella vita non era così formale come possiamo pensare. Per esempio, in un suo viaggio che passava per Firenze non andò a trovare delle famiglie nobili, secondo il protocollo, perché non gli interessava. E a Venezia fece resistenze per incontrare il Doge. Poi ci andò, ma recalcitrante, restando lì il minor tempo possibile. In musica era rivoluzionario perché faceva delle cose che nessuno prima aveva mai sentito declinare in quel modo. In realtà, lui non cambiò mai rotta rispetto alla tradizione. Piuttosto, riuscì a mettere assieme una meravigliosa sintesi di tutto quello che era stato creato fino al 1600. Non inventò, insomma, strutture musicali dirompenti, ma ci mise dentro un sacco di contrasti, di cromatismi, di effetti speciali, che ancora oggi appaiono rivoluzionari. Lui non aprì un’epoca nuova, la chiuse in maniera geniale”.

C’è la bellezza della musica e l’orrore dell’omicidio in Gesualdo.

“Non mi dava pace l’idea che un uomo capace di creare musica così bella volesse vendicare il tradimento della donna che più ha amato, e quindi mantenere il proprio onore di principe. E mi sono chiesto se la sua attrazione per la violenza fosse una delle matrici del genio musicale, visto che, fino alla morte di Maria d’Avalos, non aveva pubblicato nulla. Le grandi opere arrivarono dopo l’assassinio. La mia risposta, nel romanzo, è volutamente ambigua. Perché non ci sono certezze. Vero è, però, che l’aver deciso di eliminare in maniera violenta l’unica donna che aveva amato in maniera ossessiva, il suo sbattere la testa contro il muro e il non darsi mai pace negli anni a venire, hanno finito per generare una musica fantastica e ossessiva”.

L’amore-ossessione esplode anche oggi in episodi di cronaca terribili…

“Mi sembra difficile fare un parallelo tra la storia di Gesualdo e gli episodi di femminicidio del nostro tempo. Il principe da Venosa ha ammazzato anche Fabrizio Carafa, non solo Maria d’Avalos. E poi, lui decise di uccidere soltanto perché rimesse intatto l’onore del casato. Ma poi rimanse per 23 anni ad annusarsi le braccia nella speranza di sentire ancora addosso a sé l’odore della donna che non smetterà mai d’amare. Infatti, nonostante tutte le donne che avrà dopo, non riuscirà mai a liberarsi della sua presenza. E, quindi, non riuscirà mai nemmeno a liberare lei”.

Quanto lavoro di ricerca è costato “Madrigale senza suono”?

“Tanto, ma non tantissimo. I testi più importanti su Gesualdo li ha scritti lo studioso americano Glenn E. Watkins, libri di riferimento mondiali. Poi ho parlato molto della musica del principe con alcuni esperti del barocco tra Bologna e Firenze, che mi hanno aiutato a capirla con degli ascolti guidati. Ma il problema maggiore non è stato reperire i materiali biografici, quanto separare il vero dal falso. Perché la leggenda ha trasformato da Venosa in una sorta di personaggio da romanzo gotico. Inventando, per esempio, che avrebbe lasciato i cadaveri dei due amanti in esposizione sulla scala del palazzo tutta la notte. Al lettore ho dovuto far capire quella che era tenebrosa fantasia popolare, ma anche le versioni del tutto improbabili della vita di Gesualdo che hanno trovato udienza nei lavori di studiosi seri”.

Ha dovuto depurare la storia dalle invenzioni, per poi reinventarla?

“Questo è stato l’aspetto più entusiasmante del lavoro sul libro. Perché scrivendolo, ho dovuto far capire al lettore quella che era solo suggestione, fantasia popolare, e quella che, invece, era la vita documentata di Gesualdo. Poi ho passato anche momenti difficili, riscrivendo intere parti. Però, tutto sommato, mi sono divertito”.

Ha scelto di non raccontare la storia con una lingua finto antica…

“No, perché non sopporto quei tentativi nei libri degli altri. Si esauriscono nello sperimentalismo. E, quindi, non potevo farlo nemmeno io. Sarebbe venuto fuori un gioco erudito, il contrario del mio progetto di romanzo su Gesualdo. Ho trovato una lingua che, rispetto agli altri miei libri, è un po’ più anticata. Ma con gli occhi sempre puntati sulla modernità del lettore. E sulla modernità di personaggi che sono lontani dal nostro tempo, ma ci parlano come se fossero a noi contemporanei. Ho trovato conforto in certi romanzo di Maria Bellonci, di Luigi Malerba, che sono andato a rileggere proprio quando lavoravo già al mio ‘Madrigale’. Un altro autore, che so, uno come Michele Mari, avrebbe usato l’italiano del ‘600. Ma credo che, a quel punto, tutti i critici si sarebbero concentrati più sulla lingua che sulla storia”.

La figura più tenebrosa è quella dello zio Giulio?

“E quello che oggi chiameremmo Il Merda. È sicuro che lo zio Giulio abbia avuto un ruolo nel convincere Gesualdo a vendicare con la morte il tradimento. Non è detto, come immagino io nel libro, che abbia avuto l’ultima parola nell’influenzare la decisione del principe. Certo è che, pur essendo sposato, godeva della fama di tombeur de femmes e che aveva provato con tutti i mezzi di sedurre, conquistare Maria d’Avalos. E che aveva una grande capacità di influenzare il principe”.

In tre anni, è entrato due volte in finale al Campiello…

“Tra poco nascerà il mio secondo figlio, e questo mi fa pensare al Premio, ma anche a tutt’altro. Tra questi pensieri c’è anche la speranza di vincere,  ovviamente, perché quest’anno partiamo un po’ tutti alla pari. Non c’è il libro predestinato al successo. E poi, il Campiello è davvero difficile da influenzare. Alla fine, il nome del vincitore lo decidono trecento lettori anonimi. Non ci sono i soliti giochetti. E io sono sereno. Poi, avrò degli accompagnatori speciali”.

Chi saranno?

“Mia moglie con il pancione. E mio figlio che ha cinque anni e mezzo e che sta vivendo l’idea di andare a Venezia con grande emozione. Gli abbiamo preso anche un papillon da indossare alla Fenice. Quindi sarà una bellissima festa tutta nostra”.

<Alessandro Mezzena Lona<

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