• 23/09/2019

Daniel Saldaña París: “Una madre in fuga nel Messico zapatista”

Daniel Saldaña París: “Una madre in fuga nel Messico zapatista”

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Bastano poche righe per innamorarsi del libro di Daniel Saldaña París. Anzi, una frase sola. Precisa come una coltellata. Secca come un grappolo d’uva lasciato a macerare al sole. Efficace come l’inizio di certi articoli che soltanto pochi, bravissimi giornalisti sanno scrivere. Oppure qualche narratore che ama visceralmente le sue storie. Uno su tutti? Il Franz Kafka del “Processo”. Con quell’incipit indimenticabile: “Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. poiché senza che avesse fatto alcunché di male un giorno vennero a prenderlo”.

Ecco, basterebbe quella frase. Quando Daniel Saldaña París inizia così: “Teresa se ne andò un martedì dopo pranzo”. Per capire che il romanzo dello scrittore messicano, “La linea madre” tradotto da Giulia Zavagna per la casa editrice Chiarelettere (pagg. 200, euro 16,60), non è uno dei tanti. volumi che arrivano nelle librerie. Non fa parte della categoria dei libri che potremmo tranquillante evitare di leggere. Anzi, dovrebbe stare in cima alle classifiche di vendita. Scalzare i compitini di certi scrittorelli sopravalutati, per far capire ai lettori come si racconta una storia. Con passione, grande talento linguistico e narrativo, originalità.

Il merito, per una volta è giusto dirlo, va anche dato all’ufficio stampa di Chiarelettere. E sì, perché Tommaso Gobbi, nel lavoro fatto per sostenere “La linea madre”, ha sempre scelto un profilo basso, pur lasciando capire che il libro di Daniel Saldaña París contiene in sé la forza, la passione e il fascino di uno sguardo libero e intenso sul Messico. Ma anche sulla vita.

Segnalato subito come uno dei migliori autori messicani del nostro tempo, 35 anni, studi di Filosofia e una grande passione per la poesia alle spalle, Daniel Saldaña París ha portato la sua “Linea madre” alla ventesima edizione di Pordenonelegge. Forte dell’apprezzamento ottenuto per il suo lavoro dall’importante manifestazione letteraria britannica Hay Festival.

Nell’estate del 1994, un anno cruciale per il Messico, Teresa, madre di due ragazzi, lascia una lettera e se ne va di casa. Nessuno spiega ai figli il motivo della fuga della donna, men che meno il loro papà. Sarà la voce narrante de “La linea madre”, il protagonista adolescente e senza nome, che dovrà scoprire quale mistero si cela dietro quell’improvvisa, paradossale sparizione. Un segreto che porta dritto dritto verso il Chiapas, la terra della rivoluzione zapatista.

E se è credibile che Teresa abbia deciso di farsi coinvolgere in prima persona nella lotta dei guerriglieri a un Potere corrotto e latitante, come quello del Messico, meno accettabile è che una madre se ne vada senza regalare almeno l’ultimo abbraccio ai due figli. Così, sarà il più piccolo che, sfuggendo alla sorveglianza della sorella, si metterà sulle tracce di una verità sfuggente. Partendo in pullman alla volta del Chiapas. Scoprendo quella mai sospettata passione della madre per l’azione politica, per il coinvolgimento sociale. Ma trovando, lungo il suo percorso di ricerca oscuro e tortuoso, rivelazioni che non avrebbe mai potuto immaginare.

Daniel Saldaña París è bravissimo a tenere sempre ben tesa la fune su cui cammina, in equilibrio precario, il suo personaggio bambino. Costruendo “La linea madre” con una lingua nitida, forte, mai attraversata dalla tentazione di bamboleggiare. Il risultato è un libro che si fa amare per la sua capacità di guardare oltre le apparenze. Per la voglia di insinuare nel cuore buio della Storia frammenti di una storia personalissima e collettiva, drammatica e tremendamente umana.

“Non ho mai scritto per i giornali – spiega Daniel Saldaña París -. E quindi non so come si inventano quegli attacchi fulminanti degli articoli migliori. Ma ho voluto che il mio romanzo iniziasse in maniera così secca, con quel ‘Teresa se ne andò un martedì dopo pranzo’, perché mi interessava creare una distanza tra il narratore e il lettore. Per fargli trovare un punto di vista oggettivo da cui osservare i personaggi, la loro storia e tutto quello che ruota attorno”.

Il suo protagonista è un ragazzino senza nome e non parla come un adolescente. Perché?

“Quando ho iniziato a scrivere ‘La linea madre’ ho sentito subito questa voce di ragazzino. Mi parlava come fanno gli adolescenti. Però ho capito che se io avessi riprodotto sulla carta quel tipo di linguaggio, sarebbe stato troppo limitante. Il suo lessico, la sintassi, non potevano che essere molto poveri. E a me serviva uno stile più alto, più ricercato. Perché, in realtà, il protagonista del libro è un adulto che ricorda la sua infanzia”.

Infatti c’è questo gioco sottile: quando parla l’adulto e quando il bambino?

“Volevo proprio che il racconto fosse così. A volte è l’adulto che ci parla e ricorda, poi subentra il bambino. È un alternarsi continuo, che spero renda più interessante e ambigua la struttura del libro”.

Il papà sembra un uomo disponibile, presente. In realtà è una figura molto sfuggente?

“È sempre con gli occhi del bambino che vediamo questa figura del padre, all’inizio disponibile, comunque dedito ai figli. Solo dopo, quando è l’adulto a raccontare, prende forma questo punto cieco della storia. Questo aspetto inquietante che verrà rivelato soltanto nel finale”.

Perché ha scelto di ambientare “La linea madre” nel 1994?

“È un anno simbolico e importante per il Messico. Sia per l’irrompere popolare della rivoluzione zapatista, ma anche perché viene firmato un accordo di libero commercio con gli Stati Uniti e il Canada. E, poi, c’è l’assassinio di Luis Donaldo Colosio, il candidato che sembrava potesse succedere al presidente Carlos Salinas. Volevo che nel mio romanzo prendesse forma una visione generazionale su quel periodo. Che fosse, appunto, un adolescente a raccontare”.

Quando ha iniziato a scrivere sapeva già che fine avrebbe fatto Teresa?

“No, sinceramente no. Quando mi sono avvicinato alla metà del romanzo, però, ho cominciato a intravvedere quale potesse essere un finale convincente”.

Cosa rimane del sogno zapatista, del subcomandante Marcos e della rivoluzione?

“Non credo che l’aspetto più interessante della rivoluzione zapatista sia legato alle sue azioni militari. Alla guerriglia del movimento armato. Penso, piuttosto, all’organizzazione sociale che costruirono con la rete di municipalità autonome. Quella che ha preso forma nel Chiapas è una vera struttura politica orizzontale, che vede una grande partecipazione delle donne. E anche la presenza della popolazione indigena nell’organizzazione territoriale”.

Ma questo progetto sopravvive ancora?

“Certo. Nelle cittadine gestite dalle municipalità autonome spesso vengono invitato giornalisti e scrittori, perché raccontino come funziona il modello nato dalla rivoluzione zapatista. Ormai, la parte armata del movimento serve soprattutto a difendere quelle aree dalla criminalità organizzata”.

Da un po’ sembra che i narcos piacciano molto…

“Quella dei narcos è una realtà molto lugubre e pericolosa. Anche se Netflix e qualche film hanno voluto farla diventare glamour Purtroppo, il Messico è pieno di problemi, oltre al crimine organizzato”.

Quindi le municipalità autonome hanno imparato a difendersi?

“La latitanza del governo, e l’assenza della legalità in Messico, ha fatto sì che le municipalità autonome si sostituissero a una società fantasma. E imparassero a difendersi dalla criminalità”.

Ha iniziato a scrivere molto presto?

“Ho cominciato a scrivere prestissimo. A dieci anni cercavo già di imitare lo stile di Federico Garcia Lorca. Imparavo i suoi versi a memoria. Poi ho pubblicato alcuni libri io stesso. Quando sono passato ai romanzi, quella specie di allenamento con la poesia mi è servito molto”.

<Alessandro Mezzena Lona<

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