• 20/10/2019

Lucrezia Lerro, storie dagli oscuri percorsi del vivere

Lucrezia Lerro, storie dagli oscuri percorsi del vivere

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La scrittura, per Lucrezia Lerro, è una discesa negli oscuri percorsi del vivere. A ogni romanzo nuovo, a ogni storia che va raccontando, l’autrice di Omignano sembra voler affidare il compito di riaprire ferite mai rimarginate davvero. Sembra voler racchiudere dentro le storie la forza vitale e la disperazione dei personaggi che tratteggia. La speranza in un cambio di rotta del proprio destino, ma anche la resa dei conti con un’esistere che diventa, di giorno in giorno, sempre più complessa. Sempre più simile a un’illusione che scolora presto nel grigiore della delusione.

La scrittura, per Lucrezia Lerro, non è mai una via di fuga dal confronto impietoso e necessario con il vivere. Fin dal suo primo romanzo, “Certi giorni sono felice”, acclamato dalla critica come un debutto importante e selezionato tra i finalisti del Premio Strega nel 2005, l’autrice de “Sul fondo del mare c’è una vita leggera”, “La confraternita delle puttane”, “La giravolta delle libellule”, ha fatto capire chiaramente ai lettori di che pasta fosse fatto il suo lavoro letterario. Perché già lì, in quelle pagine così nitide e ispirate, venivano in luce alcuni temi che hanno caratterizzato, poi, la sua cospicua produzione editoriale: la difficoltà di trovare una via rettilinea che conduca dall’adolescenza alla giovinezza, l’urgenza di dare ai fatti della vita forma di parole, il dolore e l’estasi di amare senza riuscire a fare di un sentimento così misterioso e complesso il proprio spirito guida, il tentativo disperato di far convivere l’infanzia vissuta nel Sud dell’Italia con un presente segnato dai ritmi spesso isterici e algidi del Nord.

Ed è indiscutibile che per Lucrezia Lerro, la scrittura sia un modo per restare connessa con la realtà. Come dimostrano i suoi due romanzi più recenti: “L’estate delle ragazze” del 2018 (pagg. 248, euro 18) e “Più lontano di così” del 2019 (pagg. 183, euro 17), entrambi pubblicati da La nave di Teseo. Se quella realtà, s’intende, non gira le spalle a chi cerca di mettere a fuoco il proprio stare nel qui e ora. Ai personaggi, insomma, che non abbassano mai lo sguardo davanti alla quotidianità. Ma che, anzi, sanno fare della vita una fiammeggiante, e assai spesso dolente, ricerca di un senso del tutto. Che finisce per sfuggire, sempre.

Corinna, la protagonista de “L’estate delle ragazze”, ha la bellezza da sbattere in faccia alla vita. E anche una giovinezza che le consente di bruciare il proprio tempo all’inseguimento di un sogno: quello di diventare una scrittrice importante. Niente può mettersi in mezzo tra lei e il suo conclamato desiderio. Non certo il complicato rapporto con una Firenze dalla bellezza invasiva, dove studia senza troppo entusiasmo all’università. E nemmeno l’amore per Jacopo, che di libri importanti e apprezzati ne ha già pubblicati parecchi. Perché per lei, osservare la realtà attraverso le parole, fermare la propria ansia di strapparsi i capelli davanti all’insoddisfazione di non aver ancora raggiunto il traguardo tanto desiderato, è soprattutto un modo per riaprire ferite profonde, che nessuno è stato mai capace di guarire. E che la fanno sentire in sintonia con le tredici splendide fanciulle, incontrate d’estate. Creature evanescenti e carnali, che per cercare la fortuna hanno solo il proprio corpo da vendere al migliore offerente.

Nel suo inseguire qualcosa che può raggiungere solo dando tutta se stessa, Corinna è legata a filo doppio con la madre e la figlia di “Certi giorni sono felice”. L’una costretta a vendersi a un grasso macellaio e ai suoi amici pur di pagare all’altra, la figlia bulimica, le sedute dallo psicanalista. Perché anche la protagonista de “L’estate delle ragazze”, in fondo, può tentare di domare il tempo crudele e felice della giovinezza dando tutta se stessa. Dal momento che gli esseri umani “sono luce e ombra”. E come annoterà la protagonista del romanzo, solo in parte appagata dal percorso letterario che sta iniziando: “Insisteva Freud, amare e lavorare sono le cose più importanti contro i mali oscuri dell’uomo”.

Mali oscuri, appunto, che per Leda, il personaggio femminile al centro di “Più lontano di così”, nutrono l’ossessione di una memoria negata e falsificata. Fin da bambina, infatti, lei è vissuta all’ombra di una fotografia dello zio Luigi, morto quando aveva soltanto 19 anni. E quella presenza ingombrante, inquieta, oscura, che abita i giorni malinconici della famiglia come tutte le storie raccontate a metà, finirà per trasformarsi in un’autentica ossessione. Tanto da spingere la ragazza a voler scandagliare le acque torbide di un passato rimosso.

Ossessione: ecco una parola chiave di “Più lontano di così”, e in generale dei romanzi di Lucrezia Lerro. Dal limo dei ricordi rimossi, dalla nebbia di una storia falsificata ad arte, Leda ritroverà le tracce di una storia inconfessabile. Quella della passione tra il giovane Luigi e sua zia Francesca, donna bella e fragile. Manipolata dal marito, e da quello che probabilmente è stato il suo vero amante, sparerà cinque colpo di pistola contro il nipote. Per mettere una pietra tombale sopra una storia che, nei documenti conservati nell’archivio del carcere di Rebibbia a Roma, può riemergere, al momento giusto, dalla polvere del tempo. Trascinandosi appresso tutta la sua carica perturbante. Perché riuscirà a scompaginare la patina di perbenismo sotto cui ogni famiglia cerca di celare i segreti più difficili da confessare.

Scriveva Francesco Durante, raffinato giornalista e intellettuale sensibile, morto troppo presto, che “la scrittura di Lucrezia Lerro è una miscela esplosiva di candore quasi infantile e di altissima tensione erotica”. Aveva ragione. Ma c’è di più. Perché nei romanzi della scrittrice di Omignano brulica un mondo di ossessioni e sogni, di desideri e pettegolezzi, di cattiverie e sublimi progetti, che è capace di mettere a fuoco il destino dei personaggi, e dei lettori che si riflettono in loro, con appassionata e feroce ispirazione. Spingendosi ancora più in là. Dal momento che la scrittura si rivela viaggio iniziatico sulla strada dell’esistenza. Arcano, potentissimo rito di smascheramento, di disvelamento delle umane traiettorie. Rito, sia chiaro, che è del tutto immaginario. Visto che, a officiarlo, è una sciamana potente come la letteratura.

<Alessandro Mezzena Lona<

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