• 28/10/2019

Samanta Schweblin, le nostre vite spiate dai “Kentuki”

Samanta Schweblin, le nostre vite spiate dai “Kentuki”

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In ogni casa entrano ospiti venuti dall’altrove. Capita di continuo, ed è normale. Basta accendere un computer, attivare un tablet o un telefono cellulare, collegarsi con qualcuno via Skype, videochiamare un amico o uno sconosciuto con Face Time. Il volto, la voce, il rumore di una realtà lontana dalla nostra, riempiranno subito quei silenzi che consideriamo così privati. Intimi. Perché fanno parte della nostra dimensione segreta. Di un territorio che consideriamo inviolabile. Eppure, quelle presenze anomale sono pur sempre amici, parenti, conoscenti. Colleghi di lavoro, occasionali compagni di strada. Qualcuno con cui decidiamo di interagire, per scambiare chiacchiere e informazioni. Ma come andrebbe a finire se entità a noi sconosciuto valicassero il confine privato senza dichiarare la propria identità? Celandosi dietro una telecamera sempre accesa? Al riparo di un occhio elettronico incastonato in un pupazzo dalle sembianze innocue, accattivanti? Rimanendo chiuso, insomma, nel più rigido anonimato?

Non è il sogno di qualche santone catastrofista. E nemmeno l’idea per un sermone di certi profeti dell’antimodernismo. No, è lo spunto geniale da cui parte il nuovo romanzo di una scrittrice argentina. Quella Samanta Schweblin, da Buenos Aires, che i lettori italiani ricordano per altri due suoi libri tradotti tra il 2010 e il 2017: la raccolta di racconti “La pesante valigia di Benavides” e il romanzo “Distanza di sicurezza”. Il nuovo romanzo, invece, si intitola “Kentuki”, l’ha tradotto la torinese Maria Nicola e lo pubblica la casa editrice Sur (pagg. 230, euro 16,50), che da tempo ha spalancato, con grande intelligenza e competenza, una finestra sulla migliore produzione letteraria dell’America Latina.

Si può “avere” o “essere” un kentuki. Dipende se, al momento dell’acquisto, si preferisce portarsi a casa una draghetto, un topolino, un coniglio, oppure un corvo di peluche dentro cui è stata inserita una minuscola telecamera. Oppure se, al contrario, si reputa più interessante fare lo spettatore attraverso gli occhi dell’altrui robottino.

Sembrano giocattoli, teneri e adorabili, entrano nella vita delle persone come semplici presenze meccaniche da compagnia. In breve, i kentuki riescono a raggiungere un successo pazzesco. Tutti li vogliono, perché sono l’oggetto del desiderio di adolescenti e annoiate casalinghe, giovani ragazze inquiete e artisti in cerca dell’ispirazione ormai perduta. Conquistano metropoli come Pechino e Tel Aviv, ma anche centri urbani un po’ più defilati come Zagabria in Croazia, oppure Oaxaca in Messico.

I robottini coperti di morbido peluche non sono invadenti, all’apparenza. Di tanto in tanto abbassano le palpebre (“Si chiese da quanto tempo non vedeva qualcuno con gli occhi chiusi. Anni, forse?”), si mettono in sonno, sulla loro base di ricarica. E non possono fare niente se, chi li ospita nella propria casa, decide di chiuderli fuori dalla stanza da letto, di impedire loro l’accesso al bagno o al salotto dove si guarda la tivù. Eppure, ai loro occhietti elettronici non sfugge niente. Ma l’aspetto più inquietante è: chi si nasconde dietro l’anonima telecamera che tutto riprende? E che uso fa, lo sconosciuto, delle immagini che arrivano dalla vita privata delle persone?

Samanta Schweblin (considerata dalla rivista “Granta” tra i 22 migliori scrittori in lingua spagnola sotto i 35 anni) costruisce il suo romanzo “Kentuki” come una girandola di storie apparentemente slegate tra loro. Ma che, piano piano, finiscono per costruire un gigantesco, perturbante affresco. C’è la casalinga di Lima che segue a distanza le avventure amorose dio una ragazza tedesca con un giocatore di calcio, fino a intessere con lui un morboso rapporto a distanza. C’è un papà, da poco mollato in maniera burrascosa dalla moglie, che prova a mettersi in contatto con l’anonimo guardone del suo topo di peluche, senza mai ricevere risposta. Fino a quando comincia a sospettare che suo figlio sia spiato da un pedofilo. C’è un abilissimo hacker russo che scopre, a distanza, il sequestro di una ragazza da parte di uno strano gruppo di persone. Ma è davvero lei la vittima? Non manca un movimento trasversale di adolescenti che puntano alla liberazione degli spioni giocattolo. Marvin può così affidare a uno dei kentuki salvati dalla schiavitù il compito di raggiungere la Norvegia per permettere a lui, che abita ad Antigua, di toccare per la prima volta la neve. Seppure per interposto pupazzo meccanico.

Cambiando storia a ogni capitolo, imponendo al suo romanzo un ritmo vertiginoso, che impedisce al lettore di staccarsi da questo esplosivo mosaico narrativo, che ha lo stesso fascino di certe irresistibili serie televisive, Samanta Schweblin non fa di “Kentuki” uno scontato sermone sull’eccessiva presenza delle tecnologie nella nostra vita. Perché preferisce costruire un inquieto gioco letterario che ruota attorno alla fascinazione irresistibile di spiare e farsi spiare. Di osservare le vite degli altri per confrontarle alla propria. Di starsene all’ombra dello schermo di un computer, di un telefono, di un monitor che rimanda le immagini di una telecamera remota, a indignarsi, commuoversi, spaventarsi. Lasciarsi cullare da sogni del tutto improbabili.

Il guardare gli altri vivere, senza poter (o voler?) intervenire, diventa detonatore di ossessioni incontrollabili. Come avviene in “Kentuki”, un romanzo in cui Samanta Schweblin non ha bisogno di usare certi facili escamotage narrativi della fantascienza. Nel suo termitaio di storie, infatti, la scrittrice argentina non si lascia mai cogliere dalla tentazione di scivolare verso il thriller, l’horror, lo splatter.  Evita, insomma, gli effettacci, gli scontati cambi di rotta a sorpresa. Perché la vita, vista da vicino, è molto più sorprendente. E tenebrosa. Soprattutto quando ti illudi di essere al riparo dagli occhi degli altri.

<Alessandro Mezzena Lona<

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