• 25/11/2019

Lucrezia Lerro: “L’amore per le parole mi porta a scrivere”

Lucrezia Lerro: “L’amore per le parole mi porta a scrivere”

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“Vivere non è narrabile”, diceva una grande scrittrice come Clarice Lispector. Però, per vivere, bisogna saper raccontare la realtà. Trasfigurandola con la fantasia. Ridandole nuova forma nell’attraversare la selva oscura delle parole. Facendo in modo, insomma, che l’invenzione e la lingua la facciano diventare narrazione. Un racconto che porterà i fatti, le voci, le emozioni e i riti della quotidianità a compiere un raffinato percorso alchemico. Un solve et coagula, da uno stato all’altro. Dalla materia al fantasticare. Come fa, da molti anni Lucrezia Lerro nei suoi romanzi.

Grande amore per le parole e attenzione ossessiva per il racconto sono i due centri di gravità permanente sui quali oscilla il pendolo letterario di Lucrezia Lerro. E chi volesse andare a ripercorrere la sua via alla narrazione, partendo dal romanzo di debutto del 2005, il sorprendente “Certi giorni sono felice”, passando per “Il rimedio perfetto”, “Sul fondo del mare c’è una vita leggera”, “La confraternita delle puttane”, “L’estate delle ragazze”, fino ad arrivare al recentissimo “Più lontano di così”, pubblicato da La nave di Teseo (leggi la recensione su Arcane Storie “Lucrezia Lerro, storie dagli oscuri percorsi del vivere”), si accorgerà che al centro del suo lavoro di scrittrice c’è sempre la forza dell’invenzione, il gusto per la storia compiuta, strutturata, coinvolgente, abbinato a una cura per la lingua che non è fredda, rigida, formale. Ma è sempre capace di suscitare emozione, di evocare suggestioni che spesso vanno ben al di là della pagina.

“Più lontano di così” parte da un dubbio perturbante. Da una domanda che può trovare risposta solo dopo aver affrontato un coraggioso viaggio nella zona oscura delle nostre certezze. Chiede, infatti, al lettore: “Uccideresti un ragazzo di diciannove anni perché ti ama?”. E raccontando la storia di Luigi Linzio, il caporale dell’Esercito che viene travolto dalla passione per sua zia Francesca Rilo, Lucrezia Lerro guarda dritta negli occhi la paura di rispondere che sì, la belva umana può accettare anche di sparare contro un giovane spasimante. Perché dietro quella pulsione omicida si nasconde tutto un mondo di convenzioni sociali da rispettare, di bugie familiari da occultare, di insensibilità, di crudeltà che nessuna morale religiosa, imposta a forza, oppure diventata puro tornaconto, potrà mai tenere al guinzaglio.

Del suo nuovo romanzo “Più lontano di così”, e di tutto il lavoro letterario di Lucrezia Lerro, si parlerà giovedì 28 novembre, alle 18.30 a Palazzo De Grazia di Gorizia, nell’ambito dei “Dialoghi sulle Donne”, il Festival itinerante del Giornalismo e della Conoscenza ideato e organizzato da Renzo Furlano.

“Luigi Linzio esce da una storia vera. Da un fatto di cronaca nera, come racconto nel prologo del romanzo – spiega Lucrezia Lerro -. Il 4 dicembre del 1951 il giovane caporale del XIII Reggimento di Artiglieria di stanza a Roma viene assassinato da una sua prozia, che io chiamo Francesca Rilo con un nome di fantasia. Questo episodio mi ha colpito per ragioni molto personali. Anche perché, nella mia stanza di ragazza, c’era una foto di un ragazzo vestito con un completo grigio, morto giovanissimo in maniera misteriosa. Poi, ovviamente, ogni scrittore prende la realtà e la reinventa attraverso la lingua”.

Quindi è dalle parole che prende corpo l’altro Luigi, quello del romanzo?

“Anche se parte da una storia vera, lo scrittore costruisce e si innamora del proprio personaggio reiventandolo in mille sfumature grazie alle parole, allo stile. Ed è proprio la scrittura a permettergli di capire di che figura si tratta. Quale sarà la sua carne, la sua anima. Ecco, questo è l’aspetto più emozionante e misterioso della scrittura”.

Ogni scrittore segue la propria via?

“Diceva Arthur Schopenhauer che ci sono scrittori di pensiero e di necessità. Io aggiungerei anche quelli che producono libri a tempo perso. Perché non basta la necessità, l’urgenza di raccontare. Prima, bisogna riflettere. Capire bene che cosa si vuole dire esattamente nel proprio romanzo. La scrittura, poi, ti porterà a esplorare mondi sorprendenti. A creare personaggi che andranno ben al di là del confine delle tue parole. E che continueranno a vivere una vita autonoma negli occhi dei lettori”.

Un romanzo, “Più lontano di così”, che ha richiesto molto lavoro?

“Questo romanzo nasce da un lungo lavoro. Ha richiesto tante stesure. Prima, ho tentato di raccontare la storia in un poemetto in versi, ‘La morte di Giuseppe’, uscito poi in una raccolta e in un’antologia. Poi ho provato la via del romanzo facendo dire a Luigi Linzio la propria vicenda in prima persona”.

E com’è andata?

“Ho abbandonato questa idea perché non mi convinceva, e sono passata alla terza persona. Dopo vari tentativi, ho buttato tutto e sono ripartita dall’inizio. Provando a raccontare la storia dal punto di vista della nipote, Leda, perché mi sembrava più interessante. E più affine al mio mondo, alle inquietudini che trovano voce da tanti anni nei miei libri”.

La nipote l’ha convinta?

“Sì, perché ho capito che potevo usare la nipote sia come personaggio, con i suoi pensieri, le emozioni, la voglia di capire la storia, sia come figura ombra su cui proiettare alcune mie inquietudini. Il dolore, per esempio, che è presente in tutti i miei libri, ma anche la voglia di trasformarlo in un andare incontro alla vita con speranza e gioia. Mi sono decisa, insomma, a stringere un patto con Leda. A collaborare. Così, alla fine, il romanzo ha preso una forma convincente”.

Il dolore, la voglia di vivere, hanno tracciato la rotta della sua vita?

“Sono nata nel Sud d’Italia. A Omignano, in provincia di Salerno. La mia è una famiglia molto semplice, che mi ha insegnato le cose più importanti: la generosità, la disponibilità. Però ho faticato molto per tracciare il mio percorso, per diventare una scrittrice. E proprio per questo sono convinta che tutti ce la possono fare, se ci credono, anche quando devono attraversare situazioni avverse. E chi mi conosce sa quante ne ho affrontate io”.

Corinna de “L’estate delle ragazze” deve quasi perdere se stessa per raggiungere il suo sogno…

“Sì, diventa una scrittrice, come desiderava, dopo aver ingaggiato una lotta durissima con sé e con gli altri. Mi piace molto questa possibilità di creare personaggi capaci di attraversare la complessità della vita per, poi, farcela. Spesso i lettori mi chiedono: sono sue le storie che racconta? No, io odio le autobiografie, l’auto fiction. E odio anche i bugiardi. A me interessa la qualità della scrittura, che permette di dare voce a ottime storie”.

Si parte sempre dalla realtà?

“Ogni mio libro nasce dalle storie, dai volti, dalle voci, dai dialoghi, che mi accompagnano ogni giorno. Poi li ripesco nella memoria più recente, o in quella che mi riporta all’adolescenza. E li elaboro, li filtro, attraverso l’invenzione, la precisione della lingua. L’autobiografia la affido ai diari”.

Lei è partita dalla poesia?

“La prima l’ho scritta nel 1989, quando è caduto il Muro di Berlino. Avevo 13 anni. È piaciuta subito, ho vinto un premio. Certo che oggi provo un grande pudore nel definirmi poeta. Perché credo che il settore della letteratura, della poesia, stia vivendo un momento molto confuso. Tanto da disorientare anche chi è dentro questo mondo”.

È una grande scuola di scrittura, la poesia?

“Insegna l’economia del linguaggio. Aiuta a non fare spreco delle parole, a centellinarle. Spiega come mantenere il controllo della scrittura, a non debordare, a non strafare. A non lasciarsi cullare dall’enfasi. Nel 2019 non puoi tentare di scrivere come Alessandro Manzoni. Per questo, credo sia necessario leggere molti scrittori contemporanei. Confrontarsi con i migliori autori del proprio tempo”.

A 13 anni la prima poesia, e poi?

“Ho continuato a scrivere, perché era il mio sogno. A 15 anni ho chiesto a un tipografo di stampare una plaquette con le mie poesie, per poi regalarla. E non mi demoralizzavo nemmeno quando mi prendevano in giro, o se buttavano il mio libretto tra i rifiuti. Anzi, più cercavano di buttarmi giù e più io mi convincevo che quella era la strada giusta per me”.

Le piaceva molto leggere?

“Sono nata in un paese piccolissimo. Al massimo 400, 500 abitanti. Ho studiato sempre molto perché sapevo che l’unica strada per andare via da lì, per realizzare i miei sogni, per emergere, era quella dell’impegno, della serietà, della convinzione in se stessi. Mi piaceva leggere anche perché a scuola ci spronavano a farlo. Partendo dalle fiabe per arrivare ai grandi classici. Il mio punto di riferimento sono sempre stati i libri”.

Ha mai abbandonato la scrittura?

“Mai. C’è stato un periodo in cui scrivevo in maniera forsennata. Ogni giorno, senza tregua. Perché sentivo che la pagina era, in quel momento, il luogo perfetto per me. Certo, c’era anche disagio in tutto ciò. Non riuscivo a trovare, infatti, altre motivazioni forti per affrontare la vita se non quella di aggrapparmi alla scrittura. Studiavo a Firenze, riempivo taccuini e taccuini. Scrivevo ovunque: seduta in treno, davanti ai bar, nelle biblioteche, sui muretti che stanno lungo l’Arno”.

Non si sentiva sola?

“No, perché potrei dire che ero abitata da una forza devastante. Dentro di me c’era il male. Sentivo la necessità di affrontare i problemi post-adolescenziali scrivendo in maniera forsennata. Non è stato un balsamo, un antidoto, riempire migliaia di pagine con le parole. Eppure, mi ha tenuto viva. Se dovessi pensare, adesso, a un racconto su quegli anni, lo potrei intitolare: ‘Viva per scrivere’. Un giorno ho chiuso tutti i taccuini in alcuni scatoloni e li ho spediti a mia madre. Chissà che fine hanno fatto?”.

Nel 2005 il debutto. Come ci è arrivata?

“Vivevo a Roma. Frequentavo un poeta e una scrittrice bravissimi. Ho iniziato a lavorare su una storia di anoressia e bulimia che mi interessava molto. Anche perché mi accorgevo che molte ragazze si lasciavano andare a questi comportamenti esasperati, provocati soprattutto dall’insoddisfazione. Il fatto è che le donne si sentono sempre inadeguate, sia nel campo professionale che in quello sentimentale. Per colpa, soprattutto, di una società fortemente maschilista”.

Sono stati loro a incoraggiarla?

“Nelo Risi ha letto la prima stesura di ‘Certi giorni sono felice’ e mi ha incoraggiata. Così, attraverso la scrittura, ho portato dentro il mio primo libro la storia dolorosa di un personaggio reale, che poi sono riuscita a reinventare mescolando verità e invenzione. Sono uscite quasi subito recensioni bellissime. Ricordo una, in particolare, firmata dallo scrittore Alberto Bevilacqua”.

Scrivere è soprattutto sofferenza?

“Ogni libro nasce da una grande fatica. E, a volte, provoca anche malesseri, fastidi fisici. ‘Più lontano di così’ ho continuato a riscriverlo, modificarlo, correggerlo, fino a quando non avevo più voce. Proprio non riuscivo più a parlare. Perché volevo che quel libro avesse una scrittura perfetta, pulita, tagliente. Con ogni aggettivo, ogni verbo, ogni vocabolo al posto giusto. Evitando le ripetizioni, tracciando una vera e propria mappa delle parole. Ecco, questa che potrebbe essere considerata un’ossessione, per me è l’autentica via alla scrittura”.

Ritornerà alla poesia?

“Io continuo a scrivere poesie. Perché mi aiutano molto ad affinare, poi, il lavoro che faccio nei romanzi. Mi servono a ribadire dentro di me, ogni giorno, la certezza che senza l’amore, la cura per la lingua, non si può essere scrittori. Però, credo che non pubblicherò mai più versi.  Continuerò semplicemente a leggere gli autori che amo: Attilio Bertolucci, T.S. Eliot, Amelia Rosselli, Ingeborg Bachmann, Osip Mandel’štam, Anna Achmatova e tanti altri”.

<Alessandro Mezzena Lona<

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