• 12/01/2020

Basso Cannarsa, la letteratura è un romanzo di volti

Basso Cannarsa, la letteratura è un romanzo di volti

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Bruciare i libri, oggi, non è uno sport molto praticato. Perché c’è un metodo più raffinato e crudele per ricacciare la letteratura nell’angolo più buio della nostra attenzione. Come diceva il grande poeta russo Josif Brodsskij, premiato nel 1987 con il Nobel, nove anni prima della sua morte, basta ignorare i romanzi, i versi. Non leggerli. Escluderli dalle proprie giornate, dalla vita. E subito il Nulla, come nella “Storia infinita” di Michael Ende, inghiottirà ogni singola pagina scritta. Coprendola con la polvere dell’indifferenza. Seppellendola sotto la coltre della non conoscenza.

Ignorare significa dimenticare in fretta quello che non rientra nel nostro orizzonte. Ma allora, per combattere questo grande Nulla, servono proprio i draghi alati del paese di Fàntasia, al centro del romanzo scritto dall’autore tedesco scomparso nel 1995? Oppure gli eroici ragazzini come Atreiu, il protagonista, pronti a sfidare l’impossibile? No, spesso basta un uomo curioso. Un fotografo che si lasci affascinare non soltanto dalle storie contenute dentro i libri. Ma anche da quelle che si portano appresso gli scrittori stessi. E che, molto spesso, lasciano segni indelebili sui loro volti. Ombre, sorrisi, rughe, lampi di luce capaci di rivelare un mondo segreto. Come capita al personaggio de “L’artefice” di Jorge Luis Borges, che proponendosi di tracciare sulla carta il profilo del mondo finisce per delineare le linee del proprio volto. Di se stesso.

Basso Cannarsa è, senza dubbio, un uomo curioso. Sia ben chiaro: non un impiccione. Non uno di quelli che ti bombardano con mille domande. Che non ti mollano fino a quando non sanno tutto di te. No, lui, che è una persona molto discreta, e non dilaga mai nel parlare, soprattutto quando deve raccontare di sé, preferisce stabilire un contatto con lo sguardo. E siccome gli occhi, si sa, sono strumenti meravigliosi ma imperfetti, si fa accompagnare sempre da una macchina fotografica. Per fermare le immagini degli scrittori che incontra in una memoria meno effimera. Più duratura.

Sterminato è, ormai, l’archivio fotografico che Basso Cannarsa, nato a Termoli, in provincia di Campobasso nel Molise, che ha iniziato la sua carriera di fotografo freelance nel 1987, dopo essersi diplomato all’Isef, ha messo assieme in oltre trent’anni di lavoro. Eppure, finora, nessuno gli aveva chiesto di portare almeno una parte di quelle migliaia di ritratti fotografici di scrittori in una mostra. Per fortuna ci ha pensato Claudio Cattarutta, l’anima del Festival Dedica di Pordenone. È stato lui, insieme al critico d’arte Angelo Bertani e all’Associazione culturale Thesis, a mettere assieme, con pazienza e determinazione, una selezione di fotografie dedicate ai grandi protagonisti della letteratura e della scena culturale internazionale.

Ha preso forma, così, la mostra “Ritratti eloquenti”, che resterà aperta nella sala esposizioni della Biblioteca Civica di Pordenone fino al 15 febbraio. E che rappresenta un gustosissimo assaggio di quello che contiene lo sterminato archivio fotografico di Basso Cannarsa. Piccola, affascinante incursione in un mondo di immagini dove l’una è sempre diversissima dall’altra. Perché non cerca l’effetto speciale. Perché non assomiglia mai a quegli scatti che richiedono un’elaborata preparazione. Ore di studio per trovare l’inquadratura giusta.

Nelle foto di Basso Cannarsa, ogni scrittore, ogni artista assomiglia maledettamente a se stesso. E se il critico d’arte e pittore Gillo Dorfles si concede allo sguardo di chi lo osserva con tutte le meravigliose rughe di un uomo che ha continuato a girare il mondo a passo di bersagliere fin oltre i cent’anni, perché non era affatto disposto ad arrendersi allo scorrere del tempo, Annie Ernaux offre all’obiettivo del ritrattista la sua affascinante, disarmante ricerca di un ruolo nella vita e tra le pagine. E se Roberto Bolaño fuma la sua sigaretta, incurante del fatto che a un passo da lui un’occhio di vetro stia registrando ogni suo battere di ciglia, Octavio Paz si propone al clic come il più consumato tra gli attori di Hollywood.

Impossibile non farsi incantare dal pudore di Marilynne Robinson, che concede agli occhi di chi guarda soltanto pochi dettagli del suo profilo, e dalla sfrontatezza del filosofo Slavoj Žižek, che gioca a raddoppiare con le dita la messa a fuoco di se stesso. Difficile non essere ammirati dalla giocosità dello scrittore portoghese António Lobo Antunes, coperto solo da un asciugamano mentre Basso Cannarsa lo inquadra, o dalla meditata disperazione di Primo Levi, il chimico narratore sopravvissuto all’orrore dei lager nazisti, che di lì a pochi mesi avrebbe posto fine alla sua vita gettandosi nella tromba delle scale di casa.

Ogni immagine, ogni ritratto è accompagnato in mostra, e nel bel catalogo che la accompagna, da alcune frasi che caratterizzano il percorso umano e creativo dei diversi personaggi. Così Olga Tokarczuk, la scrittrice psicologa polacca Premio Nobel per la letteratura 2018, autrice di quel capolavoro che è “I vagabondi”, concede all’obiettivo un’immagine di sé, pulita, ordinata, eppure inquieta e controcorrente, che è perfettamente in linea con la sua convinzione che “la letteratura è il modo più sofisticato di comunicare tra esseri umani”. E l’autrice indiana de “Il dio delle piccole cose”, Arundhati Roy, regala al fotografo un sorriso estatico e demistificante perché sa che “sono le storie a scegliere gli scrittori”. E non viceversa.

Basso Cannarsa, che non mette mai se stesso in primo piano, e che con gli scrittori sa creare un’atmosfera di umana complicità, realizza le sue fotografie più belle senza mai rubare più di 15, 20 minuti a chi sarà il protagonista dello scatto. Lo inquadra, dopo aver letto i suoi libri, si informa come raggiungerlo. E, poi, mette in scena una strategia infallibile, che Matteo Codignola, scrittore, traduttore e editor per Adelphi, nel catalogo racconta così: “Aiutandosi con un inglese a metà tra Nadal e Albertone, Basso frastorna l’interlocutore con una serie di particolari poco avvincenti, e comunque incomprensibili – in genere, dettagli di orari e di spostamenti sui mezzi che Basso, non essendo patentemunito, userà per arrivare all’appuntamento. Risultato, l’altro riaggancia senza sapere bene cosa si sia impegnato a fare l’indomani, o fra una settimana. Lo scoprirà sempre più tardi”.

Non c’è burattinaio migliore di quello che non appare mai. Di cui si vedono al massimo le mani, verso la fine dello spettacolo, recuperare i fili delle sue marionette. Ecco, Basso Cannarsa è forse il più discreto e non invasivo tra i fotografi attivi nel mondo della letteratura. Però, quando deve costruire una storia scrutando i volti degli scrittori, dentro l’obiettivo della sua macchina fotografica, ha tutti gli elementi della trama ben chiari in testa. E si vede. Perché le sue immagini sono romanzi di una pagina sola. Narrazioni concentratissime. Che regalano suggestioni, emozioni, tutte da leggere. E interpretare.

<Alessandro Mezzena Lona<

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