• 17/03/2020

Tokarczuk e Concejo, alla ricerca de “L’anima smarrita”

Tokarczuk e Concejo, alla ricerca de “L’anima smarrita”

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Chi non ha letto “I vagabondi” si è perso uno dei libri più belli pubblicati nel terzo millennio. Ma c’è sempre tempo per recuperare. Per esempio, si può avvicinarsi a una grande scrittrice come Olga Tokarczuk partendo da un piccolo libro. O, meglio, da un grande libro che, però, richiede uno sforzo davvero minimo di lettura. Mezz’ora al massimo se ci si sofferma a guardare le splendide tavole disegnate da Joanna Concejo per accompagnare il testo dell’autrice polacca, premiata con il Nobel per la letteratura 2018
.

Diciamolo subito: il libro sembra scritto apposta per accompagnarci in questo drammatico inizio di 2020. Si intitola “L’anima smarrita”, lo firmano Olga Tokarczuk e Joanna Concejo, ma è uscito già un paio d’anni fa pubblicato dalla casa editrice TopiPittori (pagg. 52, euro 24), che adesso lo ripropone. Ha vinto un sacco di premi, dal Bologna Ragazzi al White Raven, dal Prix Sorcières al Must Have.

Protagonista de “L’anima smarrita” è un uomo che lavora molto sodo e troppo in fretta. Sempre di più, sempre di più. E a forza di ripetere lo stesso schema, di impostare la propria vita sulla modalità viaggio con il pilota automatico (dormire, mangiare, lavorare, guidare la macchina, giocare a tennis. E poi, il giorno dopo, di nuovo così, a ritmi frenetici), gli sembra di essere diventato prigioniero di un foglio strappato da un quaderno dove si fanno gli esercizi di matematica. Pieno di quadretti tutti uguali. Allineati. Immutabili nella loro disposizione, uno in fila all’altro.

Una notte, nel corso di uno dei suoi tanti viaggi, quell’uomo si sveglia in una stanza d’albergo. Si affaccia alla finestra, ma non è capace di riconoscere la città in cui si trova. E poi, non ricorda nemmeno il suo nome. Deve trincerarsi dietro un silenzio impenetrabile per non far capire agli altri che prova la sensazione terribile di essere ospite nel corpo di nessuno. Tanto che quando si affaccia allo specchio per controllare il proprio volto, finisce per scorgere soltanto una macchia indistinta.

Quell’uomo ha perso la propria identità. Ha smarrito se stesso. O meglio, si è messo a vivere a una velocità talmente folle che la sua anima lo ha perso. di vista Sudato, stanco morto, ha messo tra sé e la propria fantasia, i sogni, i desideri, le emozioni, una distanza abissale. C’è solo un modo per salvarsi: rallentare. Stare fermo a riflettere. Trovare un posto tutto suo per aspettare che l’anima riesca a raggiungerlo.

E così Jan, questo il nome che ha dimenticato, decide di fare. Trova una piccola casa ai margini della città. E lì, ogni giorno, si limita a stare seduto in poltrona e aspettare. Fino a quando la barba gli arriva alla cintola, i capelli corrono giù per la schiena. Fino a quando il tempo sembra fermarsi. E lui comincia a sperare che l’anima lo possa raggiungere.

Disegnato splendidamente da Joanna Concejo, che usa un tratto pieno di chiaroscuri per dare corpo a questa storia perturbante, capace di ricordare le atmosfere narrative di Franz Kafka, “L’anima smarrita” si propone come una sorta di seguito ideale del viaggio intrapreso da Olga Tokarczuk ne “I vagabondi”. Perché se lì la scrittrice polacca di Sulechóv vedeva nel movimento, nel vagabondare fisico e mentale, nel non essere mai raggiungibili, la forma più sicura di resistenza al Potere, qui si spinge ancora più in là. E ci fa capire che bisogna fare prima i conti con se stessi, per poter poi entrare nella corrente vorticosa del mondo là fuori. Ed essere sicuri di non farsi trascinare via.

Come in ogni storia in forma di favola che si rispetti, l’incipit non può che essere il rassicurante “c’era una volta”. Preceduto, però, da un monito che non si può far finta di non vedere: “Se qualcuno fosse in grado di guardarci dall’alto, vedrebbe che il mondo è pieno di persone che corrono in fretta e furia, sudate e stanche morte, nonché delle loro anime in ritardo, smarrite…”.

<Alessandro Mezzena Lona<

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