• 31/03/2020

Jim Thompson, l’infernale banalità di un poliziotto assassino

Jim Thompson, l’infernale banalità di un poliziotto assassino

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Scrivere, oggi, che Jim Thompson è morto in miseria può suonare come una delle tante bufale che girano sul web. Perché lui è stato uno degli scrittori più sfruttati da Hollywood. e dal mondo del cinema in generale. Basterebbe ricordare che ha collaborato alla sceneggiatura di “Rapina a mano armata” e “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick. E che, in seguito, ha ispirato con i suoi romanzi registi del calibro di Sam Peckinpah (“Getaway!”), Bertrand Tavernier (“Colpo di spugna”), Stephen Frears (“Rischiose abitudini”), Michael Winterbottom (“L’assassino che è in me”). Autore di una trentina di romanzi, lo scrittore nato a Anadarko, Oklahoma, nel 1906 e morto a Hollywood nel 1977, è sempre stato costretto a scrivere a rotta di collo. Per raggranellare quel pugno di euro che gli servivano a vivere. Ma che non gli hanno mai regalato la tranquillità economica.

Il fatto è che, fino agli anni Ottanta, le sue storie sembravano dozzinali. I suoi romanzi, che avevano fatto del genere hard boiled il terreno di caccia preferito di Jim Thompson, venivano guardati dalla critica come grossolani divertimenti per lettori dal palato non troppo raffinato. Adesso invece, che i suoi libro ritornano in circolazione anche in Italia, ci si accorge di quanto acclamati narratori, come il Bret Easton Ellis di “American Psycho, abbiano fatto tesoro della sua lezione. Tanto che Stephen King ha trovato il coraggio di affermare che “prima di Kerouac, prima di Ginsberg, prima di Marlon Brando ne Il selvaggio (‘Ma voi, contro chi vi ribellate?’; ‘Contro di voi!’), di Yossarian in Comma 223, questo anonimo e piccolo romanziere dell’Oklahoma dai capelli rossi catturò lo spirito del suo tempo e lo spirito della seconda metà del XX secolo: vuoto, una sensazione di spreco nella terra dell’abbondanza, di disagio nel conformismo, di alienazione in quella che, sulla scia della Seconda guerra mondiale, avrebbe dovuto essere una generazione all’insegna della fratellanza”.

Il saggio di Stephen King viene riproposto, adesso, in apertura di uno dei romanzi più sconvolgenti e belli di Jim Thompson. Si intitola “L’assassino che è in me”, come l’omonimo film che Michael Winterbottom ha tratto dal libro, con uno straordinario Casey Affleck nel ruolo del protagonista. L’ha tradotto Anna Martini per HarperCollins (pagg. 302, euro 15). Ed è, senza ombra di dubbio, uno dei piccoli, maledetti capolavori che non possono mancare nella biblioteca di ogni lettore disposto a esplorare quella zona grigia che sta tra la normalità e la follia.

“L’assassino che è in me” assomiglia a uno scurissimo diamante non raffinato,. È un libro disturbante, scritto senza rispettare né il galateo né le regole del quieto vivere in società, intriso di un vitalismo malato e di un’ironia urticante, che va assolutamente affiancato a quell’altro piccolo capolavoro di Jim Thompson intitolato “Un uomo da niente”, tradotto da Luca Briasco e pubblicato da Einaudi nel 2013.

Al centro de “L’assassino che è in me” c’è un poliziotto. Lou Ford è figlio di un medico, lo stimano tutti per il lavoro che svolge. Anche perché, quando deve interrogare una persona arrestata, sa fare appello a tutta la sua buona educazione. Alla calma e al rispetto dell’altro, che ha imparato in famiglia. Eppure c’è qualcosa di torbido nel suo passato. Quella che lui chiama “la malattia”.

Sì, perché Lou Ford ha delle fortissime pulsioni di morte. Che si riaccendono quando il suo capo lo incarica di far sloggiare dalla provincialissima e soffocante Central City, in Texas, una donna. Non una tipa qualunque, ma una bellissima puttana: Joyce Lakeland, che si sta mettendo nei guai con Elmer Conway, il figlio, che lei stessa definisce “un fesso fatto e finito”, del vecchio Chester. Uno degli uomini potenti della zona. Ed è lì, nella villetta su Derrick Road, a sei o sette chilometri dalla città, che il poliziotto sente riaffiorare il malsano desiderio di uccidere. E non Sto arrivando! trattenersi dall’ammazzare, costruendo poi attorno al delitto tutta una messinscena per far ricadere la colpa su altri.

Sospettare di un poliziotto è sempre difficile. E anche se il procuratore della contea, Howard Hendricks, qualche dubbio su Lou Ford se lo fa venire, ci pensa lo sceriffo Bob Mapples a difendere il suo ragazzo. Tanto che lui può continuare indisturbato a svolgere il suo lavoro. E a seminare morte.

Il fascino sottile e oscuro de “L’assassino che è in me” sta tutto nella scelta stilistica di Jim Thomson. Lo scrittore, infatti, decide di raccontare le malefatte di Lou Ford in soggettiva. Concedendo a lui stesso il palcoscenico, senza interferire. E lasciando che sia questo poliziotto mediocre, segnato da un’adolescenza su cui ha giganteggiato la figura di un padre premuroso e ambiguo. Un uomo che ha tentato di arginare, di soffocare, ma anche di coprire, quella sua terribile “malattia”, innescata forse dal primo contatto sbagliato e inconfessabile con il mondo del sesso.

E sarà proprio Lou Ford a trascinare chi legge “L’assassino che è in me”, pubblicato per la prima volta nel 1952, quando l’America e il mondo stavano vivendo un clamoroso boom economico legato alla vendita del petrolio, dentro il vortice della sua lucida follia. Costringendolo ad ammettere che l’orizzonte che si spalanca subito al di là della casa del poliziotto non è poi meno inquietante della sua morbosa sete di violenza. Perché è la società stessa, con i suoi compromessi infiniti, le bugie tattiche e il fingere di non accorgersi di tutte le schifezze compiute nel nome del dio denaro, a fare del poliziotto di Central City soltanto una marionetta. Un sicario. Un uomo da niente, proprio come il Clinton Brown dell’omonimo romanzo di Jim Thompson, capace di riassumere in sé la lucida, banale malvagità della società. O dell’inferno come lo intendeva lo scrittore di Anadarko.

<Alessandro Mezzena Lona<

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