• 03/06/2020

Mariantonia Avati, quando l’amore è un tossico passo a due

Mariantonia Avati, quando l’amore è un tossico passo a due

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Avere bisogno di qualcuno non significa essere innamorati. Perché nel concetto stesso di dipendenza, nel vedere chi ti sta vicino come una roccia a cui aggrapparsi, mentre la corrente vorticosa della vita prova a trascinarti via, sta la negazione dell’idea di passione. Dal momento che un sentimento suddito, condizionato dalla paura e dall’incertezza, finisce per trasformarsi in una gigantesca trappola. Innesca incomprensioni, frustrazioni. Poco gradevoli convinzioni che sia sempre l’altro, il punto di forza della coppia, a menare la danza. Approfittando dell’evidente debolezza di chi è costretto a lasciarsi guidare, per paura di perdersi.

Troppo spesso, il ruolo di chi traccia la rotta, in una coppia, tocca alla donna. E quasi sempre quel rapporto di dipendenza ha solo le sembianze dell’amore. Ma, in realtà, affonda le radici nel disagio profondo. Muta, giorno dopo giorno, in malattia. Infetta il corpo e la mente di chi non sa riconoscere nel violento passo a due le stigmate del virus. Come accade a Emma, la protagonista del romanzo di Mariantonia Avati “A una certa ora di un dato giorno”, pubblicato da La nave di Teseo (pagg. 189, euro 17). Seconda prova narrativa per la scrittrice e regista, che nel 2018 ha debuttato con l’intenso, ottimo “Il silenzio di Maria”.

Emma è una donna che non conosce l’amore felice. Perché si porta dentro i ricordi del rapporto complesso tra suo padre e sua madre. Lui un archeologo sempre in giro per il mondo, totalmente preso dal proprio lavoro e da una serie di rapporto clandestini con mai ben identificate amanti, che va a morire durante uno dei suoi frequenti giri in bicicletta. Ammazzato da un camion, sbalzato da un viadotto, anche se il corpo non verrà mai trovato. “Racconta di volermi bene – confesserà Emma – ma non ci credo perché non ha bisogno di vedermi, e quando si considerano i sentimenti pesano più i fatti delle parole”.

Lei, la madre, una donna bellissima, cerca di reagire con dignità alle situazioni imbarazzanti in cui il marito la costringe. E quando gli chiede di essere lasciata, di mettere fine a quel rapporto che non ha più alcun senso, l’archeologo risponde semplicemente “di non fare scenate, di smetterla, di non fare come al solito”. Perché valgono più le apparenze da rispettare, soprattutto in pubblico, davanti agli altri, di quel loro matrimonio che si sta ormai decomponendo.

Quando incontra Luca, Emma ha lasciato alle spalle una storio controversa e importante. Quella con Guido, che riapparirà come i pensieri di cui lei non si vuole liberare,. Che non ha coraggio di cancellare dalla propria testa. Capisce subito che quel ragazzo impegnato a seguire i lavori di ristrutturazione di un appartamento insieme a lei si comporta in maniera strana. La guarda, ma non parla. Sembra corteggiarla, però lascia trascorrere il tempo come se non gli importasse affatto di invitarla a uscire. Di accorciare le distanze.

E quando lui finalmente rompe l’imbarazzante mutismo, Emma si trova coinvolta in una storia complicata. Perché Luca ha un rapporto decisamente ingestibile con la cocaina. E non riesce a smettere di pensare che nulla ha potuto per salvare suo fratello dalla leucemia. Però prova a trasformare la ragazza nella sua ancora di salvezza. Si aggrappa a lei, promette di chiudere con la droga. E ce la fa, perché Emma ha il coraggio di attraversare l’inferno della disintossicazione insieme a lui. Standogli sempre al fianco, anche nei momenti più imbarazzanti e terribili.

Avere bisogno di qualcuno non significa essere innamorato. E quando Emma crede che Luca abbia attraversato, ormai, la parte più difficile della propria vita, dopo che insieme sono riusciti a mettere al mondo un figlio, le fragilità di lui diventano rifiuto. Assumono il sapore di parole violente, umilianti, schifose. Salgono sull’altalena di accessi di rabbia e avversione totale per la donna che gli è stata accanto alternati a improvvisi pentimenti. Tanto da portare Emma fin sull’orlo del baratro. Spingendola a prendere in considerazione il tenebroso consiglio del marito: “Non servi a niente, solo a far diventare le persone infelici… Ma perché non ti butti dalla finestra, fa’ finalmente una cosa utile”.

Il romanzo di Mariantonia Avati non è una di quelle storielle per consolare gli animi candidi. Non assume mai il sapore di certe tirate retoriche, sentite in questi anni, sulle donne vittime di violenza, sul femminicidio, che troppo spesso finiscono in inutili bla bla. No, “A una certa ora di un dato giorno” è un romanzo che non ha paura di guardare la realtà negli occhi. Nemmeno quando verrebbe voglia di abbassarlo, lo sguardo, perché quello che accade fa davvero paura. E schifo.

Luca piange, Luca sviene, Luca ritorna come fosse un agnellino smarrito. Non è finita la loro storia d’amore, assicura, tanto che Emma ci crede. Fino a farsi trascinare dentro una spirale di paura e dolore, di incredulità e nausea, che rende la parte finale di questo romanzo una corsa disperata incontro alla drammatica imprevedibilità della vita.

Mariantonia Avati consegna nelle mani dei lettori una storia forte, tenebrosa e splendida. Perché sa leggere nel cuore dei suoi personaggi senza mai indietreggiare. Senza provare paura. Nemmeno quando i loro pensieri, le parole che dicono hanno la tossicità del veleno, il colore delle tenebre, l’odore sgradevole di qualcosa che sta marcendo.

Come nel “Silenzio del sabato” era andata a cercare Maria nel momento in cui suo figlio Gesù stava per essere inchiodato sulla croce, ridandole la parola, infrangendo quella barriera di invisibilità dietro cui l’avevano fatta sparire i testi sacri, interpretando tutto il dolore e la forza della sua ribellione, così in “A una certa ora di un dato giorno” riesce a entrare nel cerchio magico di un donna qualunque. Una delle tante disposta a credere nell’amore costruito sulle sabbie mobili. Anche se le esperienze fatte le urlano di non fidarsi. Di non cadere in quel tranello.

Ma è proprio lì, nella meschinità dell’uomo che si aggrappa a lei, nel suo scommettere quasi fino al paradosso di poterlo salvare, nelle umiliazioni che dovrà subire fino in fondo, che Emma troverà il vero senso del suo vivere. Del tutto diverso da quello dei cartelloni pubblicitari sparsi in giro per le città del mondo. Delle immagini piene di gente bella, troppo bella e felice. Perché quelle sono persone che esternano “un tipo di contentezza che non esiste”. Mentre “la sofferenza è la condizione più diffusa, la più umana, quella che pareggia tutti, la sola democratica”.

Quando Emma scoprirà se stessa, allora sarà pronta a vivere davvero. Perché rinuncerà, scrive Mariantonia Avati, a tutti le persone che si aggrappano a una parola orrenda: io. E te la sbattono in faccia, illudendoti che accanto a loro ci sarà un posticino anche per te.

<Alessandro Mezzena Lona<

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