• 07/07/2020

Miss Rosselli, l’incandescente sincerità della poesia

Miss Rosselli, l’incandescente sincerità della poesia

Miss Rosselli, l’incandescente sincerità della poesia 1024 576 alemezlo
Aveva davanti a sé una sequenza infinita di giorni, Amelia Rosselli. Settimane, mesi, anni interi, prima di spalancare la finestra della luminosa mansarda di via del Corallo 25, a Roma. E lanciarsi nel vuoto. Per smettere di farsi tormentare dalle voci, dai sospetti, dalle visioni paurose che la seguivano da troppo tempo. Per sfuggire allo sguardo indagatore dei mille uomini biondi, silenziosi, sfuggenti, che lei era sicura fossero spie della Cia. Sicari che scrutavano ogni sua mossa, ed erano pronti a toglierle la vita al momento giusto. Come era accaduto a suo padre Carlo, ispiratore del socialismo liberale e fondatore di Giustizia e Libertà, a suo zio Nello. Colpiti da raffiche di proiettili, e poi finiti a coltellate, il 9 giugno del 1937 in Francia, a Bagnoles-de-l’Orne, da un gruppo di fascisti affiliati alla formazione eversiva Cagoule. Su mandato dei servizi segreti fascisti e di Galeazzo Ciano.

Aveva davanti a sé un tempo infinito, Amelia Rosselli. Quando scrisse quei versi che raccontano, sui di lei, più di qualsiasi approfondita biografia: “Cara vita che mi sei andata perduta / con te avrei fatto faville se solo tu / non fosti andata perduta”. Era il 1967, di anni ne aveva appena 37. Eppure lei, che Sandra Petrignani descrive “aureolata di una bellezza diafana, di un modo d’incedere principesco, di una stravaganza sfuggente e ridanciana”, sapeva che il suo percorso era già segnato da troppi lutti, da troppi cambi di casa, di lingua, di Paese, da un’infelicità che pesava sulle sue spalle come il mondo su quelle del titano Atlante. Sarebbero passati altri 29 anni, prima che l’11 febbraio del 1996 l’autrice di testi straordinari come “La libellula”, “Serie ospedaliera”, “Impromptu”, “Diario ottuso”, “Sleep”, volasse oltre l’orizzonte della finestra di casa. Per chiudere i conti con quella vita “andata perduta” per sempre.

Oggi, Amelia Rosselli è venerata come una divinità della poesia, della letteratura. Ed è sempre più difficile accostarsi alla sua figura senza suscitare la gelosia di qualcuno. Ma Renzo Paris, che di lei è stato amico verso per lunghi anni, è riuscito a far rivivere il mondo dei suoi dolori e delle poesie, dei sospetti e delle storie d’amore, del lungo cammino con i turbamenti della malattia e del crescente successo di critica, di pubblico, per i versi e i testi che andava scrivendo. Da questa immersione totale nel mondo di Melina, come veniva chiamata da chi le voleva bene, è nato un libro prezioso: “Miss Rosselli”, pubblicato da Neri Pozza (pagg. 237, euro 18).

“Miss Rosselli” non è una biografia di quelle costruite tra montagne di libri da consultare e approfondite ricerche d’archivio. No, a Renzo Paris non interessava scrivere un testo di quel genere. Lui che ha pubblicato libri di poesie come “Album di famiglia”, romanzi come “Cani sciolti”, “La croce tatuata”, “La vita personale”, e si era già cimentato con il genere della biografia romanzata affrontando personaggi come Alberto Moravia (“Una vita controvoglia”), Ignazio Silone (“Il fenicottero”), Pier Paolo Pasolini (“Ragazzo a vita”), si è deciso subito per un lungo viaggio nei ricordi. Quelli propri e di chi ha conosciuto bene la poetessa. Per mettere assieme un sommesso coro di voci, di testimonianze, spesso incerte se non addirittura contraddittorie, che tracciasse con pennellate precise, eppure delicate, mai forzate, il ritratto di una donna enigmatica e geniale. Sempre in cerca d’affetto, eppure assai facile alla scontrosità. Di una stravaganza sfuggente e ridanciana, capace di raccontare di sé “senza reticenze, con la sincerità incandescente che hanno i poeti”.

Nata a Parigi, cresciuta all’ombra di un papà troppo coinvolto dal suo progetto politico per trascorrere un po’ del suo tempo in famiglia, e da una mamma di origine inglese, Marion Catherine Cave, nevrotica e incapace di amare veramente quella figlia così ribelle e irrequieta (anche se poi Amelia per lunghi anni si farà chiamare con il nome della madre, scomparsa anche lei troppo presto dalla sua vita, e ne imiterà la pronuncia, il portamento elegante e seducente), Amelia Rosselli ha attraversato la cultura italiana del ‘900 come un visitatore arrivato da una realtà parallela. Con il suo accento straniero, rimarcato da una erre molto aristocratica, tormentata presto dai fantasmi della sua mente, che proiettava l’ombra dei “cagoulards” assassini sul palcoscenico di un’Italia tentata dalla deriva autoritaria del golpe Borghese e dallo strisciante potere di logge massoniche deviate come la P2, di servizi segreti deviati, ha saputo fare della sua poesia una personalissima testimonianza. Sempre in equilibrio tra la tentazione sperimentale della neoavanguardia e l’umana cerca di uno stile personale, inimitabile. In cui la sua taciuta schizofrenia, che lei mascherava da”morbo di Parkinson”, potesse dialogare con la vita reale. E con la sua straordinaria interiorità.

Capace di zittire la folla di giovani contestatori, profeti del “cioè” e di un impegno politico da figli di papà, come diceva Pasolini, nel Festival dei poeti di Castelporziano nel 1979, diventata troppo in fretta oggetto di quella che Franco Fortini definiva “equivoca mitizzazione” di chi leggeva i suoi versi senza capire tutto quello che realmente esprimevano, Amelia Rosselli esce dalle pagine di Renzo Paris in tutta la sua fragile, scontrosa, profonda e fiammeggiante originalità. Perché il libro non fa pettegolezzi sulla sua urgenza di amare uomini che le avrebbero regalato soltanto delusioni, da Renato Guttuso a Mario Tobino (“io che bruciavo di passione / estinta la passione nel bruciare”). Non calca la mano sul deludente rapporto con il cugino Alberto Moravia, incapace di affrancarsi dal suo ambiguo atteggiamento nei confronti del fascismo anche dopo il barbaro massacro dei fratelli Rosselli. Non nasconde quanto difficili fossero i rapporti di amicizia con lei, tanto da creare reazioni durissime anche da parte di giovani scrittori e poeti come Dario Bellezza, che per un periodo aveva abitato a casa sua.

Nell’evocare lo spirito di Amelia Rosselli, Renzo Paris, confessando per la poetessa un’amore mai consumato, eppure capace di emozionarlo ancora oggi, si è messo in ascolto. Come se trascrivesse il resoconto di una lunghissima seduta spiritica. “Dove voci e spettri – scrive – si sono alternati, come nella mia infanzia”. Muovendo il bicchierino nella caccia alle ombre sulla tavola Ouija, ha stabilito in qualche modo un canale di comunicazione con il regno del mistero. Per riportare in vita la “magica poetessa del Novecento”.

Sopra tutto, in “Miss Rosselli” riecheggia la forza del suo essere, delle parole scritte. Il fascino di versi umanissimi e originali: “Nata a Parigi travagliata nell’epopea della nostra generazione / fallace. Giaciuta in America fra i ricchi campi dei possidenti / e dello Stato statale. Vissuta in Italia, paese barbaro. / Scappata dall’Inghilterra paese di sofisticati. Speranzosa / nell’Ovest ove niente per ora cresce”.

Quello spirito di fuoco che animava Amelia Rosselli, come lo chiama Renzo Paris, si sarebbe infranto contro il selciato di via del Corallo 25. Perché, ormai, non c’era più niente e nessuno che potesse mettere in fuga le ombre della sua inquietudine: “Ho freddo oggi e non so perché nel / cuore si setaccia una nuova attitudine: / quella di infischiarsi del domani: ma / non è vero che il domani sia sicuro / e non è verro che l’oggi è calmo”.

<Alessandro Mezzena Lona<

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