• 18/07/2020

Remo Rapino: “Il mondo raccontato da un cocciamatte”

Remo Rapino: “Il mondo raccontato da un cocciamatte”

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Dare voce a chi non ha voce. È sempre stato un imperativo categorico, quasi un mantra, per Remo Rapino. Fin da quando ha iniziato a insegnare Storia e Filosofia nelle scuole. Perché lui, il professore di Lanciano, la cittadina della Val di Sangro in Abruzzo, crede fermamente che sia affascinante leggere i grandi fatti del divenire del tempo attraverso le vite, le testimonianze, le illusioni di persone mai entrate nei libri. Considerate facce anonime e indistinguibili nell’ammassarsi di una folla.

Poi, è arrivato per Remo Rapino il momento di scrivere il suo primo romanzo. Dopo molti anni passati a vincere premi, anche importanti, dedicandosi alla poesia. E quale protagonista migliore poteva trovare per il suo “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, pubblicato da minimum fax (pagg. 268, euro 17), se non un “cocciamatte”? Lo scemo del villaggio che tutti scherniscono, fin da bambino. E che si aggira strambo e irregolare tra gli avvenimenti grandiosi e terribili del ‘900. Fino a veder sorgere il terzo millennio. Prima di chiudere i conti con la vita.

E quel pazzerello di Bonfiglio Liborio ha fatto centro al primo colpo. Tanto da entrare nei 12 romanzi selezionati per lo Strega 2020, conquistare un posto nella cinquina dei finalisti al Premio Campiello (dove sarà tra i protagonisti della serata finale sabato 5 settembre in piazza San Marco a Venezia) e ritrovarsi tra i possibili vincitori anche del Premio Napoli.

Ma la forza di “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” non sta solo nel suo personaggio, stralunato e delizioso, eccessivo e tenero, pirotecnico e tormentato da un’inguaribile solitudine. Perché Remo Rapino ha voluto inventare per il suo protagonista una lingua del tutto originale. Che fosse credibile e al tempo stesso creativa, visto che a raccontare in prima persona le storie e la Storia è sempre il “cocciamatte”. Capace, insomma, di dare forma ai pensieri coloratissimi e strampalati di un personaggio del tutto originale. E di tutte le figure che lo affiancano: dall’amato maestro Romeo Cianfarra, che gli farà scoprire il libro “Cuore” di Edmondo De Amicis, al suo amore impossibile Giordani Teresa, dallo psichiatra Mattolini Alvise al suo amico del servizio militare Venturi Ermes. Senza dimenticare la maitressa donn’Assunta, gli amici operai della Ducati o la Sordicchia, l’ultima donna capace di regalargli un po’ di calore umano.

Trascinandosi appresso quell’impasto di parole fatto di dialetto e italiano storpiato, detti comuni e brandelli di poesie imparate a scuola, espressioni colorite e storpiature, Bonfiglio Liborio attraversa la propria vita, e quella del ‘900, fino a scavallare nel terzo millennio, cercando di essere come gli altri Dal 1926, l’anno della sua nascita, fino al 2010, questo prototipo dell’emarginato, di chi non fa storia, di chi non ha mai voce sul palcoscenico degli eventi, lo sciroccato del paese alterna fallimenti e rivincite, delusioni e sogni, amori improbabili e dolori, incontri importanti e sberleffi. Collezionando “segni neri”, ma dando anche prova che “mica è tanto matto sto mezzo matto di Bonfiglio Liborio“.

Il candore, la fortissima fragilità di Bonfiglio Liborio incantano. Come incanta la lingua del suo racconto, così terragna, sporca, sgrammaticata, del tutto diversa da quella immaginifica e colta di certi signori intellettuali come Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi, Stefano D’Arrigo. Eppure, umanissima, efficace, indimenticabile. Tanto che, dopo poche pagine, viene voglia di lasciar perdere il Glossario in fondo al libro. Per lasciarsi cullare dalla musicalità sghemba del racconto del “cocciamatte”. E immergersi totalmente in quel profluvio di parole. Dove i punti e le virgole sono contati. Dove il testo con concede mai un rientro a capo.

Bonfiglio Liborio, come io lo racconto, in realtà non esiste – spiega Remo Rapino, per molti anni professore di Storia e Filosofia nei licei -. O, meglio, si incarna in tanti personaggi vissuti nella mia città, Lanciano, che mi hanno aiutato poi a creare il personaggio del romanzo. Gli eventi raccontati sono veri. li ho vissuti io stesso. Penso al periodo del servizio militare, agli anni dell’Università a Bologna, anche a certe esperienze di lavoro. E poi, devo moltissimo ai racconti di mio padre”.

Che cosa le raccontava?

“Le pagine dedicate alla Resistenza, l’insurrezione della mia città contro i tedeschi. Ho cercato di raccontare i fatti ricordando proprio le parole precise di mio padre. Poi, nell’ultima parte, quando ci avviciniamo agli anni Duemila, il personaggio di Liborio diventa più autonomo e si sgancia dai ricordi. Le pagine della sua esperienza in manicomio le ho scritte con grande emozione. Come sempre accade, i fatti di un libro spesso sono reali ma reinventati dall’immaginazione. Questa è la grande forza della letteratura”.

Perché ha scelto per protagonista un “cocciamatte”, un emarginato?

“Sono partito da un verso di Fabrizio De André. Che poi si ispira a una delle splendide pagine dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, in cui il protagonista è Frank Drummer. Nella canzone ‘Un matto’ dice: ‘E luce del giorno si divide la piazza tra il villaggio che ride e te, lo scemo che passa’. Io ho deciso di stare dalla parte della piazza dove c’è Bonfiglio Liborio, il cocciamatte. Lui non solo racconta la propria vita, ma dicendo di se stesso si specchia negli avvenimenti di un secolo. Nella Storia. Ci sono la guerra, la Resistenza, l’emigrazione dal Sud al Nord, la rivoluzione di Franco Basaglia che ha fatto chiudere i manicomi, l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001″.

È un testimone della realtà vista dai margini?

Liborio viene dalla periferia dell’esistenza. Per questo mi piace. Ho insegnato Storia e Filosofia per molti anni. E mi ha sempre affascinato il gusto di certi studiosi del ‘900 di concentrarsi sulla marginalità. Su personaggi e fatti apparentemente minori. Perché hanno dimostrato a tutti noi come si possano raccontare gli snodi di un periodo storico importante attraverso gli occhi di un mercante, un eretico, un contadino, un soldato di ventura”.

Liborio diventa la voce di una controstoria?

“Ci fa ascoltare voci, opinioni, che la Storia ufficiale spesso non registra. È un personaggio che mi porto dentro da parecchio tempo. Prima era protagonista di un poemetto, scritto nel 1998, che partecipò al Premio Teramo attorno al 2005. Non ricordo se fu Raffaele Nigro o Giuseppe Pontiggia a dirmi: perché non lo sviluppi e gli dai il respiro di un romanzo? Sono passati più di dieci anni e finalmente ce l’ho fatta”.

Ha lavorato tanto sul testo?

“Ci è voluto un po’ di tempo soprattutto pere trovare i fatti da raccontare, che si adeguassero meglio alla psicologia del personaggio. Ma quello che mi ha impegnato di più è la lingua del romanzo. In pratica l’ho inventata proprio per questa storia, contaminando l’italiano con molte parole prese in prestito dal dialetto di Lanciano. E mescolando al tutto anche termini della parlata medievale, che non si usano più. Alla fine del romanzo ho messo assieme un Glossario per aiutare il lettore a orientarsi meglio nell’impasto linguistico”.

In Abruzzo si parlano dialetti molto diversi tra loro?

“Certo. Il dialetto de L’Aquila è molto diverso da quello della costa. Che, a sua volta, si differenzia in tre grandi gruppi. Poi, se scendiamo ancora più a Sud la parlata diventa più simile a a quelle del Molise e della Puglia. Io il dialetto lo parlo da sempre. A scuola, mi divertivo a spiegare agli studenti Cartesio, Kant, o qualche altro pensatore, con le parole della mia terra”.

Impossibile far scrivere un diario immaginario a Liborio con una lingua troppo forbita?

“È proprio questo il punto. Il mio romanzo è come un diario scritto da Liborio stesso. Lui racconta la sua vita in prima persona. Dice io. E allora, mi sono chiesto, in che lingua devo farlo parlare? Non certo in un italiano perfetto, da professore. Così, ho inventato questa scrittura gergale. Lui parla e racconta come pensa. In fondo, lo scemo del villaggio dice e ripete sempre le stesse cose per riaffermare il suo diritto di fare parte della comunità. Di essere uno tra tanti. Normale, insomma”.

Questa voce mette in scasso l’esistente, ridefinisce la realtà?

“Questo è il fascino della follia. Un matto rilegge quello che accade attorno a lui filtrandolo con la propria sensibilità esagerata. E ridefinisce l’esistente in termini che potremmo definire ancora più umani. Anche a scuola, nelle lezioni di Storia, cercavo sempre di spiegare ai ragazzi che non ci sono solo gli imperatori, i papi, i grandi condottieri. Spesso, le anime semplici lasciano il segno su un’epoca in maniera ancora più interessante”.

Selezionato per lo Strega, finalista al Campiello. Perché ha aspettato tanto a scrivere un romanzo?

“In realtà, nel 2012, avevo già pubblicato un libro di racconti. Ma ‘Esercizi di ribellione’ era uscito per un piccolo editore: Carabba. Ho scritto molte poesie, vincendo anche premi importanti. Però vivo nella periferia d’Italia. E poi, sono un uomo riservato, forse anche un po’ pigro. Adesso, però, minimum fax mi ha organizzato un sacco di presentazioni. Ho girato molto e vedo che Bonfiglio Liborio piace ai lettori. Proprio da poco è arrivata la notizia che sono stato selezionato anche per il Premio Napoli”.

Ha insegnato fino al 2013. Che bilancio fa di questi anni trascorsi a scuola?

“Un bilancio più che positivo. Credo che sia reciproco il regalo che professori e studenti si fanno dal punto di vista non solo della conoscenza, ma anche delle esperienze di vita, del rapporto umano. Adesso, molti miei allievi sono diventati professionisti, assessori in qualche comune, e mi invitano a presentare il romanzo. Se non ho sbagliato i conti, dalle mie classi sono passati più di quattromila ragazzi”.

Quando ha scoperto che le piaceva scrivere?

“Mio nonno, che era un semplice muratore, mi ha trasmesso la passione per la lettura. Poi, piano piano, suggestionato dalla forza dei grandi romanzi, ho cominciato a pensare che mi sarebbe piaciuto scrivere delle storie. Dopo aver seminato appunti, abbozzi di racconti, tentativi diversi insomma, alla fine degli anni ’80 ho partecipato a un concorso di poesia, che prevedeva la pubblicazioni dei versi vincitori. Ed è andata bene. I romanzi? Fino a un certo punto mi sembrava molto difficile riuscire a scriverne uno davvero bello. E invece…”.

<Alessandro Mezzena Lona

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