• 30/09/2020

Pupi Avati, il Signor Diavolo fruga negli archivi

Pupi Avati, il Signor Diavolo fruga negli archivi

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I romanzi di Pupi Avati sono così. Cominci a leggerli e pensi: mi fermo quando voglio. Ma poi, pagina dopo pagina, lo scrittore che al cinema è considerato un maestro del racconto per immagini ti frega sempre. Perché è impossibile abbandonare il libro. È come se la storia avesse il potere di incatenare il lettore alla sedia. È come se il nostro amato-dannato narratore avesse venduto l’anima a Shahrazād, figlia e al contempo moglie del re persiano Shahriyār, l’unica donna che, nel capolavoro fluviale delle “Mille e una notte”, riesce a placare l’ira del sovrano tradito da una delle sue consorti. E da lei avesse imparato l’arte sottile di catturare mente e cuore di chi è lì per intraprendere un viaggio fatto di parole, invenzioni, sorprendenti rivelazioni.

Non è la prima volta che Pupi Avati ricorre alla sua ipnotica bravura di raccontatore. Lo sa bene chi ha letto l’autobiografia “La grande invenzione”, ma soprattutto i romanzi pubblicati nel 2015 e 2018 “Il ragazzo in soffitta” e “Il Signor Diavolo” (di cui si è parlato su questo blog Arcane Storie il 3 marzo del 2018 nell’articolo “Pupi Avati, un delitto del diavolo (probabilmente)”. E visto che Pupi Avati non ha mai smesso di dichiararsi innamorato del cinema, l’anno scorso il libro è diventato un. film omonimo (vedi su Arcane Storie il 23 agosto 2019 “Pupi Avati e il Signor Diavolo in laguna (ma sarà proprio lui?”.

Bello il romanzo, pieno di suggestioni e di splendide visioni il film. Tanto da confermare, entrambi, che Pupi Avati è sempre stato l’autore italiano più credibile nel raccontare storie inquietanti. A partire dai tempi de “La casa dalle finestre che ridono”: stiamo parlando del lontanissimo 1976. Ma non basta ancora. Perché quel benedetto “Signor Diavolo” aveva lasciato alcuni punti in sospeso. E allora ecco che il regista-scrittore si è rimesso a fantasticare. Mentre progettava nuovi film, ha ripercorso le tracce del suo libro. E ha trovato una formula per proseguire quel viaggio narrativo. Immaginando un sovrapporsi di voci, di testimonianze, di nuove rivelazioni e vecchi sospetti. Un lungo racconto, insomma, che ancora una volta sfida il lettore come se gli dicesse: prova a mollarmi prima che io sia finito.

C’è ancora lui, l’angelo caduto, il Male assoluto della tradizione cristiana, ad allungare la sua inquieta ombra sul titolo del romanzo. E “Gli archivi del Diavolo”, pubblicato dalla casa editrice Solferino (pagg. 267, euro 16) riporta lo sguardo su quel pezzo di provincia italiana sospeso tra il Veneto e l’Emilia dove, negli anni ’50, il potere della Chiesa cattolica e della Democrazia Cristiana poteva mettere il silenziatore agli scandali più rumorosi. Come la vicenda tenebrosa che travolge un ragazzino, Carlo, convinto da un sacrestano e una suora che il Male si sia impossessato del figlio di una delle famiglie più antiche e stimate di Venezia. E che lì, a Lio Piccolo, una minuscola parrocchia dispersa nel tranquillo Polesine, il Male vada fermato prima che si trasformi in un dilagante contagio.

“Gli archivi del Diavolo” parte da lì. Dalla scoperta, sotto il pavimento della chiesa di Lio Piccolo, del cadavere di un uomo. Morto in maniera atroce, perché qualcuno lo ha fatto scendere in quella sorta di catacomba per abbandonarlo lì e, poi, richiudere la pesante lastra del pavimento. Per don Stefano Nascetti, ritrovare il corpo senza vita contribuisce soltanto a complicare la sua già intricata situazione personale. Il Patriarca di Venezia, infatti, ha caldeggiato il suo trasferimento in quel buco di parrocchia dispersa nella campagna veneta dopo che il sacerdote è diventato oggetto di indagine per la morte di una donna che lui aveva confessato per un po’. E dato che l’ipotesi di suicidio viene trasformata presto dal magistrato in un’accusa di omicidio, meglio che il giovane chierico si tolga per un po’ dalla circolazione.

Ma il Signor Diavolo non si arrende di certo davanti a un trasferimento. E mette subito sulla strada del giovane, ansioso e insicuro pretino una giovane maestra dal sorriso malandrino. Che, guarda caso, si chiama Silvana proprio come la parrocchiana finita appesa al termosifone di casa, con il collo spezzato da un misterioso assassino. Se non bastasse,, don Stefano Nascetti si trova pure al centro di un complicato e torbido gioco di potere. Che coinvolge il questore Carlo Sanjust, pronto a vendicarsi del sacerdote fin da quando lui lo aveva scoperto intento in un improbabile commercio carnale con la sua amata mamma.

Quando i periti anatomopatologi riconoscono nel cadavere dell’uomo sepolto sotto la chiesa di Lio Piccolo il funzionario ministeriale Furio Momentè, mandato nel Polesine da un sottosegretario democristiano preoccupato che i comunisti vogliano ritorcere contro di loro la scabrosa storia del ragazzino plagiato dalla Chiesa fino ad ammazzare un suo coetaneo, la storia prende una piega assai inquietante. Anche perché il medesimo Furio Momentè risulta ancora in servizio nell’archivio del ministero a Roma. In una sorta di antro dove non entra mai nessuno, se non lui.

Negli “Archivi del Diavolo” Pupi Avati si diverte a inserire anche un romanzo nel romanzo. Quello che sta scrivendo uno dei sorveglianti notturni del ministero, Franco Ciani, affascinato dalla storia dello scrittore russo Nikolaj Gogol’. Si dice, infatti, che l’autore delle “Anime morte” fosse stato seppellito in stato di morte apparente e che, in seguito, la sua testa sia stata trafugata dalla tomba e mai più ritrovata.

Maestro del dialogo, Pupi Avati tesse una trama intricata e appassionante, con tanto di note biografiche dei personaggi coinvolti, dove dimostra tutta la sua bravura nel raccontare figure e luoghi con forza visionaria e grande attenzione per il dettaglio. Al punto che, leggendo i suoi “Archivi del Diavolo”, viene da chiedersi: ha già pensato di sottoporre i due romanzi sulfurei allo staff di Netflix? Ne salterebbe fuori la prima vera serie tv made in Italy capace di calamitare milioni di spettatori.

Intanto, noi lettori ce lo godiamo così, questo Signor Diavolo. Fatto di parole e inquietudini tutte da immaginare. Aspettando che arrivi il pezzo mancante della trilogia.

<Alessandro Mezzena Lona

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