• 14/03/2022

Lucio Saffaro, la conoscenza è creativa

Lucio Saffaro, la conoscenza è creativa

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Non ha mai avuto un maestro, Lucio Saffaro. E nemmeno un discepolo. Scienziato concreto e razionale, dotato di fantasia e immaginazione al pari degli artisti più ispirati, ha saputo costruire un ponte tra due mondi apparentemente lontanissimi: la scienza e la pittura. Come gli antichi alchimisti, ha cercato senza sosta la via maestra che porta dritta alla conoscenza, seguendo le traiettorie della creatività.

Era il 3 maggio del 1992 quando sulle pagine culturali del quotidiano “Il Piccolo” usciva una mia lunga intervista a Lucio Saffaro. Nato a Trieste il 12 Luglio del 1929, sarebbe morto sei anni più tardi in quella che considerava la sua seconda patria: Bologna. Tra gli scienziati, veniva visto come un personaggio unico. Negli ambienti artistici, pure. Prova ne sia che il matematico-pittore ha sempre svolto il suo lavoro di ricerca, al computer come sulla tela bianca, in perfetta solitudine.

Molte sono state le mostre che hanno proposto la personalissima via di Lucio Saffaro all’arte. Lui non si stancava mai di raccontare come aveva preso forma questa doppia fascinazione per la razionalissima via ai calcoli matematici e alla liberissima creazione di figure disegnate, dipinte. Adesso, la sua città natale gli dedica un’ampia retrospettiva intitolata “Ritorno a Trieste. Lucio Saffaro tra arte e scienza”, che resterà aperta fino al 26 Giugno al Magazzino 26 nel Porto Vecchio (da mercoledì a domenica 10-14 e 16-20. Chiuso lunedì è martedì). La mostra curata da Claudio Cerritelli, con la collaborazione scientifica di Gisella Vismara, è promossa dalla Fondazione Lucio Saffaro con il Comune di Trieste e la Regione Friuli Venezia Giulia e organizzata da Villaggio Globale International.

In esposizione si possono vedere 36 quadri a olio, 35 litografie e 16 disegni. Dalle prime tele quasi oniriche del “Magnifico signore”, del “Concerto”, di “Inquietudine” e “Il modulo”, fino alle ultime investigazioni prospettiche. In cui i poliedri assumono un ruolo centrale quali forme “che pongono quesiti non di natura matematica, ma piuttosto esistenziale”. Tra questi, “La stella di Origene” e “Il dodecaedro paolense”.

Così, Lucio Saffaro rispondeva, con grande lucidità e disponibilità, alle mio domande nel 1992.

Dove stanno le radici della sua famiglia?

“L’antenato più lontano a cui mio nonno riuscì a risalire era persiano, sbarcò alla fine del Seicento a Trieste. Si sposò ed ebbe un figlio: quell’Antonio Saffaro che ha dato vita al filone triestino della mia famiglia”.

Arte e scienza: come è iniziato il suo cammino?

“Quello per la matematica è stato un interesse abbastanza precoce. A dodici, tredici anni, già riempivo i quaderni di lavoretti letterari, con una struttura scientifica. Poi, questa passione si è concretizzata in una laurea in fisica pura, con una tesi sui calcolatori elettronici che ho conseguito all’Università di Bologna”.

Bologna è diventata la sua seconda casa?

“Di più. Bologna, per me, è diventata una seconda patria. Da allora, è come se avessi vissuto una doppia vita. A Trieste ho continuato a ritornare, e non solo in occasione delle numerose mostre personali”.

Piano, alla pittura non eravamo ancora arrivati…

“Mi sono avvicinato all’arte contemporanea con spirito critico. In principio, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, amavo molto gli artisti ‘rivoluzionari’: Pablo Picasso, Paul Klee, Vasilij Kandinskij, erano i miei preferiti. Tramontato l’entusiasmo giovanile, ho cominciato a vedere la debolezza di questa linea pittorica”.

Perché?

“Non propone delle strutture nuove. Certo, incarna la rivolta contro i vecchi canoni dell’arte, un distacco radicale dal passato. Ma da un’opera pittorica si chiede qualcosa in più. Penso a certi quadri antichi, alle pale d’altare. A dare linfa a quei capolavori c’è un sistema di pensiero che vale quanto la teoria della relatività di Albert Einstein. Mi viene in mente il presepe del Moretto, custodito a Brescia: opera di una grandiosità incredibile. E dire che il pittore lombardo non viene annoverato tra i grandi maestri italiani”.

Criticare gli altri è un modo per imparare?

“In un certo senso sì. Ricordo un grande architetto che soleva dire: ‘Non si può parlare di architettura in modo astratto. Se vedo un edificio che non mi piace, prendo carta e matita e lo disegno a modo mio’. Inconsapevolmente credo di aver deciso di dedicarmi alla pittura per criticare l’arte moderna. Ma dal di dentro. Misurandomi, cioè, in prima persona con la tela bianca”.

Com’erano le sue prime tele?

“Chiaramente non astratte. Però, già nei primi quadri, c’erano degli elementi di carattere matematico. Le figure umane che disegnavo avevano connotati geometrici. Non facevo, per dire, braccia, gambe e un volto, ma piramidi deformate. Poliedri”.

Lucio Saffaro scienziato e artista viaggiavano su binari paralleli?

“Nei primi anni Cinquanta sì. Arte e scienza erano due campi d’interesse ancora distanti, paralleli ma non intersecati”.

Quando ha trovato il punto d’incontro?

“Non si vive di sola critica. A un certo punto mi sono reso conto che dovevo costruire qualcosa. E nel 1966 ho iniziato a lavorare attorno a quello che Giulio Carlo Argan ha chiamato Tractatus logicus prospecticus”.

Cioè?

“Un insieme di tavole, circa 120 disegni in bianco e nero, in cui cercavo di proporre nuove idee logico-grafiche. Mi sforzavo, insomma, di esprimere in forma estetica dei principi matematici”.

Faccia un esempio.

“Per rappresentare una linea devo fare un parallelepipedo lungo e stretto. Se voglio disegnarlo sono costretto a contornarlo con delle linee. Ciascuna di queste, a sua volta, è un parallelepipedo. È l’inizio di una costruzione che si moltiplica all’infinito. Non ancora un vero e proprio frattale, cioè quella figura geometrica che deriva dal frazionamento e dalla ripetizione infinita, in dimensione ridotta, di una forma iniziale”.

Un’intuizione innovativa?

“In quegli anni sì. Bisogna pensare che al quarto stadio la mia struttura diventava già estremamente complessa. L’architettura era piena, completa, pur partendo da una semplice linea. Certo, adesso un disegno del genere potrebbe realizzarlo chiunque sia capace di lavorare al computer”.

Che cosa voleva dimostrare?

“Niente. Semplicemente fornire agli artisti un terreno su cui lavorare. Come aveva fatto, a suo tempo, Piero della Francesca con il trattato ‘Della pittura’. In altre parole, il mio Tractatus poteva diventare un punto di partenza per nuove evoluzioni prospettiche in chiave logico-matematica”.

Il Tractatus ha avuto un seguito?

“Quelle erano le prime intuizioni. ma il Trattato sulla prospettiva lo sto elaborando ancora. Mondadori mi ha proposto di pubblicarlo, però non riesco mai a finirlo. È un lavoro in continuo divenire, che mi impegna da quasi trent’anni”.

Il rigore logico ha scacciato la fantasia?

“I quadri come quelli, che so, di Jackson Pollock non mi attirano. Il colore in libertà sulla tela non rappresenta, per me, un momento di fantasia o di libertà creativa. È sintomo, piuttosto, di disordine. Vedere oggi una di quelle opere mi lascia indifferente. Io non ho relegato in un angolo l’immaginazione. Piuttosto, ho cercato di dare un ordine logico alle intuizioni artistiche. Ho creato un canale nel quale far confluire, con metodo, la creatività”.

Ha fatto proseliti?

“No, ho lavorato sempre da solo. E mi dispiace. Sarebbe stato molto bello avere degli amici sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda. Pensiamo a Tiziano e Giorgione: l’uno migliorava guardando i quadri dell’altro, e viceversa. Credo che in campo artistico lo scambio di idee sia importantissimo”.

Non si è mai curato del mercato dell’arte?

“Per lunghi anni, no. Ho vissuto con semplicità, un po’ come un frate. Stavo in casa con i miei genitori, a Bologna, e non sentivo l’esigenza di avere a disposizione grandi mezzi. Adesso mi rendo conto di avere sbagliato a non considerare l’aspetto commerciale dell’arte”.

Cosa le ha fatto cambiare idea?

“Beh, da quando sono morti i miei genitori, io vivo come sospeso nel vuoto. Sto in una casa d’affitto. Non ho una pensione, né una rendita. Se non vendo i miei quadri rischio di morire di fame. L’aspetto commerciale dell’arte, quindi, diventa per me di primaria importanza”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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