• 02/09/2026

Adam Weymouth: viva il lupo, morte al lupo

Adam Weymouth: viva il lupo, morte al lupo

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In un angolo del nostro immaginario abita Cappuccetto Rosso. Si, proprio lei, la bambina delle favole. L’essere sospeso nel tempo dell’immaginazione, tutta vestita di rosso, con un cappuccio a nasconderle in parte il visetto e un grande cesto appeso al braccio pieno di leccornie. Una viaggiatrice ignara dei pericoli del mondo, che deve attraversare il bosco per portare i cibi gustosi, preparati dalla mamma, fino alla casa della nonna, che giace a letto ammalata. E lì, in mezzo agli alberi, ogni volta che si ripete il racconto ci aspetta la tenebrosa sorpresa. Ovvero, una creatura dalle sembianze melliflue e demoniache. Un animale pronto a mutare forma, a trasformare il suo vocione in un mieloso sussurro. Un lupo dalle fattezze abnormi, che ingigantisce via via che aumenta la paura, animato da un solo desiderio: mangiare in un paio di bocconi nonna e nipote.

Quella creatura dal fascino maestoso e orrendo altri non che il Lupo. Il babau più terribile delle favole, lo spauracchio che mai ha smesso di agitare il sonno di noi umani. Una creatura libera, anarchica, quasi impossibile da addomesticare. Un soggetto splendido e poco affidabile, che quando la pancia gorgoglia per la fame non ha nessun timore ad avvicinarsi ai centri urbani, alle case, soprattutto dove ci sono stalle piene di pecore, mucche. oppure, dove razzolano galline, anatre, dove brucano l’erba morbidi conigli. E lì, per riempirsi la pancia, il lupo non esita a fare la strage degli innocenti. Allontanandosi indisturbato per reiterare il suo crimine un bel po’ di chilometri più in là. Seminando dietro a sé non solo terrore e morte, ma un odio viscerale. E il desiderio di fargliela pagare, sparando, uccidendo, cancellandolo per sempre.

Sono secoli che questa tenzone tra uomini e lupi prosegue. Tanto che in molte zone della Terra, tra cui la Gran Bretagna, i temuti quattrozampe sono spariti proprio del tutto. E non è a caso se la Comunità Europea ha varato, anni orsono, una legge precisa per la difesa del lupo come creatura ad alta possibilità di estinzione, incentivandone la protezione e favorendo il moltiplicarsi dei branchi che ancora girovagavano per l’Europa. Ma poi, quando finalmente i temuti predatori hanno ricominciato ad abitare di nuovo le nostre montagne, e si sono spinti fino alla pianura mossi dal desiderio di riempire la pancia, l’antico odio ha ripreso forma con rinnovato vigore. Tanto da fare di Cappuccetto Rosso una sorta di simbolo imperituro dei poveri agricoltori depredati dal sanguinario ospite non desiderato. Perfino Ursula von der Layen, presidente della Commissione Europea, ha cambiato idea quando un lupo, in maniera del tutto inopportuna, ha pensato bene di cibarsi della sua pony preferita, Dolly, nel settembre del 2022. “Attenti al lupo”, ora e sempre, come cantava Lucio Dalla negli anni ’90.

Eppure, la storia del lupo ci riguarda molto da vicino. Si pensa addirittura che i Neanderthal e gli odiati quattrozampe abbiano fatto fronte comune, nella notte dei tempi, per andare a caccia e procurarsi cibo più proteico che non fossero le solite bacche, radici e vegetali vari. E anche se la teoria di come un predatore incallito abbia potuto generare il mansueto e fedelissimo cane, esplorata tra gli altri da Konrad Lorenz in “E l’uomo incontrò il cane”, il fascino del lupo non smette di lanciare il suo ululato verso il mondo degli scrittori, dei letterati. Basterebbe pensare a “Zanna Bianca” e “Il richiamo della foresta” di Jack London, senza dimenticare “Cuore di cane” di Michail Bulgakov o, per restare in Italia, “Trick, storia di un cane” di Fulvio Tomizza e “Flock e altri cani” di Mario Rigoni Stern. A volte il lupo è servito anche a ispirare teorie, poi corrette e smentite, come quella formulata dal comportamentista Rudolph Schenkel e dal biologo David Mench, che inventavano la figura del lupo alfa, capace di domare e comandare i propri simili, così cara a chi andava in cerca di conferme sull’esistenza di esseri superiori.

Il fascino del lupo è arrivato fino a uno scrittore britannico, che ha conquistato subito l’attenzione della critica e dei lettori con il suo libro d’esordio “Kings of the Yukon”. Quel Adam Weymouth, collaboratore di “Granta”, “The Observer”, “The Atlantic”, che non ha esitato a mettersi in viaggio sulle tracce di un quattrozampe, a sciropparsi centinaia di chilometri a piedi tra Slovenia, Austria e Italia, mentre la paura del Covid teneva ancora stretta l’Europa in una morsa e la sua Inghilterra aveva deciso di andarsene per proprio conto votando, in maniera avventata, la Brexit. Da quel lunghissimo inseguimento di un lupo particolarmente avventuroso è nato un libro originale, affascinante, fluviale, leggibilissimo: “Il lupo solitario. Un cammino tra civiltà e natura selvaggia” (pagg. 347, euro 20) tradotto da Luca Fusari per la casa editrice Iperborea.

“Il lupo è partito d’inverno”: comincia dal Monte Slavnik, il Taiano, a pochi chilometri dal territorio italiano, il lungo girovagare di Slavc, il lupo sloveno che in una notte del 2011, sorvegliato passo passo dal radiocollare che gli è stato applicato dagli studiosi dell’Università di Lubiana per poter seguire i suoi movimenti, decide di salutare la boscaglia a lui così familiare, di risalire verso sud lungo i binari della ferrovia, e lanciarsi in un’avventura priva di una meta sicura. Che sarebbe proseguita per mesi, attraversando la Carinzia, valicando le Dolomiti, sfiorando il ghiacciaio ferito e brutalizzato dal progresso della Marmolada, passando per territori così familiari alla massa dei turisti come la Val Badia, fermandosi soltanto una volta approdato in Lessinia, il meraviglioso parco naturale non lontano da Verona. Perché lì, una lupa, ribattezzata Giulietta in ossequio alla saga dei Montecchi e Capuleti, proveniente dalla zona degli Appennini, aveva pensato bene di aspettarlo. Per unirsi a lui, mettere al mondo la prima cucciolata, e poi riempire le terre venete di nuovi branchi di lupi.

Il viaggio di Adam Weymouth non è solo un racconto emozionale di un avventuroso scrittore che decide di mettersi in cammino per ascoltare il cuore segreto della Natura, per riscoprire traiettorie assai lontane dalle congestionate vie di passaggio di un. traffico automobilistico sempre più isterico. Seguendo le tracce di Slavc, sforzandosi di non deviare dal suo tracciato, dormendo spesso all’aperto, in cascine diroccate, mangiando quello che ospiti premurosi gli propongono, il narratore si è trovato ad ascoltare il cuore confuso di un’Europa terrorizzata non soltanto dalla presenza del predatore per eccellenza dei tenebrosi racconti popolari, ma anche dall’arrivo di immigrati che provengono da molto lontano. E che sperano di trovare una nuova vita in territori sempre più arroccati attorno alla propria traballante identità. Alla paura di perdere se stessi, le proprie tradizioni, gli orizzonti di un mondo che hanno imparato a conoscere e a frequentare fin dai prima anni della loro vita.

Attraversando la Slovenia, la Carinzia, il Trentino e l’Alto Adige, e poi la Lessinia, Adam Weymouth ascolta, annota, registra voci, insegue storie, recupera leggende, ragiona, senza mai imporre un punto di vista preconcetto e predefinito. Si rende conto che i tempi di San Francesco, capace di ammansire il feroce Lupo di Gubbio, sono ormai sfumati nel divenire del tempo. E che oggi l’Europa cova un odio dirompente verso chiunque proponga un modello di coabitazione pacifico, di convivenza equilibrata. Siano quelli che “vengono da lontano”, magari in fuga dalla guerra e dalla fame, oppure gli animali che per secoli hanno popolato i boschi della Terra: i lupi, le volpi, o gli odiatissimi orsi, entrati negli ultimi anni nel mirino di chi vorrebbe chiudere i conti con loro armando la mano di cacciatori interessati soltanto a fare piazza pulita di questi ingombranti e selvaggi invasori.

“La crisi della biodiversità – scrive Adam Weymouth – che stiamo vivendo ha un corrispettivo nel collasso della diversità culturale, e credo da tempo che la rigenerazione dell’una e quella dell’altra debbano andare di pari passo, se ci teniamo a dare un senso al nostro posto su questo pianeta”. Così, “Il lupo solitario”, illuminato da una prosa limpida e coinvolgente, diventa non soltanto un ragionamento potente su cosa siamo stati, siamo e vorremmo essere. Ma anche una grande avventura umana che si specchia nel divenire del mondo animale. Riflettendo nel coraggio di un essere vivente, come Slavc, che affronta il suo omerico viaggio senza mai angosciarsi e interrogarsi su quello che accadrà domani. Mentre noi Sapiens continuiamo a fomentare guerre, ad alimentare divisioni, a brutalizzare la nostra amata Terra, lasciandoci cullare da angosce e dubbi che ci spingono dritti tra le braccia del caos.

Eppure, “un altro mondo è possibile”. Lo insegna Slavc, che dopo centinaia di chilometri percorsi in un territorio a lui ostile, è arrivato puntuale all’incontro inaspettato con la sua Giulietta. Dimostrando che la vita va vissuta giorno dopo giorno, anche se non sai cosa c’è al di là dell’orizzonte.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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