• 26/04/2020

Joe Mungo Reed, i “Magnifici perdenti” del doping

Joe Mungo Reed, i “Magnifici perdenti” del doping

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A nessuno interessa la verità. Ogni volta che si scopre un ciclista dopato, parte subito il circo della crocifissione. Se prima era un campione osannato e considerato invincibile, pochi istanti dopo verrà gettato nel fango. Insultato e deriso. Come se fosse lui, e soltanto lui, il colpevole. Come se, attorno al singolo corridore, non esistesse una squadra che lo ingaggia, lo paga, provvede ad allenarlo, lo fa regolarmente controllare da un medico, gli prepara le tabelle di allenamento, studia per lui un programma alimentare perfetto per esprimere tutto il proprio talento. Come se non ci fosse una Federazione nazionale, e poi internazionale, al cui orecchio arrivano i sussurri più impercettibili. Quelle vocine maliziose che parlano di strane infiltrazioni, di miracolose trasfusioni, di farmaci prodigiosi.

Questa triste commedia umana va avanti da sempre. Soltanto oggi, i biografi confermano a denti stretti che Fausto Coppi, il grande Airone del ciclismo eroico, era disposto ad assumere qualunque tipo di medicinale. Qualunque intruglio miracoloso, pur di pedalare più forte. E non sarà certo quello di Lance Armstrong l’ultimo caso clamoroso a provocare un violento maremoto nelle acque, tutt’altro che tranquille, del ciclismo. Per questo va dato merito a Joe Mungo Reed di avere costruito un romanzo attorno al mondo delle due ruote. Scegliendo una qualità di scrittura alta. Costruendo una storia appassionante e credibile, che coinvolge il lettore come fosse un thriller. Ma, al tempo stesso, evitando accuratamente di credere alle troppe bugie raccontate fino a oggi.

Joe Mungo Reed non è il solito giornalista che ha trascorso gran parte della sua carriera al seguito delle corse ciclistiche. No, l’autore nato a Londra, e cresciuto nel Gloucestershire, può vantare un Master in Filosofia e Politica alla University of Edinburgh. Oltre a un Master of Fine Arts in scrittura creativa della Syracuse University. Se non bastasse, ha vinto il Joyce Carol Oates Award in Fiction, riconoscimento che porta il nome di una delle più grandi scrittrici americane viventi. E non deve stupire che sia arrivato al romanzo con “Magnifici perdenti”, tradotto da Daniela Guglielmino per Bollati Boringhieri (pagg. 251, euro 17,50). Perché, prima, ha fatto una bella gavetta pubblicando racconti sulla rivista “Gigantic”, e poi nell’antologia “Best of Gigantic”.

Non c’è una superstar del ciclismo al centro di “Magnifici perdenti”. Perché Sol è, di sicuro, un ottimo pedalatore. Ma gli manca quella convinzione in se stesso, quella voglia di emergere, quella grinta esplosiva che gli permetterebbe di essere un numero uno del gruppo. Così, viene assoldato da una squadra importante per essere la spalla perfetta, il gregario fidatissimo di Fabrice. Lui sì che è candidato a vincere il prossimo Tour de France. E ha bisogno di avere attorno a sé uomini forti e pronti al sacrificio. Disposti a lasciare lungo i tornanti delle salite, nelle ripide picchiate delle discese, sugli infiniti biliardi della pianura, ogni più recondito grammo di energia. Per spianargli la strada che porta al trionfo.

Il ciclismo, per Sol, non è solo uno sport. Rappresenta il lavoro che lui ama profondamente. E che cerca di onorare con tutto l’impegno che può. Ma questo giovane talento inespresso delle corse su strada ha nel cuore anche Liz, sua moglie, e il piccolissimo Barry. Un figlio che non è arrivato per caso. Che è stato desiderato, aspettato. E che, adesso, rappresenta un po’ il centro dio gravità della loro vita.

Non è facile spiegare a Catherine, la mamma di Liz, quanto importante sia per Sol correre in bicicletta. Anche se non vince quasi mai. Ma, per lui, è importantissimo farle capire che nello sport delle due ruote ogni singolo uomo, ogni gregario, ogni anello della catena di una squadra, rappresenta il trampolino di lancio per il successo del capitano. In questo, il ciclismo è regolato da leggi molto simili a quelle della Natura. Ogni singolo gene di un pesce forma quello che lui è. Pedalando, si diventa tanti geni di un grande pesce. Ognuno indipendente, eppure parte integrante di un progetto.

Ma una squadra di ciclismo è anche un’azienda. Gli sponsor, che pagano fior di quattrini per allestirla, vogliono risultati. Pretendono di vedere le maglie con il proprio logo sfrecciare sempre nelle prime file del gruppo. E, ogni volta che è possibile, transitare anche per prime sotto la linea del traguardo. Per emergere, in un gruppo che mette assieme centinaia di talenti sportivi, serve qualcosa in più dei rigorosi, massacranti allenamenti. È necessario sottoporsi a un trattamento chimico. Programmato con dei consulenti esterni alla squadra. Assolutamente non in linea le regole ddi uno sport onesto. Che non bara. Eppure necessario per non farsi sfuggire le competizioni più importanti.

Il problema è che le infiltrazioni, le trasfusioni, vanno fatte prima e durante la gara. E allora Rafael, il cinico direttore sportivo, pensa di coinvolgere Liz come corriere del doping. Chi fermerebbe mai una giovane mamma con un bambino a bordo?  Sarà lei a svolgere il ruolo di corriere chimico per il team.

Sol non ci sta. Vorrebbe tenere la famiglia fuori da quei loschi maneggi. Ma è sua moglie a convincerlo che se lui crede che sia giusto sottoporsi al programma proibito di potenziamento, allora è altrettanto giusto che lei sia al suo fianco. In tutti i modi.

Scritto con grande sensibilità, nonché con una notevole conoscenza del ciclismo e di tutto quello che ruota attorno a questo splendido sport, da Joe Mungo Reed, il romanzo vuole raccontare, prima di tutto, il mondo dei “Magnifici perdenti”. Di quei tantissimi faticatori della strada che difficilmente conoscono un momento di vera gloria. Se non quando risultano positivi al test antidoping. Ma, soprattutto, lo scrittore che vive a Edinburgo ha fatto in modo che i lettori del suo libro smettano di credere nelle favole delle squadre pulite e dei singoli cattivoni assetati soltanto di successi e di soldi.  E, quindi, pronti a tutto.

Nel Tour di Sol, di Fabrice, dell’enigmatico gregario giapponese Tsutomo, ne succedono di tutti i colori. Perché, come dice con raggelante sincerità Rafael, “anche gli antichi greci usavano il testosterone”. E noi, chi siamo per non lasciarci tentare da sempre più sofisticati aiutini da laboratorio?

Sarebbe meglio smettere di raccontare la favola dei campioni puliti. Che volano sulle salite, alla velocità di un motorino, mangiando solo pane e bevendo soltanto acqua. E proprio qui sta il grande merito di Joe Mungo Reed: ha saputo urlare “il re è nudo”. In un romanzo come “Magnifici perdenti” che non fa sconti a nessuno. E che onora il suo guardare in modo limpido e onesto il mondo dello sport dal pianeta letteratura.

<Alessandro Mezzena Lona<

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