• 19/05/2020

Ottessa Moshfegh, un anno di riposo e oblio dal mondo liquido

Ottessa Moshfegh, un anno di riposo e oblio dal mondo liquido

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Era il 1884. Un tempo che sembrava ancora lontano dalla crisi profonda deflagrata in tanti capolavori della letteratura del ‘900. Eppure uno scrittore francese, Joris Karl Huysmans, era riuscito a turbare i suoi lettori con un romanzo del tutto fuori rotta. E sì, perché “À rebours”, tradotto in italiano come “Controcorrente” o “A ritroso”, raccontava la folle fuga dal mondo del giovane aristocratico Jean Floressas Des Esseintes nella Parigi “fin de siècle”. Un immergersi nella solitudine più assoluta in una villa di campagna a Fontenay, circondata da un lusso esagerato e una morbosa attrazione per gli oggetti, libri rari compresi, per liberarsi dalla frivola mondanità della vita condotta con i suoi coetanei. Finito di leggere il testo, un altro scrittore, Jules Amédée Barbey d’Aurevilly, aveva sentenziato che a Huysmans “dopo un libro tale non resta che scegliere tra la canna di una pistola e i piedi della croce”.

Previsione azzeccata. Perché Huysmans, nel 1902, era diventato un oblato benedettino laico con il nome di frère Jean. A distanza di quasi 140 anni, quella storia ritorna alla memoria leggendo un romanzo del tutto diverso. Eppure capace di richiamare il tema del rifiuto della realtà deludente, tratteggiato in maniera netta e perturbante nel capolavoro francese tacciato di decadentismo e di morboso estetismo. Si intitola “Il mio anno di riposo e oblio”, l’ha scritto una trentanovenne narratrice americana di Boston, con origini iraniane e croate: Ottessa Moshfegh. Lo ha tradotto Gioia Guerzoni per Feltrinelli (pagg. 231, euro 17), che nel 2018 aveva pubblicato la raccolta di racconti  della medesima autrice “Nostalgia di un altro mondo”.

La protagonista del romanzo non è ricca come il Des Esseintes di “Controcorrente”. Però non le manca niente. Vive a New York, in un appartamento niente male Upper East Side di Manhattan. Si è laureata alla Columbia University e può contare su una discreta eredità, che le toglie l’ansia di dover lavorare a ogni costo. In più è giovane, bionda, magra, carina. Ma si porta dentro, come un bagaglio troppo pesante e ingombrante, il ricordo di una madre del tutto incapace di amarla e di aiutarla a capire come si fa a gestire la vita. e di un padre a dir poco evanescente. Entrambi, poi, se ne sono andati troppo presto.

La morte dei genitori si assomma a un rapporto del tutto inconcludente e fallimentare con un fidanzato che lavora a Wal Street. E all’esperienza raggelante nella galleria d’arte contemporanea in cui lavora per un periodo. Così, decide di scavare dentro la propria vita un lunghissimo intervallo di assenza. Grazie alla complicità della psichiatra più sciroccata e incompetente, diventa una sorta di cavia umana capace di inghiottire, e sopportare, qualunque tipo di antidepressivo, sonnifero, barbiturico. Gli psicofarmaci, insomma, iniziano a scandire in gran quantità le sue giornate. Purché siano capaci di anestetizzarla, profondamente addormentarla, allontanarla dalla gestione della quotidianità. In una parola: stenderla.

Del resto, sappiamo bene quanto alla chimica si affidi, ormai, la gestione di troppi aspetti della nostra emotività. Eccessiva allegria, divorante malinconia, sensi di inadeguatezza, ansia e insicurezza: sintomi da esorcizzare con una o più pillole.

C’è solo una persona che non si arrende a vederla inabissarsi così nelle tenebre chimiche a cui si è votata. ed è la sua amica Reva. Da sempre meno carina, meno brillante, meno appariscente e popolare della protagonista. E, proprio per questo, convinta di essere la persona perfetta per starle accanto. Perché non vuole rassegnarsi all’idea che l’altra sicancelli dal mondo. Ma soprattutto perché non ha nessun altro accanto disposto ad ascoltare le sue avventure balorde con gli uomini. E le storie di una famiglia che appare del tutto squinternata.

Ma la fuga dalla realtà della ragazza di “Il mio anno di riposo e di oblio” non ha il sapore della rivolta totale contro il mondo raccontato in “A rebours”. Diventa piuttosto, sotto gli occhi del lettore, un modo per raccontare il disagio di una ragazza a cui non manca niente che crede di riuscire a evitare la realtà, il dolore, il senso di inadeguatezza, ibernandosi per un periodo. A tratti, il racconto di Ottessa Moshfegh richiama alla memoria alcuni romanzi di Thomas Bernhard. Dove personaggi come quelli al centro de “La fornace” o “il soccombente” pensano di riuscire a modificare il corso delle cose aggrappandosi a qualche idea ossessiva. E portandola, poi, fino al suo sviluppo estremo.

Ma, forse, l’aspetto più convincente di questo “Anno di riposo e di oblio” è quel suo non perdere mai la voglia di sghignazzare in faccia alla realtà. Nei dialoghi surreali, pazzi e comicissimi tra la protagonista e la psichiatra, che finirà per convertirsi a pratiche new age. Nel rapporto impossibile tra amiche, che trasforma Reva nel punto più debole della voglia di aggrapparsi alla vita. Nell’evanescenza dei personaggi maschili, capaci soltanto di assicurare un po’ di sesso deludente e di scomparire proprio quando potrebbero risultare finalmente indispensabili.

Con un angelo custode con Whoopi Goldberg, l’attrice più simpatica e squinternata di Hollywood, e un rapporto compulsivo-ossessivo con il cinema guardato in videocassetta, la protagonista de “Il mio anno di riposo e di oblio” diventa il paradigma, il simbolo, di un mondo che può mettersi in standby in qualunque momento. Senza che nessuno se ne accorga. Icona di quella società liquida, così ben individuata dal sociologo e filosofo Zygmunt Bauman, in cui è meglio abbandonare ogni speranza di solidità, di chiarezza.

Non a caso, Ottessa Moshfegh chiude il suo romanzo con una frase eloquente: “Possiamo parlare più tardi? Non successe mai”. E della protagonista di questa fuga, solo temporanea, dalla realtà non sapremo mai il nome.

<Alessandro Mezzena Lona<

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