• 23/11/2020

Vanna Vinci, le libere donne della Belle Èpoque

Vanna Vinci, le libere donne della Belle Èpoque

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“Se tutte le donne avessero la consapevolezza del loro reale potere, l’uomo sarebbe ridotto a poca cosa”. No, non è lo slogan di una femminista che pensa più a farsi strada che a lottare per annullare lo strapotere dei maschi. Sono le parole che pronuncia una di quelle rappresentanti del pianeta femminile che le stesse donne fanno fatica ad accettare. Una di quelle, insomma, per cui i francesi hanno inventato mille nomignoli: cocotte, demi-mondaines, lorettes, grisettes, biche, demi-castors, lionnes. E che gli italiani hanno etichettato come mamola, trista femina, donna da conio, bagascia, zambracca, zoccola, squillo. Fino ad arrivare alle escort dei tempi moderni, insomma. O, come avrebbe detto qualche personaggio della commedia all’italiana, evitando gli eleganti giri di parole: puttane d’alto bordo.

Lo scandalo di queste donne, tanto desiderate quanto esorcizzate e maledette, sta tutto nella convinzione che la vita sia molto più bella se spesa a creare se stessi, piuttosto che a procreare. Le “grandes horizontales” sono “bad girls”, ragazze pronte a incamminarsi sulla cattiva strada, intelligenti e scaltre, pigre e opportuniste, che non nascondono il loro desiderio di ricchezza, di benessere, di conquistare un posto di prima fila nel bel mondo. Spesso non sono disposte a fare troppi sacrifici, non si concedono illusioni su come va il mondo. Pensano soprattutto al proprio tornaconto, e poco a quello degli altri. Ma hanno ben poco da imparare dagli uomini schifosi che le circondano. Da chi, troppo spesso, ha rubato loro la verginità, quand’erano ancora ragazzine, senza provare il minimo rimorso.

Ma c’è da dire di più. Che queste grandi libertine, soprattutto tra la metà dell’800 e l’inizio del ‘900, hanno lasciato un segno forte nella storia della cultura europea. E a chi avesse scordato i versi dedicati alle donne fatali da Charles Baudelaire nei suoi “Fiori del male”, ma anche l’ispirazione donata a Marcel Proust per alcuni personaggi immortali della “Recherche”, oppure alle pennellate su tela di grandi maestri dell’arte come il Jan Vermeer della “Mezzana”, il Pablo Picasso delle “Damoiselles d’Avignon”, senza scordare la sensualissima “Olympia” di Édouard Manet, farà bene a rinfrescarsi la memoria leggendo un libro di grande fascino. Lo ha scritto e disegnato una delle autrici più originali, appassionate e brave della scena italiana che racconta storie con parole e immagini. Lei è Vanna Vinci, nata a Cagliari, che vive a Bologna da molti anni. La sua nuova opera si intitola “Parle-moi d’amour”, la pubblica Feltrinelli nella collana Comics (euro 26). E, come sottotitolo, dichiara di voler raccontare “Vite esemplari di grandi libertine”.

Siccome le parole, oltre ai segni, hanno un grande valore per Vanna Vinci, soffermiamoci per un attimo su “amour” e “esemplari”. Potrebbe sembrare una contraddizione, o una furba provocazione, usare questi termini quando si va a scavare nella vita di personaggi leggendari, ma pur sempre guardati con occhi di riprovazione e di sdegno dalla buona società del tempo,. Stiamo parlando di donne come La Païva, Cora Pearl, Apollonie Sabatier, Valtesse de La Bigne, Émilienne d’Alençon, Liane de Pougy e Carolina Otero.

E invece no. Perché Vanna Vinci, che oltre a grandi storie di successo come quelle della “Bambina filosofica” o di “Aida al confine” ha saputo raccontare personaggi complessi e affascinanti come “La Casati. La musa egoista”, “Frida Kahlo. Operetta amorale a fumetti”, “Io sono Maria Callas”, “Tamara de Lempicka. Icona dell’art déco”, questa volta è andata al di là del confine che separa l’adorazione della bellezza femminile dal disprezzo del loro mercimonio. Ha voluto raccontare l’amore idealizzato e quello a pagamento, la tenerezza e la crudeltà. Puntando gli occhi su una serie di donne che hanno saputo fare del proprio fascino e dello stile di vita scandalosamente libero il modello ammirato e condannato della società borghese della Belle Époque.

Vanna Vinci le ha riportate in vita una dopo l’altra. Fingendo di poterle incontrare, come spiriti inquieti, nei luoghi dove hanno vissuto Nella Francia, nella Parigi, ancora aggrappata a rigidi schemi morali, eppure pronta a farsi scandalizzare e travolgere dalla creatività degli artisti, dei poeti, degli scrittori. Perché, come scriveva Gustave Flaubert nel 1854, “il nostro secolo è un secolo di puttane”. Come facevano a scandalizzarsi per l’angelica bellezza, il torbido fascino e la libera rivendicazione al diritto di vivere tra gli agi di queste grandi libertine, quelle teste coronate, quei nobili, quegli uomini che, pur di passare qualche ora con i simboli erotici del loro tempo, pur di concedersi pratiche amatorie impossibili da praticare nei claustrofobici rituali del matrimonio, erano pronti a sganciare somme da capogiro.

Il fatto è che, come dice Liane de Pougy in un passaggio del libro: “le donne discendono dagli angeli, gli uomini dalle scimmie”. E, allora, queste grandi libertine non facevano altro che concedere il loro corpo, e le fantasie erotiche che le rendevano davvero uniche, in cambio di un mucchio di quattrini. Non erano certo loro le perverse, quanto piuttosto gli azzimati maschi che, quando bussavano alla porta della principessa Liane, sbavavano per il suo profilo e gli atteggiamenti da madonnina. Moine, peraltro, che lei stessa aveva imparato nel collegio delle suore. Formalissimi dettami dell’educazione cattolica che poi, tra le lenzuola, diventavano piaceri decisamente blasfemi.

Ma Vanna Vinci non le giudica. Non le va a incontrare, una dopo l’altra, per emettere una sentenza sulle loro vite. Anzi, si fa compagna di viaggio, le aiuta a districarsi tra i ricordi. Ascolta la storia di infanzie disastrate, di adolescenze segnate quasi sempre dalla violenza carnale. Le aiuta a tracciare il ritratto di una società pronta a divinizzarle in camera da letto, ma a infangarle non appena le ore del piacere diventavano un pallido ricordo.

Non dimentica, Vanna Vinci, che tra loro c’erano donne diventate leggenda. Tanto da far impazzire i migliori rappresentanti della nobiltà francese nella Parigi di metà Ottocento. Valtesse de la Bigne, per esempio, doveva quel nome misterioso e insolito a una contrazione di Votre Altesse. Non è un mistero che chi passava per l’alcova di Emilia Louise Delabigne ritornasse a casa con la sensazione che il sole splendesse alto nel cielo. Anche se la città era oppressa da una coltre di nebbia. Tanto che i suoi estimatori più assidui erano soliti chiamarla Reine Soleil: la Regina Sole, con evidente riferimento a Luigi XIV di Borbone, detto il Re Sole. Ma anche a Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, rimasto immortale nella memoria degli studenti dei licei per la sua frase: “Sul mio regno non tramonta mai il sole”.

Ognuna di loro porta con sé, tra le pagine di “Parle-moi d’amour”, le storie di un mondo perduto. Che Vanna Vinci ricostruisce riportandole in vita come una medium grazie al fascino dei suoi grandi disegni. Dei ritratti della loro prorompente bellezza, che portava lo scompiglio nei più prestigiosi salotti parigini. con le matite e le parole, l’autrice restituisce vita a tutto lo charme, le contraddizioni, la voglia sfrenata di vivere, e i tramonti spesso malinconici, di donne irresistibili come Émilienne d’Alençon, che si faceva accompagnare nell’alcova sempre da una serie di coniglietti ammaestrati. O come la Bella Otero, una mediocre ballerina dalla fisicità travolgente, che riuscì a stregare perfino gli Stati Uniti d’America

Non nascondevano nulla, le grandi libertine della Belle Èpoque. Non certo la loro crudeltà nei confronti di uomini ricchissimi e meschini. E nemmeno il desiderio di trovare un po’ di vera passione tra le braccia di un’altra donna, dopo aver accontentato per settimane, mesi, anni, una processione di maschi a dir poco deludenti. E se a qualcuno, oggi, interessa davvero tracciare un ritratto di quel tempo, deve fare come Vanna Vinci: mettersi  in ascolto. Ritrovare le voci perdute delle grandi libertine. Togliere il velo a un tempo che ha confinato queste liberissime amatrici nella penombra dei ricordi esorcizzati.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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