• 09/11/2018

Stelio Mattioni, la grottesca carriera di un uomo senza identità

Stelio Mattioni, la grottesca carriera di un uomo senza identità

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Non credeva nelle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità, Stelio Mattioni. Perché sapeva bene quanto precario fosse il divenire di ogni creatura nel maelstrom del vivere. Perché guardava attonito la solitudine del singolo all’interno di un contesto sociale che promette molto, ma poi è in grado di far diventare reali pochissime delle illusioni che dispensa a piene mani. Perché non si fidava del fatto che qualcosa potesse mutare davvero l’ineluttabile destino assegnato a ognuno di noi. Lo stare con i piedi ben piantati dentro il reale. Il vano combattere contro quello che gli è stato assegnato in sorte.

E, allora, era normale che, quando inventava una storia, quando cominciava a scrivere un romanzo nuovo seduto al tavolo della sua casa in cima a una delle colline che incombono sul mare di Trieste, Stelio Mattioni provasse a spalancare altre porte davanti ai suoi personaggi. Pertugi capaci di introdurli in una realtà altra. Non mondi fantastici, intendiamoci, non scenari apocalittici o del tutto alternativi al reale. No, piuttosto lo scrittore si divertiva a costruire traiettorie simili eppure diversi. Contesti del tutto somiglianti a quelli della quotidianità, eppure deformati. Come immagini di uno specchio che appaiono del tutto uguali all’originale. Però, a guardarle bene, si rivelano sbilenche, troppo a fuoco oppure vagamente sfocate. Difformi nella loro inquietante somiglianza.

Dopo il debutto narrativo, benedetto da Italo Calvino, con i racconti de “Il sosia”, dopo i cinque romanzi pubblicati in quell’Adelphi nata dalla rabdomantica lungimiranza di Bobi Bazlen (“Il re ne comanda una” e “Il richiamo di Alma”, entrati nella cinquina dei finalisti del Premio Campiello rispettivamente nel 1969 e nel 1980, “Palla avvelenata”, “Vita col mare”, “La stanza dei rifiuti”), dopo la parentesi con le edizioni Spirali (“Dove”, “Il corpo”, “Sisina e il lupo”, “Il mondo di Celso”), Stelio Mattioni si era messo a progettare l’impossibile. Ovvero, che fosse possibile comprimere un romanzo in una pagina sola. Perché sentiva necessario liberarsi della schiavitù della struttura narrativa, della forma del raccontare, ma anche dell’urgenza linguistica di dare respiro alla storia.

Sogno che, com’è giusto che sia, non ha trovato la via concreta per realizzarsi. Anche perché, a ben guardare, l’ultimo romanzo che Stelio Mattioni ha lasciato incompleto, dal momento che la Morte è venuta a prenderlo mentre dormiva il pomeriggio del 16 settembre 1997, non si ferma alla prima pagina. E il penultimo, scritto l’anno prima della scomparsa e rimasto finora inedito, si rivela ancora più sorprendente perché, pur dichiarando subito la sua parentela stretta con le opere precedenti dello scrittore triestino, regala inquietudini e suggestioni del tutto originali. Intitolato “Di sé con gli altri”, esce adesso per Vydia editore (pagg. 148, euro 13).

È necessario dire subito che il protagonista del romanzo, un uomo senza nome e senza identità, che verrà ribattezzato Giorgio Di Giorgio tanto per regolare la sua posizione agli occhi della società, arriva al centro della storia come l’epifania di un altrove. Senza memoria, privo di un passato da raccontare, sprovvisto di qualsivoglia mezzo di sostentamento, incapace perfino di capire molti passaggi del linguaggio corrente e di comunicare i suoi pensieri, trova in Annina una sorta di incubatrice volontaria. Un guardiano della soglia pronto a traghettarlo nel cuore di quel mondo da cui lei stessa è esclusa. Perché è donna, in più deforme nel corpo, turbata nella mente, capro espiatorio prefetto su cui deviare tutte le nefandezze che si manifestano nella vita di ogni giorno.

Sembra un Pinocchio questo giovane sconosciuto, sottolinea Cristina Battocletti nella sua bella introduzione al libro, un essere forgiato ex novo, o un lontano parente degli inetti sveviani. Personaggi costretti a subire, più che a padroneggiare, il loro stare nel qui-e-ora. E Stelio Mattioni lo racconta con una lingua colta, eppure figlia della parlata triestina, costruita spesso su frasi ellittiche e suggestionata da un poetico rimuginare tra sé e sé

Ma Giorgio Di Giorgio non appare tra gli uomini come l’ospite del “Teorema” di Pier Paolo Pasolini del 1968. Non assomiglia affatto a quella presenza inattesa e invasiva che finirà per stravolgere il percorso di ogni singolo componente della famiglia di un industriale milanese. Perché il venticinquenne, silenzioso e affascinante, che sullo schermo aveva il volto di Terence Stamp, si manifestava come il simbolo del divino, oppure del caos,. Di un cambiamento necessario quanto impossibile da attuare senza un evento straordinario. Di una metamorfosi, insomma, che era già in essere, ma necessitava della giusta miccia che la facesse deflagrare. No, il personaggio di Mattioni, letterariamente e umanamente assai distante dalla poetica, dalla visione delle cose dell’intellettuale e regista di Casarsa, guadagna il suo posto nella società partendo da un minuscolo paese (che può ricordare quel borgo oscuro già raccontato ne “Il segreto”, primo racconto de “Il corpo”). E arrivando, poi, per cerchi concentrici, fino alla città più grande. Dove si annida l’essenza stessa del Potere.

Il suo destino sembra già segnato. Nel momento stesso in cui quel non avere un’identità definita, un passato da raccontare, un bagaglio di ricordi familiari, appare come l’opportunità perfetta per fare di lui una marionetta nelle mani del Partito. Un alter ego perfetto per sostituire il venerato Capo, l’idolo massimo che, ormai, è minato nel corpo e nello spirito. E considerata la straordinaria somiglianza tra lui e Giorgio Di Giorgio, perché non approfittare per operare una quanto mai opportuna sostituzione? Lavorando, s’intende, assai bene con la macchina della propaganda per convincere i cittadini che non si tratta di un banale scambio di persona, bensì di una prodigiosa operazione di rimessa in forma. Un fantastico ringiovanimento, concesso a pochi.

Sarebbe tutto troppo perfetto, se il piano del Partito si realizzasse così, al primo tentativo. Ma sulla strada di Giorgio Di Giorgio, lanciato in quella grottesca ascesa all’empireo del Potere “malgré lui”, si materializza la figura dell’Altro. L’uomo che regge le sorti della struttura politica nella grande città. E sarà lì, a casa sua, che la parabola dell’uomo senza storia si compirà. In una sorta di potente sberleffo a tutti i maneggi programmati da chi muove i fili. In una fuga possibile da regole troppo rigide. Da un destino programmato a tavolino. Perché, in fondo, nessuno ha gli strumenti per indirizzare nella traiettoria da lui desiderata quel simulacro di realtà, quell’ingannevole sorte che ci viene fornita priva del manuale di istruzioni.

Difficile credere che Stelio Mattioni conoscesse alcuni racconti pieni di inquietudine, e di profetici sguardi laterali sulla realtà, di un grande scrittore come Julio Cortázar. Anche perché storie come “Casa occupata”, che è contenuto nel “Bestiario” dello scrittore argentino morto a Parigi nel 1984, avevano un retrogusto ideologico assai lontano dal mondo del narratore triestino. Eppure, più che nella letteratura di matrice mitteleuropea e nei sempre citati capolavori di Franz Kafka “Il processo” e “Il castello”, è forse lì, in certi libri venuti dall’America Latina, ma anche dagli Stati Uniti, che si trovano maggiori affinità con “Di sé con gli altri”. In quel voler raccontare la manipolazione dell’uomo da parte di una struttura sociale che può cambiare sfumatura politica, colore ideologico, però non muta mai il suo approccio di controllo nei confronti di ogni singolo individuo. Perché è lì, nel “divide et impera”, nel sottile gioco del far sentire parte di un progetto luminoso chi, poi, sarà solo un insignificante pedina da muovere a piacimento sulla scacchiera, che sta il senso ultimo di tutto il mastodontico, eppure grottesco e traballante, meccanismo di controllo.

E, allora, il Capo e l’Altro possono anche apparire come esseri imperfetti. Abitano stanze e palazzi che richiamano alla memoria quelli del Megagalattico visti nei film di Fantozzi, anche se lì Paolo Villaggio era solo un povero travet in balìa della macchina aziendale. Ma anche nella promessa di fare di Giorgio Di Giorgio un “uomo nuovo”, nel miraggio di sostituire un giorno il Capo supremo, si riflette il destino del personaggio del romanzo “Di sé con gli altri”. Che è sempre lo stesso. Perché, annota Chiara Mattioni nella nota bio-bibliografica, per lo scrittore triestino il tema ricorrente è “l’ineluttabilità di quel che è”. L’incapacità di mutare, per sé e per gli altri, il corso delle cose. Una sorta di fatalistico andare incontro alla dittatura della realtà. Contro la quale si infrangono tutti i tentativi sociali, politici e ideali di aggrapparsi alle “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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