• 08/11/2018

Menocchio, quando l’eresia è nella testa degli altri

Menocchio, quando l’eresia è nella testa degli altri

Menocchio, quando l’eresia è nella testa degli altri 275 183 alemezlo
Dietro il concetto di eresia si cela un grande inganno. Perché chi accusa qualcuno di pensare in maniera difforme, di parlare usando espressioni che vanno ben al di là dei confini imposti dal canone, in fondo non fa nient’altro che stabilire un’unica, indiscutibile verità: la propria. Quella che, di solito, viene imposta da una maggioranza. Sia essa formata da un solo uomo, in un dialogo a due, o da una massa assai numerosa quando gli altri, gli eretici appunto, possono contare su pochi sostenitori.

Per secoli la Chiesa cattolica ha dispensato la qualifica di eretici a tutti quelli che osavano mettere in discussione certi dogmi. Stabiliti, sia ben chiaro, non dal messaggio dei Vangeli, non dalle parole pronunciate da Gesù Cristo, e poi riferite nei quattro testi scritti dai suoi discepoli, bensì dalla struttura della gerarchia ecclesiastica stessa. Elaborati, insomma, dopo sofisticate dispute teologiche. E imposti quasi sempre con sottili pressioni, se non addirittura con la forza. Con la minaccia di pagare un’eventuale mancata obbedienza con la tortura e una morte atroce.

Domenico Scandella faceva parte di quella schiera di persone che non vogliono piegarsi al rispetto dei dogmi. E pur non essendo un intellettuale, ma un mugnaio nel Friuli della fine del ‘500, che amava ragionare seguendo i propri liberi pensieri, finì per entrare in rotta di collisione con il tritacarne dell’Inquisizione. Che, a quel tempo, era assai poco tollerante nel confronti di quelli come il Menocchio, così chiamato da parenti e amici nella sua Montereale Valcellina, perché doveva riacquistare agli occhi di tutti quella credibilità demolita da Lutero e dalla sua Riforma. Alla Chiesa, infatti, era necessario dimostrare che la corruzione del Papato romano, lo scandalo di troppi conventi interessati più al lusso, alle gozzoviglie e ai piaceri della carne, non avevano offuscato il necessario rispetto per la dottrina cattolica. Per il rispetto del Verbo.

Così Menocchio venne interrogato, torturato, incarcerato per le sue strane idee. E la sua storia, che già aveva suggestionato scrittori come Carlo Ginzburg (il primo a recuperare dall’oblio la figura del mugnaio friulano nel bellissimo saggio “Il formaggio e i vermi”), ma anche come lo studioso dell’Inquisizione Andrea Del Col (che ha recuperato e pubblicato le carte del processo nel volume “Domenico Scandella detto Menocchio”), è diventata in fretta un simbolo della libertà di pensiero. E, al tempo stesso, una tenebrosa e umanissima parabola da raccontare per immagini. Anche se il cinema, ormai, tende a sottrarsi a questo tipo di operazioni. Perché, di solito, rendono poco in termini di guadagno. A meno che non se ne faccia un kolossal in stile hollywoodiano, trasformando il personaggio in una sorta di supereroe dei diritti civili e umani.

Per fortuna esistono ancora registi come Alberto Fasulo. Uno che non vede il fare film solo come una via per guadagnare un bel po’ di soldi. Uno che vuole raccontare storie, abbinarle a facce vere, ad attori che magari non sono nemmeno professionisti. Curando i dettagli con grande attenzione, scarnificando la storia all’essenziale, non forzando mai la recitazione, ma lasciando che i suoi interpreti appaiano sullo schermo assai simili alle persone che abitano la vita reale. Apprezzatissimo dalla critica per film come “Rumore bianco”, “Tir”, che nel 2013 ha vinto il Marc’Aurelio d’Oro alla Festa del Cinema di Roma, “Genitori”, il cineasta di San Vito al Tagliamento, che ha frequentato il corso di laurea in Filosofia alla Ca’ Foscari di Venezia, quest’anno ha portato il suo “Menocchio” nella selezione ufficiale del Festival di Locarno. Raccogliendo consensi unanimi.

Girato con una luce mai invasiva, che molto spesso cede il passo alla penombra, all’oscurità di prigioni rischiarate solo da poche candele, di ambienti casalinghi dove bisognava risparmiare su tutto, di stalle in cui si andava per condividere con le bestie un po’ di calore quando infuriava l’inverno, il Menocchio di Fasulo (splendidamente interpretato da Marcello Martini, che nelle sue rughe, nella barba ispida, in un atteggiamento fiero ma mai retorico o superomistico, porta tutta la forza e la dignità di un mugnaio di fine ‘500) riassume la vicenda storica di Domenico Scandella riducendola ai passaggi essenziali. Sospettato di eresia, denunciato da alcuni compaesani, interrogato e torturato da frati e preti della diocesi di Concordia e dagli inquisitori, il vecchio, cocciuto autodidatta finirà per confessare il proprio libero pensiero. Che vedeva l’assenza di Dio nelle cose degli uomini. O, meglio, la sua presenza al fianco dei ricchi e il completo disinteresse per i poveri. E, poi, ammetteva di non credere alla verginità di Maria, perché nessuna donna ha mai partorito un bambino senza essersi congiunta con un maschio. E sosateneva ancora che la confessione non serve, perché Dio è in ogni cosa e si può andare a dialogare con un albero, se si vuole farsi ascoltare da Lui.

Ma le colpe più gravi che vengono attribuite a Scandella sono quelle di non credere nella divinità di Cristo. Dal momento che Gesù, per lui, era un uomo come tutti gli altri. E ancora, di considerare la Chiesa come uno strumento di potere, capace solo di arricchirsi, di imporre agli altri il terrore di peccare, di ricevere terribili castighi, quando il Papa stesso non può affermare di essere molto meglio di un povero mugnaio come Menocchio. Nel film, Fasulo accenna soltanto la parte più affascinante dell’eresia del mugnaio: quella in cui lui delineava l’origine dell’universo (“tutto era caos, cioè terra, aere, acqua et foco insieme; et quel volume, andando così, fece una massa, aponto come si fa il formaso nel latte, et in quel deventorno vermi, et quelli furno li angeli”). Una sorta di straordinaria intuizione del brodo primordiale, del Big Bang, che soltanto secoli dopo fior di scienziati avrebbero messo a punto.

Rilasciato una prima volta, poi arrestato di nuovo e mandato a morte dall’Inquisizione, Menocchio diventa nel film di Fasulo l’incarnazione di un concetto elementare: l’eresia esiste solo nella testa di chi giudica gli altri. Di chi non accetta che possano coabitare pensiero difformi. E il regista friulano, per raccontare questa storia così lontana nel tempo, eppure così vicina al nostro presente, costruisce un film che nulla concede allo spettacolo, alla retorica. Affidando ad attori che al cinema si sono già fatti vedere, come Maurizio Fanin e Carlo Baldracchi, ma anche a volti del tutto sconosciuti, come quelli emozionanti e veri di Nilla Patrizio, Emanuele Bertossi, Agnese Fior, Roberta Potrich, il compito non certo facile di proiettarsi nel passato. Di cancellare i luoghi comuni, le parole, i tic di questo nostro tempo per dare voce a un’epoca di terrore e delazione, di intolleranza e prevaricazione, che si trincerava dietro la forza di una struttura potentissima come quella della Chiesa cattolica. Ma che, al tempo stesso, non smetteva mai di dichiarare che gli inquisitori, i preti e i frati, agivano nell’interesse degli eretici, dei peccatori, di chi perdeva la retta via. Perché costringendoli a confessare le loro colpe, i pensieri storti, le eresie, appunto, tenevano viva la speranza di salvare la loro anima. Dato che, anche mentre il loro corpo bruciava tra le fiamme, tra atroci sofferenze, era concesso loro di rifiutare il Maligno. Di pentirsi e piegarsi alla fede.

Scommessa vinta, quella di Alberto Fasulo. Perché ha saputo portare sul grande schermo un personaggio così affascinante, e ingombrante, come il Menocchio, senza snaturarlo. Senza farlo diventare un santino per chi oggi ancora si oppone ancora agli inquisitori di ogni fede, di ogni ideologia, di ogni pensiero dominante. Il coraggio del vecchio mugnaio, che trasforma l’abiura in una nuova versione del “Credo” del tutto fuori rotta rispetto a quella suggerita dai suoi accusatori, annulla la distanza temporale che ci separa da lui. Diventa un pezzo di coraggio cinematografico che resterà nella memoria. Grazie alla mano ferma, all’occhio limpido, all’indipendenza di un regista come Alberto Fasulo che ha saputo trovare nell’essenzialità delle sue inquadrature, nella fotografia onesta da lui steso curata, nella spontanea affidabilità dei suoi attori, nella fedele ricostruzione di un Friuli disperso nello scorrere dei secoli, nel discreto e perturbante commento musicale di Paolo Forte, la via giusta per raccontare una delle sfide più difficili a cui l’uomo si sottopone di continuo: la ribellione ai tribunali della mente. Il saper guardare negli occhi, senza mai abbassarli, chi vorrebbe addomesticare, normalizzare, ridurre al silenzio le idee di coloro che non la pensano come lui.

Perché tante eresie, in fondo, non sono nient’altro che un simbolo di libertà mentale.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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