• 17/11/2018

Connie Palmen: “Tutta la verità, vi prego, su Sylvia Plath (e Ted Hughes)”

Connie Palmen: “Tutta la verità, vi prego, su Sylvia Plath (e Ted Hughes)”

Connie Palmen: “Tutta la verità, vi prego, su Sylvia Plath (e Ted Hughes)” 843 1024 alemezlo
Per quarant’anni, Ted Hughes è rimasto inchiodato a una leggenda tenebrosa. Dicevano che fosse stato lui, il poeta inglese, ad aver spinto Sylvia Plath, l’enfant prodige della letteratura americana, alla disperazione. A trovare la morte in modo orribile, infilando la testa nel forno e lasciando che il gas la uccidesse lentamente a soli trent’anni. Mentre i due figli, Frieda e Nicholas, erano chiusi nella loro stanzetta, con due tazze di latte e un piattino con pane e burro sul comodino.

Ted Hughes è rimasto in silenzio da quel maledetto 22 febbraio del 1963 quasi fino alla morte, avvenuta nel 1998. Perché proprio poco prima di andarsene decise di raccontare in versi il complesso rapporto con Sylvia Plath nel libro “Lettere di compleanno”. Incassando accuse pesanti che parlavano di aggressioni, tradimenti, abusi e minacce nei confronti della poetessa americana. E quando, poi,  la sua amante, la bellissima berlinese Assia Wevill, ebrea di origine tedesco-russa, pose fine alla propria vita mettendo in scena un suicidio assai simile a quello dell’autrice di “The Colossus” e “Ariel”, la situazione si fece per lui insostenibile. Anche perché la donna decise di portare via con sé la piccola figlia Shura, di quattro anni, somministrandole del sonnifero.

Quarant’anni e non una parola per dire chi fosse realmente Ted Hughes. Per indagare con obiettività su quel rapporto d’amore tra due poeti, per scandagliare un matrimonio che era stato anche felice, per riportare alla realtà l’icona Sylvia Plath e raccontare le sue terribili pulsioni autodistruttive, il suo reale essere al di là dell’iconografia che l’ha voluta trasformare in una sorta di martire del maschilismo più spinto.

Solo una scrittrice molto brava, e abituata a fare di ogni suo libro una sfida, come l’olandese Connie Palmen (scoperta dai lettori italiani negli anni ’90 con “Le leggi”) poteva costruire un romanzo attorno a Ted Hughes. Per far parlare finalmente il poeta. Per permettergli di raccontare la vita reale passata al fianco di Sylvia Plath. Ha preso forma, così, un romanzo bellissimo e coraggioso: “Tu l’hai detto”, tradotto da Claudia Cozzi e Claudia di Palermo per Iperborea (pagg. 255, euro 17). Un lunghissimo monologo in cui la voce ferma di Hughes spalanca l’orizzonte del lettore sui sentimenti più intimi, sui contrasti feroci, sulla sintonia fortissima e sulle incomprensioni, sui silenzi e le parole d’amore, sul sostegno letterario reciproco, sullo sforzo titanico per far emergere il vero io letterario di una donna fragile, maniacale, ossessiva, insicura e spesso preda di autentici furori isterici, come Sylvia Plath.

Dal primo folgorante incontro al matrimonio sempre minacciato da improvvisi uragani emotivi, dai successi di Ted Hughes alla nascita dei figli, dalla ricerca ossessiva di un pubblico riconoscimento da parte di Sylvia Plath ai rapporti spesso complicati con le rispettive famiglie d’origine, dai riti della mondanità inglese alla non facile ascesa nel mondo delle lettere europee e americana: Connie Palmen pennella un ritratto della vita di coppia, e di tutto quello che le girava attorno, attento, preciso, lucido, eppure intriso di emozioni. Mettendo in luce le nette differenze che unirono, e poi divisero per sempre, un colto, raffinato, sensibile intellettuale come Ted Hughes, affascinato dall’inconscio e dall’esoterismo dei Rosacroce, e una ragazza americana dal cuore di vetro, dall’animo ipersensibile e dal talento letterario prorompente, eppure terribilmente insicura di sé, spaventata dagli obblighi della maternità, torturata oltre ogni ragionevole comprensione dai rapporti con la madre. Un mitoi fragile che, nella sua breve vita, ha cercato con disperata determinazione il suo sfuggente centro di gravità.

Ed è qui, tra le pagine di questo straordinario “Tu l’hai detto”, un “confesso che ho vissuto” tracciato dalla voce di Ted Hughes, che Connie Palmen trova la forza di far impallidire i fantasmi del mito Sylvia Plath. Per ristabilire un equilibrio. Per raccontare la realtà di un rapporto di coppia intensissimo eppure devastante. Storie che la scrittrice olandese di Sint Odiliënberg ha raccontato anche al pubblico di Bookcity Milano 2018.

“Ted Hughes non era il tipo di uomo che aveva problemi con le donne – spiega Connie Palmen -. Anzi, il suo rapporto con la madre era molto intenso. Sua sorella Olwyn aveva un carattere decisamente terribile, eppure le era molto vicino. Potrei definirlo, se volessi addentrarmi nel campo della psicologia, come la personalità tipica del salvatore. Tentava di rendere le donne più forti. Si metteva a loro disposizione per farle crescere. Era comprensivo e le aiutava a essere più forti”.

Ha trascorso un bel po’ di tempo in compagnia dell’ombra di Ted Hughes?

“Ho studiato Ted, il suo carattere, la personalità, in maniera davvero intensa. Tanto che sono quasi diventata Ted Hughes. Mi sono sentita molto vicina a lui. Molto più a lui, che non a Sylvia Plath,. Ritengo che la scrittrice abbia degli elementi nel suo essere donna e poeta troppo intrisi di isteria. Non riesco a comprendere il suo essere ossessionata dal successo. Lui, invece, era un uomo che aveva dei tratti del carattere molto femminili, che preferiva agire nella sfera privata piuttosto che dover essere sempre in primo piano agli occhi della gente”.

Con il suo romanzo voleva riportare in equilibrio una tragedia che, finora, ammetteva una sola versione?

“Per molti anni Ted Hughes è stato descritto come l’assassino di una donna. E, forse, non è mai stato detto chiaramente che Sylvia Plath era ossessionata dal suicidio. Io ho sempre pensato che l’accusa nei confronti del poeta, del marito, sia stata profondamente ingiusta. Non so dire se, quando ho iniziato a scrivere ‘Tu l’hai detto’, fossi davvero motivata a voler cambiare l’opinione della gente, dopo tanto tempo, su una storia raccontata sempre in una direzione sola. Anche perché credo di non avere iniziato mai a scrivere un romanzo con un’idea ben precisa in testa. Però se il mio libro aiuterà a cambiare la prospettiva su questa tragedia, certamente ne sarò felice. La forza della letteratura è proprio questa: a volte, si riesce a far cambiare l’opinione su una vicenda raccontando l’altra verità”.

“Tu l’hai detto” è un invito a diffidare della verità?

“In tutti i romanzi mi ha sempre accompagnato il desiderio di far capire quanto traballante, precaria sia la verità che si racconta. Il concetto di ‘tu l’hai detto’, ovvero capire chi sta raccontando la storia, lo trovo affascinante. La mia formazione universitaria, oltre che letteraria, è anche filosofica. Il mio Phd l’ho fatto discutendo un lavoro su Socrate. È stato ucciso dai pettegolezzi che circolavano su di lui. In pratica, è stato costretto al suicidio a causa della cattiva reputazione che si era fatto ad Atene. Infatti, il governo era molto spaventato dal fatto che la sua fama potesse influenzare i giovani rendendoli liberi pensatori. Questo per dire che la notorietà che raggiungono certe persone sia nel loro villaggio, ma anche a livello più ampio, può rappresentare la loro salvezza. Ma può spingerli anche verso la disperazione o, addirittura, alla morte”.

Come hanno reagito le femministe al suo romanzo?

“Mi auguravo di essere impiccata dalle femministe. I miei romanzi sono sempre molto provocatori, quindi speravo di suscitare reazioni forti. Invece c’è stato molto silenzio. E questo lo trovo interessante, perché mi dice che sono stata capace di raccontare la storia di Ted Hughes e Sylvia Plath in maniera convincente. Ma è anche vero che Germaine Greer, la scrittrice e giornalista australiana, ha ammesso che la seconda ondata del femminismo aveva bisogno di trovare un’eroina. Un’icona che le rappresentasse nel loro percorso di liberazione. E hanno scelto Sylvia Plath, trasformando Ted Hughes in un capro espiatorio. Quindi, a livello collettivo, il poeta è stato derubato della sua vita. Io invece, finora, me la sono cavata, ma aspetto ancora di vedere se sarò punita per il mio libro”.

Quando ha trovato la sua voce letteraria?

“Terminati gli studi di filosofia mi sono seduta e ho cominciato scrivere il primo romanzo. Dimenticando tutti i concetti che avevo studiato negli anni precedenti. A essere sincera, non si può spiegare, in maniera razionale, questo fatto del trovare la propria voce per raccontare le storie che abbiamo dentro. Ovvero, come il tuo io incontra la tua voce letteraria. È un concetto molto enigmatico, sfuggente. Posso aggiungere, però, che per diventare scrittori bisogna essere sinceri. Non barare con se stessi. Questo libro racconta anche come Ted Hughes ha aiutato Sylvia Plath a trovare la sua voce autentica. Che non è quella di ‘The Colossus’, bensì quella di ‘Ariel’. E nel mio romanzo lo racconto”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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