• 18/11/2018

Marianne Jaeglé: “Ecco chi ha ucciso Vincent Van Gogh”

Marianne Jaeglé: “Ecco chi ha ucciso Vincent Van Gogh”

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Vincent Van Gogh il matto. Vincent Van Gogh l’artista che si fa l’autoritratto con un orecchio bendato. Vincent Van Gogh che chiude i conti con la vita in maniera violenta. Ce l’hanno raccontato così, il grande pittore olandese di Zundert. E se qualche dubbio sulla sua morte è mai frullato per la testa di certi suoi studiosi, l’hanno subito messo a tacere. Considerando il gesto del suicidio, il 29 luglio del 1890 a Auvers-sur-Oise, una perfetta conseguenza, un finale scontato del lunghissimo duello con la follia.

Ma se non fosse andata così? Se qualcun altro avesse tolto la vita a Vincent Van Gogh, per liberare il mondo da un uomo che, al suo tempo, non era ancora visto come un genio della pittura? Attorno a questa idea è nato un romanzo bello, documentatissimo eppure appassionante, per nulla irreale e, proprio per questo, inquietante come “Giallo Van Gogh”. A scriverlo, un’autrice e docente francese di letteratura: la parigina Marianne Jaeglé. Che ha trovato nell’Asino d’Oro l’editore perfetto per portare il suo romanzo nelle librerie italiane, nella traduzione di Maria Letizia Fanello (pagg.350, euro 16). E alla ribalta del Festival Bookcity Milano 2018.

Abituata a confrontarsi con i giganti della letteratura, da Honoré de Balzac a Marcel Proust, ma anche con i nuovi talenti della narrativa francese, Marianne Jaeglé ha trovato nei due ultimi anni di vita di Van Gogh uno specchio oscuro in cui riflettere i tormenti dell’artista. La sua estrema solitudine, l’incapacità di farsi capire dagli altri e di trovare consenso, apprezzamento per il lavoro di ricerca pittorica che stava svolgendo. Prima ad Arles, in compagnia dell’amato Paul Gauguin che aspettava soltanto l’occasione giusta per allontanarsi da lui, poi all’istituto per alienati di Saint-Rémy e, infine, a Auvers-sur-Oise, la parabola dell’artista olandese diventa un lento, ma inesorabile, calvario verso la conclusione violenta.

Ma chi è che ha messo fine ai giorni angosciosi di Vincent? E come mai tanti studiosi, altrettanti biografi, non si sono accorti che proprio lì, nell’ipotesi del suicidio o dell’omicidio, sta la chiave di lettura per interpretare in modo corretto l’intero percorso del grande artista?

“È stato un libro a farmi capire che Vincent Van Gogh non era morto suicida – spiega Marianne Jaeglé -. Per l’esattezza la biografia scritta da due giornalisti americani, Steven Naifeh e Gregory White Smith ‘Van Gogh: the life’. Lì, infatti, ho trovato l’ipotesi che il grande pittore fosse stato ucciso e non si fosse tolto la vita, come ancora oggi sostengono in molti. Ecco, in quel momento ho capito che dovevo scrivere un romanzo partendo proprio da una rivelazione così forte e inedita”.

Ma, in qualche modo, era già stato detto…

“Infatti, da quel momento sono andata cercare molti libri, saggi, altre biografie. Ho visto film, ho studiato le testimonianze. E mi sono resa conto che parecchi studiosi, biografi, avevano ipotizzato la morte violenta. Ma in maniera forse un po’ timida. Quasi dicendolo sottovoce. Secondo me, al contrario, l’idea che Van Gogh sia stato ammazzato cambia completamente la prospettiva su di lui, sulla sua personalità”.

Solo in un romanzo poteva dare forma alla sua idea?

“In una biografia, il personaggio al centro della storia è morto. Come un cadavere su cui si compie l’autopsia. Il romanzo, al contrario, lo riporta in vita. Gli regala azioni, pensieri, odio, amore, tristezza, gioia. Non è un mito fossilizzato nel tempo, insomma, ma una persona reale”.

Ha lavorato molto con la fantasia?

“No, quasi niente. Siccome volevo ristabilire la verità, non intendevo creare una storia che suonasse falsa. Inventata. Per questo ho lavorato con i documenti che ci raccontano Van Gogh, le lettere lasciate da lui stesso, da Paul Gauguin, dal fratello Theo. Anche i dialoghi, in gran parte, sono tratti da lì. Mi interessava, insomma, far sentire la vera voce di queste persone che sono entrate ormai nel nostro immaginario. Così ho contaminato la realtà con gli strumenti della finzione narrativa”.

Van Gogh: oggi un mito, al suo tempo poco più di un folle?

“il caso di Van Gogh è uno degli esempi più clamorosi di quanto il mondo non riesca a capire quasi mai l’artista. E renda molto difficile il suo voler affermare il suo punto di vista sulla realtà, sulla pittura stessa. Il modo di esprimersi. Perché chi crea tende ad andare contro le regole stabilite dalla società in cui vive. Vincent è morto molto prima di riuscire a percepire la grande ammirazione che noi abbiamo per lui. La solitudine, il tormento profondo che provava per il mancato riconoscimento del suo lavoro, oggi mettono una grande malinconia”.

Quanto ha lavorato su “Giallo Van Gogh”?

“Qualcuno potrebbe pensare anni. Invece mi sono bastati undici mesi. In realtà, su Van Gogh avevo letto moltissimo, lo conoscevo bene. Ero stata nei suoi luoghi, ad Auvers, ad Arles. E poi, sentivo la necessità di scriverlo in fretta questo libro, per provare a ristabilire la verità. Forse ho usato un sistema di lavoro strano. Perché sono partita dalla scena dell’omicidio. E da lì sono andata a ritroso. Cercando il punto esatto, nel passato, da cui dovevo iniziare la storia, per far capire che la nevrosi ha spinto il pittore ai margini della società. Lo ha fatto allontanare da Paul Gauguin, costringendolo a sentirsi un emarginato, un diverso, com’era già accaduto nel passato. E in quei due ultimi anni è come se lui stesso fosse andato in cerca della punizione, del giusto castigo per questo non essere adeguato al mondo in cui viveva”.

Un sentimento che prova anche lei, questa inadeguatezza dell’artista nei confronti del reale?

“Ho sempre scritto. Eppure, dentro di me non sono mai stata contenta del mio lavoro. Provavo un senso di fallimento, perché un artista dovrebbe essere sempre alla ricerca, non sentirsi mai soddisfatto, come diceva Vincent Van Gogh. I miei libri non mi hanno mai dato appagamento. Anche perché la scrittura è sì una grande passione, ma, al tempo stesso, un’indicibile tormento. Forse, con questo ‘Giallo Van Gogh’ mi sono messa un po’ in pace con me stessa”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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