• 04/12/2018

Nina Bunjevac, lo stupro è un sogno dal cuore di tenebra

Nina Bunjevac, lo stupro è un sogno dal cuore di tenebra

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Le ferite della mente sanguinano almeno quanto quelle sul corpo. Anzi, quasi sempre provocano più sofferenza. Proprio perché non sono visibili. E raccontare ciò per cui si sta male è molto complicato. Lo sa bene Nina Bunjevac, una delle disegnatrici più ammirate al mondo. Un’artista capace di portare alla luce le zone buie dell’anima. Una donna che scrive e illustra le sue storie  con grande visionarietà, e altrettanto impegno, e che non ha mai pensato che la creatività sia buona soltanto per evadere dalla realtà. Per costruire sogni e illusioni. Anzi, finora, nei suoi romanzi disegnati ha sempre cercato di tenere gli occhi bene aperti. Costruendo opere che possono risultare perturbanti, tenebrose, sgradevoli.

Lo sa bene chi ha già letto il suo piccolo capolavoro “Fatherland. Educazione di un terrorista”. Autobiografica graphic novel dell’artista canadese che non ha mai nascosto le sue origini serbe. E che in quel romanzo disegnato raccontava il fanatismo, il machismo in cui è stato cresciuto il suo stesso papà, aiutando i lettori a capire da dove sia scaturito tutto l’odio che ha insanguinato le guerre dei Balcani alla fine degli anni ’90. Adesso, dopo aver illustrato magnificamente la “Fiaba bianca” dello scrittore Antonio Moresco, Nina Bunjevac ritorna per stupire e inquietare ancora con una nuova opera. Si intitola “Bezimena”, l’ha tradotta Aurelia Di Meo per Rizzoli Lizard (euro 20).

Fin dal sottotitolo, Nina Bunjevac dichiara di voler reinventare il mito greco di Siprete. Del giovane cretese trasformato in donna quando venne colto a spiare la nudità di Artemide. Quella stessa dea che avrebbe scatenato un inferno contro Agamennone, pronto a partire in guerra da Aulide alla volta di Troia, dopo aver saputo che il re aveva ucciso un cervo sacro. Vantandosi di ciò, invece di pentirsi. Il seguito della storia l’ha raccontato Euripide, insieme a molti altri scrittori più tardi. E fa parte del ciclo di tragedie dedicate a Ifigenia, la giovane primogenita di Agamennone e Clitennestra, che verrà sacrificata per placare l’ira funesta della dea.

Nina Bunjevac non ha usato la forma classica della graphic novel per costruire la sua “Bezimena”. Questa volta, infatti, ha preferito lavorare su un modello ibrido di romanzo. Dove a ogni pagina di testo, contenuto in un baloon che si può tranquillamente attribuire a un narratore fuori campo, viene abbinata una tavola disegnata su fondo nero o grigio, molte sfumature per creare un’atmosfera onirica, misteriosa, morbosa, un segno nitido, quasi iper-realista, che fa delle figure altrettante icone, anche quando entra in campo la violenza di un erotismo imposto, e non desiderato. Tutto raccontato con grande freddezza e rigore, senza lasciarsi travolgere dall’emozione, dall’empatia, dallo sdegno.

Il prologo mette in scena una sacerdotessa che lancia alti lamenti perché qualcuno sta incendiando i templi, sta mettendo in fuga gli idoli. La sua disperazione, però, si scontra con lo stato di quiete assoluta di Bezimena, un’anziana donna che viene riscossa dal suo stato di quiete fisica e mentale da tutte quelle urla. E per ristabilire un po’ di tranquillità comincia a raccontare la storia di un ragazzo, Benny, figlio inaspettato e amatissimo di un’agiata famiglia di conciatori. Un ragazzino che, fin dai tempi della scuola, si lascia travolgere da una passione smodata per la sua bionda compagna di classe Becky la bianca. Al punto da trasformare quell’ossessione in un motivo di grave imbarazzo per i genitori, e in un inaccettabile scandalo per la scuola, che lo caccerà. Trasformandolo troppo presto in un futuro depravato.

Diventato guardiano di uno zoo, un giorno Benny rivede Becky la bianca. E la smodata passione si riaccende. Comincia a divampare con ancora maggiore furia. Fino a quando il ragazzo trova un misterioso quaderno, che lui interpreta come un preciso segno arrivato da qualche arcana congiuntura astrale, che gli indica la strada per sfogare i suoi tormenti erotici prima sull’amica di Becky, poi sulla sua cameriera e infine sulla bellissima ex compagna di scuola. Ma il finale rivelerà la sconcertante deformazione del piano narrativo che il giovane inserviente dello zoo ha usato per ingannare i lettori. Dietro il coronamento di un bellissimo sogno erotico, infatti, si nasconde una barbara storia di violenza nei confronti di ragazze troppo giovani.

Violenza che la stessa Nina Bunjevac svela di aver evitato per un puro caso quand’era una ragazzina e viveva ancora nell’ex Jugoslavia. Ma anche lì, nella “Nota dell’autrice” che chiude “Bezimena”, l’artista non usa mai toni sopra le righe. Non condanna e non assolve. Anche perché lei stessa non può evitare di rimproverarsi di non aver denunciato subito l’uomo, anzi gli uomini, che hanno tentato di stuprarla. E anche le loro complici, vittime a loro volta. Condannate al silenzio e a una forma di vendetta indiretta nei confronti di altre ragazze attirate tra le grinfie degli orchi.

E allora risuona potente la voce di Bezimena, sul finire del libro, che chiede alla sacerdotessa: “Per chi stavi piangendo?”. Perché è proprio lì che si nasconde il lato oscuro di tutta la violenza. Nella mostruosa banalità di chi prova a giustificare le proprie azioni nefaste. Nel tentativo di rovesciare sulla vittima le ombre nere di una malata fantasia. Nel voler giustificare una pulsione erotica non corrisposta come sacrosanta realizzazione della propria virilità. Nel rovesciare, insomma, sulle donne, sulle ragazzine ancora non sbocciate, su tutti gli esseri inermi, la colpa di contenere in loro stessi dei requisiti di seduzione ai quali è impossibile resistere.

Il sogno di Benny, che diventa incubo per le donne stuprate, ha le stigmate di una favola nera. Di un viaggio fantastico che si trasforma in un incubo non appena i menzogneri presupposti della narrazione vengono smascherati. Illuminati da un racconto che esce dal mito, si allontana dal mistero, per guardare negli occhi la feroce, squallida realtà. Perché Nina Bunjevac sa spalancare lo sguardo sull’atroce abilità, al quale il nostro mondo dà fin troppo credito, di mistificare le cose. Di raccontare splendide bugie dal cuore di tenebra.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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