• 06/12/2018

“Roma” di Alfonso Cuarón, un piccolo capolavoro dalla parte delle donne

“Roma” di Alfonso Cuarón, un piccolo capolavoro dalla parte delle donne

“Roma” di Alfonso Cuarón, un piccolo capolavoro dalla parte delle donne 1024 512 alemezlo
Mica facile entrare con la fanfara nel mondo del cinema di successo. Firmare pellicole che fanno fuochi d’artificio al botteghino come “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban”, uno degli episodio cardine nella saga dell’amatissimo maghetto, oppure “Gravity”, con due superstar indiscusse come George Clooney e Sandra Bullock. E riuscire, comunque, a restare se stessi. A non farsi succhiare l’anima. A continuare a inventare storie che non puntano gli occhi solo al mercato. Non è facile, no, eppure Alfonso Cuarón ce l’ha fatta.

Niente di clamoroso, intendiamoci. Nessuna dichiarazione di guerra contro Hollywood e il mercato. Tanto più che, dopo “Gravity”, Alfonso Cuarón si è dedicato a scrivere e a dirigere il primo episodio della serie tv “Believe”, ha lavorato come produttore. Però, in gran silenzio, non si è stancato di progettare, mettere a punto, sognare un nuovo, personalissimo film. Una storia che lo portasse un po’ indietro nel tempo, che ricordasse ai suoi spettatori il bellissimo “Y tu mamá también” del 2001. Un pellicola, insomma, coraggiosa, lontana dall’ansia degli incassi, giocata tutta sulla recitazione e sulla cura dei dialoghi, delle inquadrature, del montaggio.

È nato così il film “Roma”, Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia pochi mesi orsono, candidato per il Messico all’Oscar per la miglior pellicola in lingua straniera. Un racconto che ha qualcosa del neorealismo, che ricorda il cinema di poesia di Pier Paolo Pasolini, pur senza quello sguardo “ideologico” così evidente in tutte le opere del poeta di Casarsa. Ma che ribalta la prospettiva, perché al centro della storia c’è una famiglia borghese. Un mondo dorato, incastonato nel quartiere Colonia Roma di Città del Messico. Un microcosmo che potrebbe essere perfetto, se non ci fossero gli occhi malinconici e umanissimi dio una giovane domestica a osservarlo. A raccontarlo.

Il vero centro di gravità del film, infatti, è Cleo (interpretata da un’intensissima, strepitosa Yalitza Aparicio). Tocca a lei, con grande discrezione, finendo spesso per rendersi quasi invisibile, governare la casa del professor Antonio Zovek e di sua moglie Sofia (la tormentata e fascinosa Marina de Tavira). Un coppia ancora giovane, brillante, di successo. Anche se, è evidente fin dalle prime inquadrature, la scintillante bellezza del loro ménage è soltanto apparenza. Dal momento che sarà scoperto molto presto che le frequenti assenza di Antonio, sfuggente capofamiglia, sono la spia di un evidente disagio di coppia. Di una crisi che cova sotto la cenere dei rituali borghesi, governati da una formalissima, impenetrabile sequenza di convenevoli dettati dalla buona educazione. Da frasi al veleno sussurrate dietro le porte chiuse.

Cleo è il vero angelo custode della casa. Mai stanca, si destreggia tra la cucina e il servizio dei pasti, tra il bucato e le filastrocche della buonanotte canticchiate con sincero affetto per i figli più piccoli dei signori, tra le cacche del cane da spazzare in cortile e le brevi uscite per accompagnare i bambini a scuola. E quando si prende qualche ora di libertà, finisce per andare al cinema con l’altra cameriera di casa, Adela, e i loro rispettivi fidanzati: Fermin (Jorge Antonio) e Pepe. Sembrano due tipi a posto, quei ragazzi, soprattutto Fermin, che viene da un passato di estrema povertà e di emarginazione. Disagio che ha dimenticato aggrappandosi alla pratica delle arti marziali. Indimenticabile la scena di lui, completamente nudo, che usa l’asta che regge la tenda della doccia per eseguire, davanti a un esterrefatta Cleo, una sequenza di mosse di lotta stile Bruce Lee.

Ma il mondo della famiglia borghese di “Roma” assomiglia a certi oggetti truccati. Che sotto una spolverata d’oro farlocco rivelano tutta la loro falsità. Così, capita che una sera, mentre Cleo accompagna i ragazzi al cinema, la famiglia si imbatta proprio nel professor Antonio che folleggia in giro per Città del Messico con la sua amante. Altro che viaggi di lavoro nel Quebec, altro che impegni professionali a cui è impossibile sottrarsi. Quella è la verità dei troppi, imbarazzati silenzi, vissuti in casa. Poco dopo, la domestica scopre di essere incinta e cerca di avvisare Fermin. Ma lui si sottrae, si rifiuta di vederla ancora, di condividere la nascita del bimbo. E nel corso di una manifestazione studentesca, dove la polizia insieme a un gruppo di fiancheggiatori addestrati e armati apriranno il fuoco, ammazzando parecchi innocenti, il giovane getterà la maschera e rivelerà il vero volto di uomo violento, amorale, carico d’odio.

Ambientato tra il 1970 e il 1971, girato da Alfonso Cuarón in un bianco e nero luminoso, eppure carico di ombre inquiete, quando la storia s’inabissa nei meandri di retroscena inaspettati, “Roma” è un atto d’amore per quello stuolo di anonime domestiche, di ragazze tuttofare, che hanno fatto crescere generazioni di ragazzi messicani (ma non solo) rinunciando a se stesse. Accontentandosi di vivere nell’ombra delle famiglie che servivano con un amore e una dedizione ben più forti del semplice rispetto del proprio ruolo professionale. Ma il film di  Cuarón (distribuito da Netflix, che lo porta soltanto per pochi giorni nelle sale cinematografiche del mondo, per poi programmarlo sulla propria piattaforma in rete) ha anche un cuore “politico”, di denuncia nei confronti del Potere che, nell’America Latina di ieri e di oggi, ha usato la forza proprio contro quel popolo che diceva di rappresentare.

E poi, “Roma” è pure un lucido momento di analisi sociologia e antropologica sui rapporti di forza, e di estrema, improvvisa fragilità, che si creavano all’interno di una famiglia borghese di quel tempo. Ma anche un racconto sugli intrecci amorosi, affettivi, di empatia umana tra servi e padroni, tra chi poteva concedersi una vita agiata e chi, in quella situazione, era soltanto un elemento di contorno. Però utilissimo, indispensabile al punto da difenderlo e proteggerlo anche nei momenti di difficoltà (come l’indesiderata gravidanza di Cleo), ma pur sempre destinato a rimanere nel proprio ruolo subalterno.

Su tutte, spicca la solidarietà al femminile, messa in scena da un uomo come il regista Alfonso Cuarón, che porterà la padrona Sofia e la serva Cleo a ritrovarsi dalla stessa parte della barricata. A provare il medesimo sgomento per l’abbandono del proprio partner, a sentirsi escluse da un mondo che pretende da loro il rispetto del ruolo di madri, mogli, domestiche, senza difenderle quando sono gli stessi mariti, fidanzati, compagni, a infrangere per primi il patto. A scaricarle perché prigioniere del loro stesso essere centro di gravità della famiglia.

In “Roma”Alfonso Cuarón non alza mai il tono. Costruisce questa sua personale dichiarazione d’amore per tutte le Cleo e le Sofia, fatta da chi è stato bambino, figlio, nel Messico degli anni Settanta, costruendo un racconto in apparenza dimesso, nutrito di particolari, di dialoghi ascoltati in sottofondo, di rivelazioni fuggevoli, di angosce trattenute e mai urlate, di minime vicende quotidiane. Dettagli, frammenti di vita che, a ben guardare, hanno la forza dei piccoli grandi capolavori.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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