• 31/01/2020

Stefano Massini, la lunga notte di Eichmann. Un uomo banale

Stefano Massini, la lunga notte di Eichmann. Un uomo banale

Stefano Massini, la lunga notte di Eichmann. Un uomo banale 1024 576 alemezlo
Non sovrastava il mondo dall’alto di una statura abnorme, Adolf Eichmann. In fondo misurava solo un centimetro in più dell’altro Adolf. Il tanto temuto e venerato Führer. Che poteva contare su un metro e 75, contro il metro e 76 dell’uomo considerato come uno dei punti di forza della Soluzione finale per sradicare gli ebrei dalla Germania. Magro, fortemente stempiato, dentatura irregolare e occhi miopi, l’Obersturmbannführer amava far credere di non essere stato un bambino felice. E di aver cullato a lungo un solo sogno: quello di non diventare mai un tipo mediocre come suo padre. Insomma, non era certo il mostro assetato di sangue che qualcuno aveva voluto dipingere, per far credere che mai la Germania, mai il popolo tedesco avrebbero potuto partorire personaggi del genere. Assassini di massa del tutto privi del pur minimo concetto di pietas nei confronti degli altri.

Non era un mostro, Adolf Eichmann. Piuttosto, era un tipo che non si rassegnava a invecchiare lavorando per l’azienda paterna di estrazione mineraria. Tanto che nei lager si faceva chiamare ingegnere, anche se la laurea non l’aveva mai conseguita. Ma quando venne arrestato dai servizi segreti israeliani in Argentina, dopo aver lasciato l’Europa con un passaporto falso rilasciato dalla Croce Rossa di Ginevra su sollecitazione del frate francescano Edoardo Domoter, il tenente colonnello delle Ss decise di mostrare al tribunale di Gerusalemme il volto di un uomo qualunque. Un funzionario, più che un capo, inserito in un complesso ingranaggio dove ognuno eseguiva soltanto gli ordini arrivati dall’alto.

Nel corso di quel lungo dibattimento. iniziato l’11 aprile del 1961 con tutti gli occhi del mondo puntati verso Israele, e concluso il 15 dicembre con il verdetto di colpevolezza e la sentenza di condanna a morte per impiccagione, eseguita nel carcere di Ramleh il 31 maggio del 1962, a sedere tra il pubblico c’era una donna. Una filosofa, inviata lì dal settimanale “New Yorker” per raccontare quell’evento così fuori dal comune- Il suo nome era Hannah Arendt. Il libro che ne avrebbe tratto è ormai un testo conosciutissimo. In italiano è conosciuto come “La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme”, titolo trovato con felice intuizione dall’editore Feltrinelli. Che, nell’ottobre del 1964, lo mandò nelle librerie rovesciando l’originale intestazione “Eichmann in Jerusalem: a report on the banality of evil”.

La lettura di Hannah Arendt del caso Eichmann, tutta tesa a dare un immagina del criminale nazista assai realista e demistificante, molto più aderente alla realtà dei fatti e del personaggio dei tanti leggendari ritratti che dipingevano il temuto Obersturmbannführer come un mostro inumano assetato di sangue ebraico, non trovò subito un coro di consensi. Alla filosofa nata a Linden da famiglia ebraica, rimasta apolide in seguito al ritiro della cittadinanza tedesca dal 1937 al 1951, quando venne accolta dagli Stati Uniti, fu addirittura rinfacciata la lunga e tormentata relazione con il suo primo maestro Martin Heidegger, colpevole di avere aderito al nazismo.

Solo nel tempo, molti lettori scettici, o addirittura critici nei confronti della “Banalità del male”, hanno dovuto riconoscere che quel testo di Hannah Arendt era un tentativo coraggioso di riportare con i piedi a terra non soltanto il caso Eichmann. Ma l’intero fenomeno nazista. Perché solo un’interpretazione fortemente realista, del tutto libera da connotazione favolistiche, può aiutare ancora oggi a comprendere davvero quel terribile momento storico.

Su queste frequenze si è sintonizzato anche uno scrittore e autore di testi teatrali, oltre che volto televisivo con i suoi racconti a “Piazza pulita”, come Stefano Massini. Nel rileggere gli atti del processo a Adolf Eichmann, e i verbali che hanno portato alla condanna a morte del criminale nazista, oltre ai saggi di Hannah Arendt, l’autore del romanzo “Qualcosa sui Lehman”, che ricostruisce l’epopea e la disfatta della famiglia americana in un testo scritto in versi liberi (entrato nella cinquina del Campiello 2017 e premiato in Francia con il Médicis), ha creato un dialogo impossibile tra due personaggi così distanti. Un faccia a faccia drammatico e umanissimo intitolato solo “EICHMANN”, tutto maiuscolo. Ma che già nel sottotitolo spiega la direzione in cui procede: “Dove inizia la notte” (Fandango Libri, pagg. 114, euro 12).

Sì, perché è proprio quella la domanda che si ripete, come un brusio incessante, lungo tutto il testo di Stefano Massini. Dov’è iniziata la notte? A che punto un uomo come Adolf Eichmann ha rinunciato a provare sentimenti nei confronti di altri uomini e donne, tanto da diventare uno dei principali punti di forza di un gigantesco mattatoio come la spaventosa macchina mangiacorpi dei lager nazisti.

Incalzato dalle domande puntuali e implacabili di una Hannah Arendt certamente non disposta a fare sconti, o a concedere facili scappatoie a Adolf Eichmann, “Dove inizia la notte” ripercorre l’intero percorso umano del criminale nazista. E dimostra come il tenente colonnello delle Ss abbia sempre provato a mettere in rilievo la sua marginale importanza nell’apparato nazista. E, al tempo stesso, il suo non odio personale nei confronti degli ebrei. Tanto da riandare, con il ricordo, a un suo caro amico d’infanzia, un ragazzino di nome Sebba, e a un’amante sempre “non di pura razza ariana” per cui minacciò di chiudere un . giornale che s’era inventato la raggelante battuta: “Non scoperei mai una cagna né una gatta, faccio eccezione per un’ebrea”. Inutili, paterici tentativi di salvarsi l’anima a un passo dall’impiccagione.

Adolf Eichmann, in questo dialogo, mette in mostra tutta la sua raggelante meschinità umana. Continua a ripetere di essersi sentivo, come suo padre, per tutta l’infanzia e la giovinezza “il peggiore”, di essere entrato nelle Ss non solo per l’ansia di mettersi in luce ma anche perché “c’era da farsi pure i soldi”, di avere sempre rispettato il suggerimento di Heinrich Himmler “l’unico onore è non tradire mai”. E non arretra di un passo quando ripercorre la sua corsa al successo, il passaggio da una promozione all’altra, il desiderio di sentirsi al di sopra degli altri: “Potere è questo: disporre di una vita non tua”.

Ma tutta la banalità dell’uomo che ha mandato a morire milioni di persone, ebrei e avversari politici, omosessuali e zingari, oltre a tantissimi uomini e donne disabili trattati come semplici rifiuti della razza umana, emerge quando Adolf Eichmann prova a scusarsi rigettando la colpa sugli altri. Su chi, ad esempio, non volle accogliere i milioni di ebrei che il Terzo Reich avrebbe voluto deportare in altre parti del mondo. Ma si fa  pure beffe della Croce Rossa, e di tante politici sparsi nel mondo, abbagliati dalla perfezione di un finto campo di concentramento come Theresienstadt. Un tragico teatrino allestito “apposta per le visite degli stranieri”. Una plateale presa in giro dove “all’ingresso, il giorno prima, mettevamo ghirlande di fiori – spiega Adolf Eichmann in ‘Dove inizia la notte’ -. Loro entravano, guardavano. Crede che ci sia mai stato qualcuno che abbia detto ‘fateci vedere un altro campo, magari a est’? L’unica volta che tentarono, gli fu detto ‘volentieri, ma c’è in corso un’epidemia di tifo’. Risposero ‘allora poi vediamo’. Non li sentimmo più”.

La domanda più perturbante che Adolf Eichmann rivolge a Hannah Arendt, quando capisce che non ha speranze di salvarsi dalla forca, è quella che fa appello al senso di umanità dei giudici. Al senso di responsabilità dell’intera umanità. Perché, dall’alto della sua convinzione di essere stato soltanto uno strumento di decisioni altrui, il tenente colonnello delle Ss chiede alla filosofa: “Quando avrete ucciso Adolf Eichmann, le chiedo, quanto altri ucciderete pur di vincere sul male? Diventerà un’ossessione. E un bel giorno, glielo prometto, i suoi dieci uomini giusti saranno tali e quali a me”.

Una riflessione sull’ansia di vendetta, da parte dei biblici “giusti” che avrebbero potuto salvare Sodoma e Gomorra, drammaticamente attuale. Visto che, oggi più che mai, il rispetto dei diritti del caino di turno sembra difficile da accettare. E che il fantasma della pena di morte si ripresenta sempre più di frequente anche nei ragionamenti di chi si sente lontanissimo dal feroce qualunquismo dei forcaioli di professione.

In “EICHMANN”, Stefano Massini tratteggia non la forza della malvagità. Non il fascino delle tenebre. Ma la normalissima, inarrestabile piccolezza dell’essere umano. Perché nessuno di noi può dichiararsi immune dal richiamo della violenza. Perché le contraddizioni, la meschinità, la goffaggine del soldato che ha mandato a morire milioni di persone, fanno parte di noi. Sono lì, acquattate in un angolo della nostra mente, pronte ad aspettare il momento favorevole. Pronte ad aggrapparsi a una promozione, a un’inaspettata chiamata del Potere, a un’occasione attesa da sempre. Per dare sfogo a tutta la brutalità e l’indifferenza che è nostra, profondamente nostra. Anche se preferiamo attribuirla ai diavoli, agli abitatori del buio. A quei mostri che, nello specchio, ci assomigliano maledettamente.

<Alessandro Mezzena Lona<

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