• 05/02/2020

Giorgio Ghiotti, santo è il corpo. Non solo lo spirito

Giorgio Ghiotti, santo è il corpo. Non solo lo spirito

Giorgio Ghiotti, santo è il corpo. Non solo lo spirito 1024 683 alemezlo
Ci hanno fatto credere che il corpo sia solo un involucro. Una pesante corazza capace di proteggere e far viaggiare lo spirito nella realtà. Ma anche una prigione per il pensiero,  un transitorio rifugio per l’anima. Qualcosa di cui curarsi poco. Perché i santi sono pura luce. I mistici non mangiano, non dormono, non cedono alle tentazioni. I saggi non fanno sport, non godono delle bellezze di ogni giorno che riusciamo a vivere. Stanno lì, con gli occhi vuoti, a inseguire pensieri. A elevare la mente, ad assecondare i sogni e le illusioni, a mortificare la carne e le sue tentazioni. Trascurando, se non addirittura mortificando, tutto quello che sta al di sotto della testa

Poi, un giorno ti capita di aprire gli occhi. Ti trovi a fissare con più attenzione quello che sta attorno. E scopri di aver creduto all’incredibile. Ovvero, “che i santi non avessero corpo, soprattutto che non avessero un sesso”. E invece, come diceva il centauro Chirone al giovane Giasone nella scena d’apertura della “Medea” di Pier Paolo Pasolini, “tutto è santo, tutto è santo”. Se sappiamo riconoscere in quello che vediamo, che abbiamo, il soffio della Natura. Il senso dell’esistenza. Il segreto di essere carne e spirito. Terra e aria, ma anche acqua e fuoco. Consci, come diceva Baruch Spinoza, che il nostro Dio è già qui. Nel mistero dell’esistente, nella bellezza di tutto quello che ha sostanza. Deus sive Natura.

Un pensiero che cambia la vita del protagonista di “Santi giorni”. Il ragazzo che imposta la sua vita sulla ricerca della presenza del vero Dio in uno dei dodici racconti che Giorgio Ghiotti ha raccolto nel volume “Gli occhi vuoti dei santi”, pubblicato dalla casa editrice Hacca (pagg. 191, euro 15). Libro e autore saranno ospiti domenica 2 febbraio, alle 18, ai Frigoriferi Milanesi di Writers, il Festival arrivato all’ottava edizione e che quest’anno prende come spunto una frase di Antonio Gramsci, attorno a cui ruota tutto il programma: “E in questo chiaroscuro nascono i mostri…”.

“Uno dice mondo, e pensi a un cerchio imperfetto”. Perché così è la vita dei personaggi che Giorgio Ghiotti, giovanissimo poeta romano che vive tra la capitale d’Italia e Milano, porta al centro delle sue storie. Conosciuto per i racconti di “Dio giocava a pallone”, per il romanzo “Rondini per formiche”, per alcune raccolte di versi come “Estinzione dell’uomo bambino”, l’autore non si accontenta mai di galleggiare in superficie. Ma va a squadernare con le parole i pensieri più nascosti, i tormenti più sottili, i dubbi più ingannevoli e vitali, di chi prende forma tra le sue pagine.

Non è solo la trama, dannata ossessione di molti editor, non è tanto la sua bravura di inventare storie, che rende così belli e affascinanti i racconti di Giorgio Ghiotti. Colpisce di più la capacità di scegliere per ogni descrizione le parole giuste, per ogni stato d’animo le frasi che pulsano come cuori dilatati dall’emozione e stretti dal dolore, per ogni personaggio i tratti del suo essere. E allora è impossibile non farsi trascinare, conquistare, dall’andamento narrativo e linguistico di “Mio padre”, dagli adolescenti per cui anche un gazometro può assumere le sembianze di un dio d’età ellenistica. Creato “per la paura che il grigio possa inghiottirci per sempre”. Così come non si riesce a restare indifferenti all’intreccio di sentimenti, alle intermittenze del desiderio, alle sorprese che porta sempre il vivere, nelle pagine di “È permesso”.

E se è d’amore che vogliamo parlare, come non emozionarsi per quell’incontro inaspettato di corpi e desideri, di incertezze e furori, che porta ad avvicinarsi due donne apparentemente così lontane come Grace e Patricia del racconto “Mattatoio”. E se prima di Dio dovremmo interrogare l’io, per liberarci di tutte le sovrastrutture del nostro comportamento fino a metterci a nudo, così tanto “da sentirsi invincibili”, allora bisogna seguire il percorso che porta il protagonista di “Santi giorni” a capire che i furori del fondamentalismo religioso altro non nascondono se non l’incapacità di interrogare il proprio cuore. Il corpo. Per capire che, sempre, “forse l’amore non è giusto, è solo esatto”.

Dolori e nostalgie, minuscole superstizioni legate a una piccola testa di terracotta e tentativi di esorcizzare la vecchiaia trasformando il matrimonio in un triangolo, illusioni da adolescenti e delusioni da padri “belli e perturbanti come le cose che non ci si aspetta”, formano il lievito madre dei racconti de “Gli occhi vuoti dei santi”. Un piccolo viaggio nella condizione umana. Un ritratto a più voci che mette a fuoco la difficoltà di trovare il proprio percorso. Di sbarazzarsi dei falsi miti. Di confessare a se stessi che troppo spesso, il dolore che ci infliggiamo è dettato solo da regole sbagliate. Da illusioni e pensieri impossibili. Dal non accettare la nostra confusa, straordinaria capacità di attraversare la realtà come sogni bellissimi.

Diciamo troppo spesso che l’Italia letteraria del terzo millennio è avara di giovani talenti. Ma non sempre è vero. Perché scrittori come Giorgio Ghiotti dimostrano quanto si possa lavorare con coraggio e sensibilità alla struttura linguistica e narrativa dei racconti, dei romanzi. Per ottenere piccoli gioielli di carta. Sorprendenti cristalli di prosa limpida.

<Alessandro Mezzena Lona<

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