• 22/05/2020

Roberto Cotroneo e il daimon di Arturo Benedetti Michelangeli

Roberto Cotroneo e il daimon di Arturo Benedetti Michelangeli

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Erano gli anni Sessanta. Dichiararsi engagé, impegnati, per gli artisti aveva il sapore dell’obbligo. Scrittori in jeans e dolcevita salutavano con il pugno chiuso in bella vista. Pittori votati al realismo socialista dipingevano quadri pieni di operai al lavoro, contadini nei campi. Musicisti, come Maurizio Pollini, prima di iniziare un concerto si lanciavano in filippiche contro la guerra in Vietnam. Poi c’era lui, Arturo Benedetti Michelangeli. Da tutti considerato un pianista dal talento purissimo. Che la leggenda vuole abbia iniziato a suonare a due anni. Un giorno, un giornalista era andato a chiedergli quale fosse la sua fede politica. E lui, candido, aveva risposto di essere un monarchico.

Del tutto fuori dagli schemi, algido, inarrivabile, scollegato dal mondo attorno a lui. Si potrebbe continuare a lungo nel descrivere un musicista che rappresenta, ancora oggi, un autentico enigma. Un punto interrogativo umano, ma anche artistico. Tanto da convincere il giornalista e scrittore Roberto Cotroneo a rimettersi sulle tracce del Maestro. Dopo che aveva già provato a cimentarsi con Arturo Benedetti Michelangeli reinventandolo nel suo primo romanzo “Presto con fuoco”, pubblicato nel 1996 ed entrato nella cinquina dei finalisti al Premio Campiello. Ventiquattro anni dopo, però, la formula del libro è cambiata completamente. Perché “Il demone della perfezione”, pubblicato da Neri Pozza (pagg. 141, euro 16,50) è un indagine biografica. Ma anche una ricerca appassionata su “l’ultimo dei romantici”, come recita il sottotitolo. Un viaggio alle origini del genio. Un’immersione profonda nella solitudine di chi sceglie di non adeguarsi ai rituali della mondanità. Alle regole dell’immergere nella più normale quotidianità.

Se fosse stato solo un pianista perfetto “con una vita ineccepibile, con un rigore da lasciare sgomenti, questo libro non potrebbe esistere”, scrive Roberto Cotroneo. Perché ABM, come la chiama per tutta la lunghezza de “Il demone della perfezione”, risulterebbe uno dei tanti pedanti perfezionisti, con il nulla alle spalle. Con una vita, insomma, del tutto piatta. Perfettamente inutile da raccontare.

Al contrario, guardare da vicino il mito Benedetti Michelangeli, provare a raccontarlo, a scoprire il mistero di un pianista, di un uomo totalmente alieno ai riti del mondo dello spettacolo, murato dietro il suo silenzio sulle faccende della vita privata, significa accettare la sfida più grande. Perché significa ricostruire i passi perduti di un musicista che andava al di là della semplice tecnica, che non si accontentava di essere il protagonista assoluto di concerti e incisioni discografiche. Ma che corteggiava l’assoluta limpidezza del suono. Qualcosa che sfiorasse la perfezione.

Ed è proprio in questa ricerca al limite dell’impossibile che sta la grande sfida di Arturo Benedetti Michelangeli. Di pianisti grandissimi, il ‘900 ne ha visti passare parecchi. Basterebbe riportare alla memoria i nomi di Alfred Cortot, Arthur Rubinstein, Vladimir Horowitz, Sviatoslav Richter. Ma anche di un irregolare come Glenn Gould, che non tratteneva la voglia di cantare a bocca chiusa mentre suonava le “Variazioni Goldberg” di Johann Sebastian Bach, o qualche altra pagina famosa. Ma perché, allora, il mito del Maestro continua a sfuggire? A restare lì, cristallizzato nella sua antimodernità, il quell’ostinato proposito di non mischiarsi con le cose del mondo.

E dire che ABM, come racconta bene Roberto Cotroneo, era tutt’altro che un’asceta. Amava le donne, come ha confermato di recente anche Marisa Bruni Tedeschi, madre di Carla Bruni e dell’attrice Valeria Bruni Tedeschi, nella sua autobiografia “Care figlie vi scrivo”. A una festa le disse: “Ne ho abbastanza. Andiamo a bere questo champagne in camera mia”. Pregando in seguito la sua segretaria di telefonarle per chiederle se potevano rivedersi, dato che lui non riusciva più a concentrarsi sul pianoforte. Non disdegnava il buon cibo e i vini. Coltivava una passione smodata per le automobili molto potenti e veloci, che guidava personalmente terrorizzando gli altri passeggeri. Era profondamente cattolico, anche se raccontava un sacco di bugie. Come quella di avere vinto il Giro di Lombardia in bicicletta. O di avere girato per le chiesette del Trentino per suonare vecchi organi dimenticati. E chissà se aveva davvero preso parte alla Resistenza. Lui, che aveva rifiutato la tessera del Fascio, ma si trovava a suo agio tra regine e contesse. Lui che si incantava per i versi di Gabriele D’Annunzio, e prima di morire il 12 giugno 1995 ha meditato a lungo sul “De imitatione Christi”, un testo medievale assai caro al cristianesimo più popolare.

Era l’incarnazione perfetta delle contraddizioni. Mentre il suono del suo pianoforte faceva storcere il naso a molti musicologi e critici, che lo accusavano di eccessiva nitidezza, di essere talmente perfetto da far risultare l’interpretazione fredda, ABM stupiva tutti accettando di armonizzare canzoni di montagne per il coreo trentino della Sat. Non amava essere lusingato, soprattutto se insistevano troppo a decantare il suo straordinario pianismo, ma sapeva indossare perfettamente i panni dell’insegnante tutt’altro che tradizionale e ineccepibile. Come ricordano alcuni suoi illustri allievi, da Maurizio Pollini a Martha Argerich.

Roberto Cotroneo, in oltre una sessantina di brevi incursioni nella vita di ABM, che vanno a formare la struttura del “Demone della perfezione”, procede mettendo a confronto dicerie e minuscole verità, passaggi confermati della vita del pianista e leggende alimentate dai suoi silenzi. Da quell’atteggiamento distaccato e misterioso. Ricorda la sua rottura con l’Italia, la fuga a Lugano, la decisione di non esibirsi mai più nel suo Paese. Tutto per colpa di un accordo non rispettato con un etichetta discografica creata apposta per lui. Promessa mantenuta a costo di annullare il concerto se veniva informato che in sala ci sarebbero stati molti spettatori italiani espatriati pur di sentirlo suonare. Si interroga sulla scelta di non incidere mai niente di Franz Liszt, di cui era stato proclamato da Alfred Cortot l’erede più nobile e capace, ma anche di tanti altri compositori, che pur amava. Non dimentica la tenace volontà di misurarsi con “Gaspard de la nuit”, la composizione in tre parti scritta da Maurice Ravel nel 1908. Considerata da tutti qualcosa di terrificante per la sua difficoltà tecnica. Eppure, a riascoltarla ancora oggi, quell’esecuzione incanta.

Antimoderno per eccellenza, tanto che Roberto Cotroneo si chiede come sarebbe sopravvissuto a un mondo dove il digitale livella drasticamente il suono della musica, abituato a posare nelle foto come i signori dell’800, capace di far impazzire i suoi fedeli accordatori di pianoforte e di rifiutare un sontuoso contratto con la Philips, Arturo Benedetti Michelangeli appare ancora oggi uno sfuggente, affascinante, inafferrabile “misto di perfezione e inconsapevolezza”. Un musicista che non ha lasciato eredi. Un messaggero di quello che lo scrittore Giovanni Testori ha definito “il supremo disegno fattosi musica, suono”. Un uomo che non rideva mai, secondo Salvatore Accardo, che metteva paura, ma era pronto a stupire tutti con i suoi scoppi di rabbia, la sua imprevista generosità nei confronti dei poveri, gli slanci emotivi nei confronti del pubblico. Come quella volta a Cracovia che, commosso dall’entusiasmo della gente, come bis aveva suonato di nuovo, per intero, tutto il programma della serata.

E non è raccontandolo, scavando nella sua vita, riascoltando tutto quello che ha inciso, che viene meno il desiderio di continuare a interrogarlo, a inseguirlo. Perché, dice Roberto Cotroneo in questo suo prezioso “Demone”, lui era “come se al mondo, dopotutto, non si fosse mai abituato”. Troppo impegnato a dialogare con il suo daimon. A ricostruire quel “codice dell’anima”, come lo chiamava lo psicoanalista junghiano James Hillman, che richiede la dedizione e l’impegno di tutta una vita.

<Alessandro Mezzena Lona<

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