Nostalgia canaglia, ideali gonfiati con il vento potente della retorica, una mistica costruita sulla forza, sulla fedeltà alla patria, sul mito della razza pura. Sì, il fascismo è l’incarnazione perfetta di quella che Eric Hobsbawm, lo storico che ha segnato il ‘900 con libri importanti come “Il secolo breve”, “La fine dello Stato”, “La fine della cultura”, ed è morto nel 2012, ha definito “l’invenzione della tradizione”. Perché appare evidente che proprio il fascismo è il modello perfetto di manipolazione e successiva costruzione di miti, riti e narrazioni collettive che dovrebbero affondare le radici nella Storia più gloriosa, per forgiare un’identità nazionalista forte. E che invece, a ben guardare, si sbriciola sotto gli occhi di chi analizza il tutto con implacabile lucidità.
Eric Hobsbawm ipotizzava che “molte tradizioni che ci appaiano, o si pretendano, antiche hanno spesso un’origine piuttosto recente, e talvolta sono inventate di sana pianta”. Ricordando queste parole, il pensiero corre subito alla cialtronesca scenografia finto romana del fascismo, al catastrofico sogno dell’Impero, di “un posto al sole”. Ma riporta anche alla memoria il richiamo insistente del Terzo Reich alla perduta Thule, al mito degli Iperborei e della perfetta, purissima razza ariana, al richiamo tenebroso delle dottrine occulte venate di un superomistico razzismo. Senza dimenticare i contemporanei cascami ideologici, che strizzano l’occhio alla vecchia paccottiglia patriottarda riproponendo fasulli riti e ancor più falsi miti.
L’invenzione della della tradizione riprende forma, con tutto il suo strascico di muscolari credenze, in un romanzo scritto da Alberto Garlini. Anche se il suo “Credere tradire combattere”, pubblicato da Marsilio (pagg. 302, euro 18) non vuole minimamente essere un saggio storico, né un pamphlet atto a smascherare la tronfia prosopopea dei regimi dittatoriali. No, perché lo scrittore nato a Parma, che vive a Porcia ed è uno dei tre direttori del Festival Pordenonelegge, preferisce affidarsi alla mutevole, ma inesorabile, lucidità della letteratura costruendo un romanzo dal solido impianto storico, che alberga dentro di sé l’inquieto fascino del noir.
Alberto Garlini, che ha debuttato come scrittore nel 2002 con “Una timida santità”, era già entrato nei territori dell’ideologia fascista costruendo, nel 2012 un romanzo potente come “La legge dell’odio”, pubblicato da Einaudi. Ma nella storia del protagonista, Stefano Guerra, si specchiavano gli anni inquieti compresi tra il soffio barricadero del 1968 e la violenta disillusione degli anni ’70. Tempi di scontri feroci a Valle Giulia, di attentati e maneggi segreti coperti dallo Stato, di trame nere. Adesso invece, con “Credere tradire combattere”, ritorna indietro nel tempo. E comincia il suo racconto nell’ottobre del 1945 a Roma. Mentre l’Italia, che si sta liberando a fatica dai cascami del fascismo e della Repubblica di Salò, non ha trovato ancora una solida struttura democratica. E soltanto il 20 giugno del 1946 affiderà agli elettori la scelta se continuare a essere Regno d’ìItalia o cominciare a costruire un nuovo assetto libero e democratico.
Al centro del romanzo c’è uno dei personaggi più ambigui, sfuggenti e affascinanti costruiti da Alberto Garlini in tanti anni di scrittura, che possono annoverare romanzi intenso come “Tutto il mondo ha voglia di ballare”, “Il fratello unico”, “Il sole senza ombra”. Milo de Carval non sa rassegnarsi alla scomparsa del fascismo, in cui ha creduto con tutto se stesso. Così, in una Roma che si arrabatta tra cumuli di macerie, miseria e grandi illusioni, si adatta insieme al camerata e amico Fede a spacciare notizie false. Attorno a lui gravita un sottobosco in cui si muovono veri e falsi nostalgici del regime mussoliniano, eroi costruiti a tavolino e doppiogiochisti senza scrupoli, puttane depositarie di segreti pericolosi e militari ansiosi di mettere a segno al più presto un colpo di Stato.
Niente è come sembra, in questo romanzo di Alberto Garlini. Perché la realtà alberga dentro di sé un doppio fondo nascosto da cui spuntano in continuazione idealisti e squallidi traditori, fascisti pronti a morire per la causa e tiepidi profittatori decisi a schierarsi soltanto quando la vittoria sarà certificata. In questo oscuro tempo da romanzo Hard Boiled sferzato dal ponentino romano, Milo perde il suo amico più caro in maniera atroce. Qualcuno, infatti, ha teso un’imboscata a Fede, lo ha legato a una sedia, torturandolo in maniera feroce fino a fargli perdere la vita. Immediata scatta, da parte di de Carval, la voglia di vendetta. Ed è anche facile individuare nei partigiani della Volante Rossa i colpevolò di quella mattanza. Ma la realtà, come sempre, nasconde nel suo profondo un cuore di tenebra. E lo stesso Milo, del resto, non può certo calarsi nella parte dell’eroe senza macchia e senza paura, visto che lui stesso, al momento opportuno, cede alla tentazione di trovare un’intesa con il nemico. Magari perché ha le sembianze irresistibili di una comunista con i capelli rossi. E lui le donne, da idealista dannunziano, le desidera in maniera smodata. O perché si materializza qualkcuno disposto a pagarlo, e lui accetta, visto che non se la passa poi troppo bene.
Essere fascisti duri e puri in un tempo in cui i camerati “tiravano avanti con buoni mensa, sigarette nazionali e un qwuarto di vino la domenica; dormivano per strada o nei dormitori dei conventi, e poi si ritrovavano in Galleria fino a mezzanotte a discutere del sesso degli angeli”, non è affatto facile. Anche perché, tutto attorno, Roma mostra il suo volto più inquietante. Fatto di poveri disgraziati che passano la notte in tende di fortuna piantante in piazza Vittorio, di criminali di guerra che fanno la bella vita nelle segrete e sicure stanze del Vaticano, di doppiogiochisti che riescono sempre a salvare la pelle. E di pochi, scalcinati, spesso improbabili nostalgici di Mussolini che, invece di organizzare seriamente una violenta presa del potere, si riducono a fare da cani da guardia al re traditore della patria. Su tutto e su tutti giganteggia il mistero di un tesoro inafferrabile. Centinaia e centinaia di lingotti d’oro trafugati in Italia e poi scomparsi.
Scritto come fosse una finestra spalancata sul momento più difficile del secondo dopoguerra, animato da uno stile che porta Alberto Garlini ad alternare pagine di frenetica, adrenalinica forza, ad altri passaggi dove il mondo interiore dei personaggi prende a pugni quel magma schifoso della realtà in cui galleggiano, “Credere tradire combattere” non è il classico romanzo poliziesco, con tanto di morti ammazzati e conseguenti indagini. Perché si rivela quasi subito un viaggio nel tempo capace di mettere in luce le contraddizioni della Storia. Dove la morte della prostituita Jovanka, e poi dell’ambiguo camerata Fede, sospettato dai suoi stessi fiancheggiatori fascisti di avere nascoste pulsioni omosessuali, sono soltanto i riflessi di un gigantesco specchio capace di smascherare le contraddizioni e le illusioni, i tradimenti e le false speranze di un’umanità sull’orlo dell’abisso. Di un tempo che non ha ancora scelto da che parte stare. E gioca pericolosamente con il richiamo perverso di un passato che non smette di seminare sangue e sogni fasulli.
<Alessandro Mezzena Lona