• 05/05/2019

Alberto Garlini, raccontarsi la vita quando muore un amico

Alberto Garlini, raccontarsi la vita quando muore un amico

Alberto Garlini, raccontarsi la vita quando muore un amico 1024 576 alemezlo
Italo Svevo non aveva dubbi. Quando sosteneva che le lacrime versato per la morte di un parente, di un amico, in realtà rivelano la grande pena che proviamo per noi stessi. Perché, nel momento drammatico del lutto, siamo costretti a riesaminare anche la nostra vita. Come se qualcuno ci costringesse ad assistere al film dei nostri errori, delle decisioni discutibili, dei bivi che abbiamo imboccato sbagliando strada. Clamorosamente.

Anche ad Alberto Garlini, le lacrime versate per un amico morto sono servite a fare i conti con il proprio passato. Se è vero che nel terzo capitolo de “Il canto dell’ippopotamo”, pubblicato da Mondadori (pagg. 175, euro 18), ammette: “Quando mi volto e guardo al passato, faccio fatica a riconoscere nel me stesso di allora il me stesso di oggi. Mi sembra di parlare con uno sconosciuto. Avevo nervi diversi, una rabbia diversa, una capacità di sentire il dolore nelle sfumature, nelle pieghe della carne. Ero un ingordo di dolore, un ficcanaso del dolore”.

Ma l’amico morto, non era una presenza evanescente. Non era uno di quelli che, magari, ti ascoltano solo per darti ragione. Ti frequentano soprattutto per riempire la solitudine dei momenti vuoti. No, era una persona speciale come Pierluigi Cappello. Un ragazzo colpito dalla sfortuna di perdere l’uso delle gambe, di rimanere inchiodato per sempre a una carrozzella, prima ancora che la vita lo avesse lasciato correre fino a perdere il fiato. Un uomo che aveva trovato nella poesia, nella precisione delle parole, nell’amore per una lingua che significa soltanto se tu non giochi a imbrogliarla, una nuova, straordinaria forza per aggrapparsi ai suoi giorni così difficili e belli.

Ecco, adesso Alberto Garlini, un anno e mezzo dopo la morte del poeta friulano, può specchiarsi dentro la storia della loro amicizia. Non solo per ritrovare il sussurro della voce del Pierluigi Cappello di “Mandate a dire all’imperatore”, “La misura dell’erba”, “Azzurro elementare”, “Stato di quiete”. E nemmeno per ripercorrere i passaggi di una frequentazione così necessaria, intima, indispensabile, esplosiva e sincera, creativa e profondamente umana. Ma soprattutto per portare a galla, per la prima volta in pubblico , alcuni momenti dei giorni passati e mai dimenticati. Che lo scrittore e direttore di Pordenonelegge aveva trasfigurato, con narrativa abilità e indiscutibile bravura, in alcuni passaggi dei suoi libri precedenti: da “Una timida santità” a “Fútbol bailado”, da “Il mondo ha voglia di ballare” a “Pieni di vita”. Ma che non aveva avuto il coraggio di rivendicare come suoi. Profondamente suoi.

E allora questo “Canto dell’ippopotamo” diventa un ritratto emozionale, intensissimo e bello, di quella vocazione alla letteratura che Alberto Garlini ha messo a fuoco anche grazie a Pierluigi Cappello. Dopo discussioni estenuanti, in parte velleitarie, ma sicuramente indispensabili, sul significato della poesia non come vuoto esercizio di bravura. Non come dimostrazione del proprio saper giocare con la grana delle sillabe, con gli echi delle costruzioni linguistiche. Ma come dialogo sincero e perturbante con l’urto del dolore, la sofferenza cruda e quotidiana. “Quel grumo – scrive l’autore – che tutti i giorni ci costringe a ripensare noi stessi se non vogliamo soccombere”.

E, allora, la storia di quell’amicizia diventa anche epifania del divenire di un percorso letterario, poetico e umano al tempo stesso. Perché sbagliando insieme, sognando insieme, vivendo insieme, anche se procedendo spesso lungo traiettorie che li portavano lontani. Pierluigi Cappello approderà lontano dalle “costruzioni artificiali” che rendevano la sua prima poesia prigioniera di “una bellezza del ritmo o del suono capace di prevaricarne il senso”. Per accorgersi di non poter sfuggire al dolore, usando il linguaggio universale dei versi. Mentre Alberto Garlini capirà che la sua laurea in Giurisprudenza non gli servirà a trovare un posto nel mondo. Che la poesia non soddisferà il suo desiderio di raccontare storie. Di inseguire altri destini, di forgiare persone e personaggi inventati. Eppure, al tempo stesso, così connessi con il proprio vissuto.

Ci sono pagine di una bellezza commovente, in questo “Canto dell’ippopotamo”. Passaggi che portano a capire quanto dev’essere costato, ad Alberto Garlini, scriverli. Come quando concentra, sintetizza, imprigiona nel personaggio di Esther, così folle e imprevedibile, così dirompente eppure fragile, tutti i tipi di donna incontrati nel corso di un percorso di maturazione accidentato e imprescindibile. Oppure quando rivela un’episodio drammatico vissuto insieme a Pierluigi Cappello. Vicino alla casa del poeta, a Chiusaforte, un giorno i due amici si imbatterono in un gruppetto di ragazzi che stavano ammazzando a calci un cagnolino. E la violenza di un pugno non riuscì a rendere meno dolorosa l’agonia di un essere diventato povero trastullo di chi si crede signore dell’universo. Per la propria forza, per l’intelligenza che dovrebbe elevarlo al di sopra degli altri animali.

Ogni gesto, ogni parola, ogni minuto vissuto, formano i gradini di una scala che ci porta a essere quello che siamo. Persone felici “mai completamente”, esposte all’ansia e alla malinconia, pronte a lasciarsi tormentare dai pensieri ossessivi. Dai miraggi di un altrove sempre migliore del qui-e-ora. Eppure, con il tempo, dice Alberto Garlini, “quello che sembrava insormontabile diventa sormontabile, quello che sembrava tremendo diventa solo spiacevole. È come se il dolore sbiadisse, o appassisse, ed è l’unico fiore, il fiore del dolore, che ci fa piacere vedere appassire”.

Rimangono, invece, tutti i momento vissuti. Anche quelli terribili, per cui finiamo per provare quasi una sorta di nostalgia. Una rassegnata ammirazione a distanza, perché hanno fatto parte del percorso di avvicinamento al nostro essere così, oggi. Senza dimenticare che, raccontati sulla carta, impastati in una storia che galleggia tra ricordo e immaginazione, si trasfigurano pur sempre in un magma narrativo che si abbevera alla fonte della memoria, ma anche a quella dell’invenzione.

E ripensando a Pierluigi Cappello, a quell’amicizia vissuta tra furori e delicati momenti di passaggio, Alberto Garlini non può fare a meno di coinvolgere il lettore in un momento di emozionante riflessione. Davanti alla poesia “Parole povere”. Quella che comincia così: “Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo / l’altro mette il portafoglio nero / nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro. / Una sarchia la terra magra di un orto in salita / la vestaglia a fiori tenui / la sottoveste che si vede quando si piega”. E prosegue raccontando un’umanità semplice, dolente, vinta dai rituali della vita. Senza retorica, con attonita e umanissima partecipazione.

Versi che fanno esclamare ad Alberto Garlini, e a chiunque li sappia leggere con occhi limpidi: “Come hai fatto a scriverli, Pierluigi Cappello?”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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