• 18/12/2017

Christian Oster, così si scardina il thriller

Christian Oster, così si scardina il thriller

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Nessuno ha il coraggio di dirlo. Eppure non c’è dubbio che la letteratura poliziesca sia diventata, ormai, schiava del mercato. Perché piace, perché fa vendere, perché si lascia leggere senza chiedere ai lettori uno sforzo eccessivo. Insomma, a dirla tutta, troppi romanzi di genere, troppi thriller sembrano fatti con lo stampino. Al massimo si concedono qualche sprazzo di fantasia in più. Regalando all’investigatore di turno un campionario di stranezze che può renderlo più umano, oppure inquietante, o addirittura ai margini del sistema. Inventando figure di assassini complicatissime, strampalate, a volte perfino buffe. Mai nessuno, però, che si azzardi a spezzare le catene. A scardinare la gabbia. A urlare la propria noia e il desiderio di raccontare qualcosa di un po’ più originale.

A dire il vero, qualcuno che ci prova lo si trova ogni tanto in giro. E non occorre spingersi troppo a ritroso nel passato, andando a pescare quel gioiello di romanzo poliziesco sovvertito che è “Le gomme” del francese Alain Robbe Grillet. Un libro del 1953, riproposto da Nonostante edizioni nella traduzione di Franco Lucentini (pagg. 237, euro 21) in cui tutta l’attenzione se la prende il racconto delle 24 ore che trascorrono dallo sparo di pistola alla morte della vittima. Così, l’investigatore Wallas si trova a indagare su un delitto che non è stato ancora commesso, e che la stessa inchiesta contribuirà a determinare, in un tentativo di dare vita a una “letteratura oggettiva”, come scriveva Roland Barthes nel saggio pubblicato come postfazione. Più di recente, anche scrittori come il praghese Patrick Ourednik, che dal 1984 vive in Francia, ha tentato di rompere gli schemi del thriller con il suo “Caso irrisolto” del 2006 (tradotto da Alessandro Catalano per Keller, pagg. 224, euro 15,50),. Dove il suicidio di un donna e la violenza subita da una giovane studentessa diventano pretesti per mettere in piedi una feroce satira sociale. E una riflessione sui limiti della letteratura, sul ruolo equivoco della comunicazione.

Christian Oster, lo scrittore parigino che è stato sorvegliante in un liceo e poi commesso in una libreria, si spinge un passo più in là. Perché nel suo romanzo “Il cuore del problema”, tradotto  splendidamente da Tommaso Gurrieri per le Edizioni Clichy (pagg. 228, euro 15) diciotto anni dopo “Il mio grande appartamento” (che venne insignito del Prix Médicis 1999), spedisce il “topos” classico del thriller gambe all’aria. Dal momento che Simon, un conferenziere esperto del Medioevo, eredita un cadavere senza nemmeno sapere chi sia e da dove provenga. Rientrando a casa un giorno, lo trova proprio al centro del salotto. E quando prova a interrogare la sua compagna Diane, che se ne sta bella distesa dentro l’acqua calda della vasca, ottiene soltanto risposte evasive, confuse. Fino a capire che lei ha tutte le intenzioni di mollarlo. Di lasciarlo lì a risolvere quel maledetto imbroglio.

Comincia così, per Simon, una specie di itinerario alla “delitto e castigo”, soltanto ribaltato. Perché lui non è il Rashkolnikov di Fedor Dostoevskij. Non ha ammazzato una vecchia prestasoldi, eppure deve in qualche modo occultare il cadavere. Deve cercare la via giusta per non ritrovarsi con un’accusa di omicidio tra capo e collo. Nel frattempo, scopre che, mentre la sua Diane se ne sta tranquilla a Parigi, lontanissima da qualunque problema, la moglie di un medico sta cercando disperatamente suo marito. Scomparso nel nulla all’improvviso. Ed è probabile che l’uomo sia proprio quello che Simon ha trovato stecchito sul pavimento del salotto. E che ha sepolto in fretta sotto le stitiche piantine di pomodoro in giardino.

Non c’è delitto senza castigo. E Simon non può aspettare che qualcuno venga a cercarlo. Così, decide di denunciare alla polizia la scomparsa di Diane. E proprio lì, al commissariato, conosce un gendarme che sta per andarsene in pensione. Henri, così si chiama, diventa in fretta un buon amico del conferenziere. Lo spinge a riprendere a giocare a tennis. Lo porta con sé e sua moglie a trascorrere un piacevole weekend a casa della cognata. E il bello è che questo sbirro non ha niente dello Sherlock Holmes. E nemmeno l’apparente tontaggine, che nasconde un grande fiuto investigativo, del tenente Colombo. Spetta al lettore seguire Christian Oster nella funambolica caccia al non-assassino, fino ad approdare a un finale che, come tutto il romanzo, si rivelerà originale e spiazzante.

La storia conta poco, in questo romanzo di Christian Oster. Tanto che lo scrittore francese la riduce al minimo, la scarnifica, la riduce a una sequenza di gesti banali. Perché “Il cuore del problema” è mettere a fuoco la profonda solitudine di Simon, il suo vivere prigioniero dei propri fantasmi. Di un senso di colpa che lo accompagna come un’ombra. E che solo tra le braccia di un affettuoso, imperturbabile, ma spietato inquisitore troverà, finalmente, il modo per placarsi.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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