• 29/01/2018

Annacarla Valeriano: “Così le donne libere finivano in manicomio”

Annacarla Valeriano: “Così le donne libere finivano in manicomio”

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Alle donne non era consentito pensare e sognare. Perché la società le voleva figlie, mamme, mogli: niente di più. Se si azzardavano ad andare oltre quel confine, se provavano a mettere in discussione le regole basilari del vivere civile, con il loro comportamento provocatorio, libero, pazzo, finivano subito per essere catalogate “come errori della fabbrica umana”. A quel punto, una sola cura poteva riportarle sulla retta via: quella impartita dai manicomi. Segregazione, letti di contenzione, camicie di forza, isolamento, botte, elettroshock, bombe farmaceutiche.

Migliaia di donne hanno consumato la loro vita dentro i manicomi. Finendo per trasformarsi in pallidi ricordi. In lontani, imbarazzanti fantasmi. Ma adesso, le loro storie ritrovano voce grazie alla studiosa Annacarla Valeriano, che si è laureata all’Università di Teramo. E che ha pubblicato un saggio bellissimo, costruito con uno stile narrativo di grande precisione ed effetto. Il suo libro “Malacarne”, pubblicato da Donzelli Editore (pagg. 218, euro 28), racconta infatti “Donne e manicomio nell’Italia fascista”. Riportando alla ribalta non soltanto la medicalizzazione forzata che il regime di Benito Mussolini imponeva a tutte le donne fuori rotta rispetto ai doveri assegnati loro dalla Patria (di cui fece le spese anche la trentina Ida Dalser, la prima a dare un figlio al duce, Benito Albino, morto pure lui in manicomio), ma il concetto stesso di inferiorità intellettiva e fisica elaborato già sul finire dell’800 e all’inizio del ‘900 da studiosi, filosofi e scrittori.

Annacarla Valeriano è stata protagonista dell’incontro “Perché non domani” al Festival Writers#6 – Gli scrittori (si) raccontano nelle sale dei Frigoriferi Milanesi insieme ad Alberta Basaglia, al regista Paolo Boriani e a Marina Mander.

“Che ci fosse un archivio con le cartelle cliniche del Manicomio di Teramo l’ho scoperto quasi per caso – spiega Annacarla Valeriano, che lavora all’Archivio della memoria abruzzese della Fondazione Università di Teramo -. Quando mi sono messa a leggere le carte, ho capito subito che non avrei potuto fare un lavoro di ricerca e basta. Perché lì dentro c’erano storie di vite che aspettavano di essere raccontate. Così, è iniziata la grande passione che mi ha portata poi a scrivere e pubblicare ‘Malacarne’, dopo ‘Ammalò di testa. Storie del Manicomio di Teramo”, uscito nel 2014 sempre per Donzelli”.

Non è stato il fascismo a ingabbiare, per primo, le donne in rotta di collisione con la “normalità”?
“No, è stata una certa cultura ottocentesca ad aprire la strada al controllo totale sulle donne voluto dal regime fascista. Quando ha creato degli stereotipi per delineare il modello della donna ideale. Partendo dall’assunto che la donna sia, comunque, inferiore all’uomo. Perché, sostenevano Cesare Lombroso e Guglielmo Ferrero, il suo cervello pesa meno di quello dell’uomo. I in ogni caso, aggiungevano, il cervello della donna colta si avvicina al massimo, per volume, a quello dell’uomo incolto”.

La struttura fisica stessa, secondo molti studiosi, portava l’essere femminile a un grado di inferiorità?
“Certo, si diceva che la donna ha un cuore più grande perché deve dare tanto amore ai figli, alla famiglia. E che il suo fisico è minato da debolezze organiche che contribuiscono a renderla fragile. Quindi inadatta a compiti sociali e morali più alti. Si puntava il dito sulle mestruazioni, sul periodo difficile che accompagna e segue la gravidanza, sulla menopausa. Tutto questo veniva elaborato da una cultura pre-fascista che ha spianato, poi, la strada all’ideologia del regime mussoliniano”.

Corpi docili per assolvere a doveri nazionali importantissimi: il mettere al mondo i figli, il tenere in ordine la casa, il sostituire in tutto i maschi al fronte…
“Durante il fascismo, la donna poteva essere solo figlia, mamma e moglie. Tutte le altre erano ‘devianti’. Persone inadatte al compito che la Patria assegnava loro. Errori umani che dovevano essere rieducati”.

Gli “errori umani” erano donne che desideravano esplorare la propria sessualità, che sognavano la libertà, che non accettavano regole troppo rigide?
“In pratica, con i manicomi veniva medicalizzato il desiderio. Di essere libere, di poter scegliere. Questa voglia di andare oltre le regole era percepito come un sintomo di malattia, perché la donna non poteva avere desideri non solo sessuali, ma nemmeno di un’autonomia che andasse al di là dei confini domestici. Tutto ciò che tracimava oltre il ruolo assegnato loro dalla società”.

L’emarginazione partiva dalle famiglie stesse?
“Certo, è proprio così. Il manicomio non faceva altro che rispondere a delle istanze di rieducazione, di normalizzazione delle donne, che arrivava dalla società. E, ancor prima, dalle famiglie, dalla cerchia parentale delle devianti, perché non volevano ospitare nella propria casa soggetti ribelli che si mettevano di traverso rispetto alle regole accettate dalla massa”.

Perfino Ida Dalser, la moglie di Benito Mussolini, finì i suoi giorni in manicomio…
“Quello è stato forse il caso più eclatante.ed emblematico dell’uso del manicomio per ridurre al silenzio chi non si allineava all’ideologia  e alle regole fasciste. Io non ho raccontato di nuovo quella storia tristemente famosa perché ho voluto dare una voce e un volto a persone sconosciute. A chi, finora, era stato cancellato dalla memoria. E faceva parte solo, in forma anonima, di una tragedia collettiva”.

Infatti il libro ha uno stile più narrativo che saggistico, pur basandosi su una documentazione notevole. Scelta voluta, ovviamente?

“Ho avuto la fortuna di fare ottime letture. Anche se so che non sarò mai in grado di cimentarmi con i romanzi, o di confrontarmi con gli autori che amo, mi è piaciuto dare a questo libro uno stile più narrativo. Meno formale”.

Vittime ancora più indifese, dentro i manicomi, erano i bambini?
“Quella è una storia nella storia. Gli epilettici, o i cosiddetti frenastenici, venivano internati nei manicomi perché nessuno si prendeva la responsabilità di curarli a casa. Finivano negli ospedali anche quelli che oggi vengono definiti bambini ‘iperattivi’ o con disturbi della condotta. Spesso, da lì non uscivano più. O se facevano ritorno in famiglia, prima o poi ripercorrevano la strada che portava ai manicomi”.

Nel 1978 la legge Basaglia ha cancellato i manicomi in Italia. C’è chi ancora li rimpiange?
“Franco Basaglia ha spiegato bene che il manicomio era un’istituzione incapace di curare le persone. Non sapeva trovare, fornire una cura adeguata per nessuno. E se qualcuno pensa, ancora oggi, che sia possibile ritornare al passato, non ha capito niente. Perché con la legge 180 non si è negata la malattia mentale, ma si è voluto dare alla società il compito di individuare il contesto in cui si sviluppa. E come si può affrontarla, curarla, senza rinchiudere nessuno in una gabbia da cui non uscirà più”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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