• 27/02/2018

“Il filo nascosto”, quanta stoffa ci vuole per amare

“Il filo nascosto”, quanta stoffa ci vuole per amare

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Dicono sia difficile appassionarsi a un film sul mondo della moda. Vecchio adagio che l’attrice Jennifer Lawrence, la diva americana che si è fatta prima amare recitando il ruolo della protagonista Katniss Everdeen nella trilogia di “Hunger games”, per poi conquistare l’Oscar con “Il lato positivo”, non ha di certo sconfessato. Nemmeno davanti a un film come “Il filo nascosto”, ottavo lungometraggio di Paul Thomas Anderson. Un regista che non solo si è fatto apprezzare per “Magnolia”, “Il petroliere”, “The master” e “Vizio di forma” tratto dal romanzo di Thomas Pynchon, ma che ha saputo attirare su di sé l’attenzione di tutti i media, specializzati e non. Annunciando che questa sarebbe stata l’ultima prova d’attore di Daniel Day Lewis.

E lei, la splendida Jennifer, che fa? Riduce in coriandoli un film tra i più attesi di questa stagione cinematografica. Sbuffando, davanti al giornalista che le chiedeva un giudizio sul film, ha tagliato corto: “Ho resistito per tre minuti”. Aggiungendo, subito dopo, un giudizio che vale una stroncatura su Reynolds Woodcock, il personaggio che sullo schermo ha il volto di Daniel Day Lewis: “È il classico sociopatico e narcisista che, nella storia d’amore, fa innamorare di sé ogni ragazza che, alla fine, può solo detestare se stessa. Conosco già delle storie come questa, non ho bisogno di vederne un’altra”. Detta in tempi di #metoo, di crociate femminili hollywoodiane contro i maschi molesti e arroganti, suona davvero come un de profundis.

Normale che uno spettatore si infastidisca per una storia. Ma l’atteggiamento di Jennifer Lawrence appare puerile e sbagliato non tanto per la sua scarsa pazienza nei confronti di un film, come “Il filo nascosto” (Phantom thread), che non sviluppa la sua trama alla velocità di un videogame. E che, quindi, ha bisogno di tempi più dilatati per raccontare bene i personaggi e le dinamiche che si innescano tra loro. Ma, soprattutto, perché chi fa di mestiere l’artista dovrebbe sapere bene che un libro, un film, un concerto, un’opera lirica non vanno mai giudicati se non li si è letti, visti, ascoltati fino all’ultima pagina, fino all’ultima sequenza o nota.

Se Jennifer Lawrence si fosse armata di un pizzico di pazienza in più, avrebbe scoperto un film dalle tante sorprese. Che, per rispetto per chi non ha ancora visto “Il filo nascosto”, non andremo a rivelare. Ma che regalano al personaggio di Reynolds Woodcock, e della sua giovane musa Alma, sfaccettature psicologiche, e umane, davvero sorprendenti.

Nato dall’ammirazione di Paul Thomas Anderson per il grande stilista Cristóbal Balenciaga, nato nel 1895 e morto nel 1972, “Il filo nascosto”f prende forma da una sceneggiatura scritta dallo stesso regista, è ambientato nell’Inghilterra degli anni Cinquanta e racconta la storia di uno stilista, Reynolds Woodcock, per nulla disposto a concedere soltanto un grammo del proprio talento, e un secondo del proprio tempo, ai cambiamenti dettati dalle tendenze del secondo dopoguerra. Gli esperti di moda hanno riconosciuto nel personaggio interpretato da Daniel Day Lewis, con mostruosa professionalità e gelida precisione, il designer di abiti britannico Charles James. Che sembra fosse incontentabile ed esigente quanto il suo alter ego cinematografico.

Abituato a regnare sulla maison come un incontestabile despota, ma in realtà affiancato, supportato e dominato dall’indispensabile sorella Cyril (nel film interpretata dalla bravissima Lesley Manville, che per un periodo è stata l’attrice-feticcio di Mike Leigh), Reynolds non sa vivere da solo. E anche se il mito assoluto, per lui, rimane la madre morta, di tanto in tanto si diverte a uscire dalla propria metronomica gestione delle giornate per agganciare una ragazza. Portarla a casa, trasformarla in modella prediletta-amante-compagna-assistente, per poi stufarsi di lei in gran fretta.

La stessa sorte potrebbe toccare a Alma (Vicky Krieps, l’attrice del Lussemburgo che ha lavorato nel cinema europeo, prima della chiamata di Anderson), una cameriera dolce e ambiziosa, che tutto è capace di fare meno che attenersi alle regole ferree dettate da Reynolds Woodcock a chi gli vive accanto. Lei, infatti, non è affatto disposta a farsi usare, e mettere da parte, come un abito che non resiste allo scorrere del tempo. Così, lentamente, riesce a frenare sempre un po’ di più le bizze del capriccioso stilista, ritagliando per sé un ruolo all’interno della maison frequentata da principesse e donne ricchissime. Fino a quando capisce che il suo tiranno è pronto per disfarsi di lei e decide di entrare in azione.

Secondo film, e probabilmente anche ultimo, che può contare sulla sintonia cinematografica di livello stellare tra Paul Thomas Anderson e Daniel Day Lewis (dopo “Il petroliere”, tratto dal romanzo di Upton Sinclair, accolto con otto nomination e due Oscar vinti), candidato a sei statuette d’oro, “Phantom thread” non è solo un esercizio di stile per amanti del cinema d’autore. Come sempre fa quando crea un’opera nuova, infatti, il regista ha voluto scandagliare  i corridoi segreti del mondo dell’alta moda non accontentandosi di raccontare, ritrarre, spiare, inchiodare alla propria maniacale ricerca della perfezione, un uomo che, a ben guardare, diventa sotto gli occhi dello spettatore un piccolo, dispotico, fragilissimo egoista di genio. Ma ha voluto spingersi più in là. Puntando gli occhi su quel filo segreto che tiene uniti destini all’apparenza diversissimi. Creando sintonie, anche non transitorie, tra due corpi, due modi di pensare, due sguardi sul mondo e sulla vita, dalle differenze abissali.

Così, il filo nascosto che anima questa storia crea un interfaccia tra i messaggi occulti, le scritte cucite nella stoffa, dove lo stilista rivela i suoi arcani pensieri, sicuro che nessuno mai li leggerà, e i silenzi, gli sguardi interrogativi, le parole non dette, i malumori fraintesi e i sorrisi elargiti come elemosina tra Woodcock e Alma. Tra il tiranno e la vittima transitoria, che saprà rovesciare addosso a lui tutta la sua volontà di non piegarsi. Dal momento che le altre, quelle che lo stilista ha messo alla porta, una dopo l’altra, sono state povere marionette nelle mani del manovratore. Figure scialbe, interlocutorie, capaci solo di vivere di luce riflessa. Estatiche ammiratrici, non certo possedute dal demone dell’amore.

Perché il filo nascosto dell’amore, secondo Anderson, va al di là del perbenismo. Scavalca, strapazza, sbaraglia le comode regole del quieto vivere. E dev’essere pronto a giocarsi tutto, come farà Alma.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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