• 01/03/2018

The disaster artist, il cinema è un sogno pazzesco

The disaster artist, il cinema è un sogno pazzesco

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Bastava uno sguardo per dire: ha il carisma, il fisico, la presenza del cattivo. Ma Tommy Wiseau non voleva entrare nella storia del cinema recitando la parte del vilain. Indossando una stupida maschera da Frankenstein, o il trucco pesante da Dracula. Diceva di sapere a memoria William Shakespeare, sognare di scrivere nuovi testi così belli e perturbanti da stare alla pari con quelli di Tennessee Williams. Ma Los Angeles non gli dava credito, sul radar di Hollywood il suo nome non c’era proprio. E allora? Semplice: doveva girare un film da solo. Dimostrare a chi non lo voleva ascoltare, a chi rideva di lui, quanto talento ci fosse in quel corpaccione. In quel tipaccio dai capelli stile Rob Zombie, lo sguardo da matto, la recitazione sopra le righe.

Nessuno ha mai capito da dove arrivasse Tommy Wiseau. Lui diceva di essere americano di New Orleans, il suo accento lo collocava in quella grande area dell’Europa dell’Est che sta tra i Balcani e gli Urali. Qualcuno sussurra sia nato a Poznan, abbia fatto il lavapiatti a Strasburgo, il commesso di drogheria a Chalmette, in Lousiana, l’infermiere e il venditore ambulante di giocattoli a Los Angeles. E ancora oggi il mistero sulle sue origini, sul suo conto bancario illimitato, resta fittissimo. Vero è che la sua vita ha preso una direzione decisamente più artistica tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del terzo millennio quando ha conosciuto l’attore e modello Greg Sestero.

Allora, Tommy Wiseau era molto ammirato dall’insegnante della scuola di recitazione di Stella Adler. Per la sua capacità di calarsi totalmente nella parte, per l’assoluta osmosi tra vita e arte, recitazione e normale gestione della quotidianità. E Greg, carino, faccia pulita, bella presenza, non poteva che ammirarlo, visto che lui faceva sempre molta fatica a esibirsi in pubblico. Dall’amicizia fraterna tra i due, benedetta da un pellegrinaggio notturno sulla U. S. Route 466, a est di Cholame in California, dove il 30 settembre del 1955 perse la vita James Dean a bordo della sua Porsche 550, ha preso forma il sogno di sfondare nel mondo del cinema. E poi una pellicola, “The room”, definito dalla critica il “Quarto potere” dei film più brutti. Ma anche una delle peggiori opere cinematografiche mai girate, che però nel corso degli anni è diventata oggetto di culto per il pubblico americano grazie alle proiezioni fatte in moltissime sale a mezzanotte.

Un personaggio come Wiseau, un film come “The room” non potevano finire nell’angolino delle cose dimenticate. Infatti, quando l’attore, sceneggiatore e regista James Franco ha scoperto il libro di Greg Sestero “The disaster artist: my life inside The room”, si è messo subito a progettare un film che raccontasse quella storia incredibile. Tanto più che proprio lui ricordava perfettamente di avere visto in giro per Hollywood, all’inizio della sua carriera, i poster di “The room”. Con il faccione inquietante di Tommy che campeggiava in primissimo piano.

Adesso, “The disaster artist”, snobbato dalle nomination degli Oscar, sta guadagnando il successo che merita nelle sale. Perché racconta, con grande lucidità e altrettanta divertita ironia, la storia dell’incontro di Tommy Wiseau e Greg Sestero, il sogno di diventare attori e di condividere fino in fondo il successo, la gelida accoglienza che Los Angeles riservò loro. E poi l’idea geniale, da parte di Tommy, di cercare una scorciatoia verso la celebrità scrivendo lui stesso il copione di “The room”, comprando tutta l’attrezzatura cinematografica per girare il film. Tutto grazie a un misterioso conto bancario da cui attingere per pagare gli attori, gli operatori, gli assistenti alla produzione della strampalata pellicola.

James Franco, che dirige il film con mano felice e ferma, regala a Tommy Wiseau (ancor più visionario dell’Ed Wood raccontato da Tim Burton, perché era totalmente a digiuno dei rudimenti professionali di chi fa cinema) un’interpretazione folle e efficacissima. Raccontando la sua fragile sfacciataggine, la plateale arroganza che maschera una terribile insicurezza, la devastante solitudine che lo circonda, fino a traghettare il personaggio dell’estemporaneo regista, che dal 2011 gestisce il canale YouTube TommyExplainsItAll (concionando su tutto, dietro gli immancabili occhiali da sole), verso la trasformazione in un isterico dittatorello da set. Metamorfosi coronata dalla battuta: “Credete che Stanley Kubrick trattasse bene i suoi attori”.

Pensato come un dramma sentimentale stile William Shakespeare, con variazioni più moderne alla Tennessee Williams, al cinema “The room” è stato accolto a suon di risate per quel folle pastiche di soft porno e involontaria, inarrivabile comicità, che in realtà è. James Franco, affiancato dal fratello Dave che veste i panni di Greg Sestero, racconta con grande complicità e rispetto della realtà (si vedano gli spezzoni finali che mettono a confronto la versione originale del film e l’altra) il tipico sogno americano. Realizzato, in questo caso, da uno dei personaggi più incredibili che siano apparsi nel grande luna park del cinema Usa. Un uomo che sembra arrivato da un altro pianeta, che vive i suoi giorni inseguendo  impossibili utopie, che si rifiuta di fare i conti con la realtà quando continua a implorare Greg di non parlare di lui, della sua età, delle origini e dei soldi che spende senza porsi problemi.

James Franco è stato bravissimo a tenere la barra dritta del film, evitando che scivolasse nella farsa. Tra i suoi modelli, riconosciuti, ci sono, senza dubbio, “Boogie nights – L’altra Hollywood” e “The master” di Paul Thomas Anderson. Ad aiutarlo in quest’impresa, tutt’altro che facile vista l’assoluta, lunare eccentricità di Tommy Wiseau (che, tra l’altro, avrebbe preferito vedersi interpretato in “The disaster artist” nientemeno che da Johnny Depp), sono arrivate star del calibro di Sharon Stone (la talent agent di Sestero), Melanie Griffith (una direttrice di casting), Mischa Burton (nel ruolo di Elizabeth, fan di Wiseau) e molti altri.

Da segnalare, infine, lo strepitoso doppiaggio che Gabriele Sabatini regala a Tommy Wiseau. Impossibile uscire dal cinema e non continuare a parlare come lui, con quell’accento da Europa dell’Est, per almeno mezz’ora.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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