• 25/03/2018

Frank Westerman: “Contro il terrorismo, soldati di parole”

Frank Westerman: “Contro il terrorismo, soldati di parole”

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Non c’è un arma capace di fermare il terrorismo. Non c’è un reparto speciale matematicamente certo che, dopo aver sgominato, reso innocuo un commando di assassini, non se ne ritroverà davanti altri. E poi altri ancora. Animati dalle stesse granitiche, indiscutibili, spesso deliranti convinzioni. E allora? Negli anni ’70, alcuni psichiatri olandesi, in accordo con le forze dell’ordine, dedicarono tutta la loro intelligenza e fantasia per mettere a punto un metodo di trattativa definito, in seguito, Dutch Approach. Cioè, un approccio parlato, dialogato, ragionato, per provare a disinnescare quelle bombe umane pronte a esplodere.

Il Dutch Approach non era perfetto. E spesso ha ottenuto risultato deludenti, costringendo dopo ore di estenuanti trattative le forze speciali a entrare in azione con la forza. Ma se i terrorismi degli anni ’70, piano piano, si sono dissolti, forse la via della parola, del dialogo, del ragionamento finalizzato a smontare gli slogan, a ridimensionare le deliranti rivendicazioni, ha seminato qualcosa. Seguendo questi ragionamenti, ha preso forma uno dei libri più belli e intelligenti di Frank Westerman: “I soldati delle parole”, tradotto da Franco Paris per la casa editrice Iperborea (pagg. 330, euro 18,50). Per parlare di questo straordinario reportage ad alto valore letterario, coistruito in prerda diretta e non a tavolino, il giornalista olandese di Emmen (già conosciuto dai lettori italiani per “El Negro e io”, “Ararat”, “Pura razza bianca”, “L’enigma del lago rosso”) è stato invitato a Book Pride, la Fiera dell’editoria indipendente arrivata alla quarta edizione e organizzata negli splendidi spazi del Base a Milano.

Nel viaggio oscuro che Wersterman compie a ritroso nella storia di fine secolo scorso, molte sono le vicende raccontate, ricostruite con implacabile precisione, che ci portano a riconsiderare il presente. Perché se gli anni ’70 furono insanguinati prima dai sequestri dei terroristi molucchesi in Olanda, poi da quelli della Raf in Germania e delle Brigate Rosse in Italia, in seguito l’Europa ha assistito terrorizzata allo scontro tra ceceni e russi, all’infinita contrapposizione tra palestinesi e israeliani. Fino ad arrivare all’incubo Isis. All’ascesa vertiginosa del fondamentalismo islamico, che ha avuto in Al Qaida e nell’attentato alle Torri Gemelle il suo battesimo del fuoco.

Ma allora, visto il sostanziale fallimento del Dutch Approach di quegli anni non poi così lontani, qual è la via da seguire?
Quella degli uomini armati fino ai denti? O quella di chi crede nelle parole, nel ragionamento, nella forza della conoscenza, che spesso riesce a disarmare anche il fanatico più irriducibile?

“Ho quasi finito un nuovo libro, il decimo se non ricordo male – spiega Frank Westerman, convinto che Milano e la presenza della sua editrice italiana, Emilia Lodigiani, lo faccia lavorare ancor meglio -. Si intitola ‘Noi ominidi’. Non posso dire niente sul contenuto ancora. Lo annunceremo penso tra poco, ad aprile o maggio, poi dovrebbe uscire in ottobre. E molto bello poter contare su editori che credono nel mio lavoro. Perché io non scrivo romanzi, ma reportage che vogliono ragionare ad alta voce sui fatti. Mi piacerebbe che i lettori, mentre scorrono le pagine, riuscissero a fare lo stesso viaggio che compio io ogni volta che scrivo”.

I reportage letterari, un tempo, hanno trovato grandi scrittori tra i suoi estimatori in Italia…

“Non mi stanco di leggere Curzio Malaparte. Uno scrittore che riusciva a creare, con un linguaggio e uno stile fantastico, immagini che è difficile dimenticare. Lì siamo al di là del reportage. Siamo nella grande letteratura.. Devo dire, però, che quand’ero un giovane lettore ho apprezzato molto le interviste di Oriana Fallaci. Ricordo ancora il suo libro ‘Intervista con la Storia’, credo che mi abbia insegnato parecchio”.

Com’è nato “I soldati delle parole”?

“Ho iniziato a scrivere questo libro nel 2006, poi mi sono fermato. Dovevo riflettere, pensare bene come strutturarlo. A un certo punto credo di aver trovato la strada giusta. Anche grazie a un disegno che mia figlia Vera, allora tredicenne, ha realizzato tre anni fa a scuola, dopo l’attacco dei terroristi dell’Isis alla sede della rivista satirica francese Charlie Hebdo. Una sorta di piccolo cartoon. C’era uno dei disegnatori con la matita in mano, non ancora colpito dai proiettili degli assassini, che prima di morire mostrava un foglio e un amatiuta dicendo: ‘Aspetta un momento, devo finire il mio disegno’. E il ragazzo con il kalashnikov rispondeva: ‘Per favore muoviti, la polizia sta per arrivare’. Ecco, quello era un punto di partenza giusto”.

Il punto di partenza giusto per cosa?

“Per chiedersi, come faccio nei ‘Soldati di parole’, se sia ancora possibile parlare, negoziare, provare a usare la logica e la dialettica per disinnescare i terroristi. O se sia soltanto la via della forza, della violenza, dell’intervento dei reparti speciali, la soluzione da adottare. Come dobbiamo reagire? Dobbiamo chiedere: aspetta un minuto, ragioniamo, come avviene nel disegno di una bambina?”.

Lei i terroristi li ha visti da vicino…

“Quarant’anni fa mia madre mi venne a prendere s scuola in anticipo. Era il 14 marzo del 1978. Il giorno prima un piccolo commando di molucchesi aveva fatto irruzione nel Palazzo della Provincia di Assen, nei Paesi Bassi. Il diciannovenne Dicky Helasa, insieme a due compagni, era riuscito a prendere in ostaggio 75 persone. Si erano giurati che sarebbe stata un’azione dura. E infatti, dopo poche ore, l’urbanista Ko de Groot venne scelto come vittima sacrificale. Lo costrinsero a salire in piedi sul davanzale di una finestra aperta e fecero fuoco su di lui. Sparando una dozzina di colpi alla schiena lo fecero precipitare di sotto, morto”.

Sembrava quello uno dei momenti peggiori nella storia del terrorismo?

“Anche perché, subito dopo, arrivarono le azioni della Raf, o banda Baader-Meinhoff come la chiamavano in Germania, e delle Brigate Rosse in Italia, che hanno seminato sangue e morte. E oggi siamo qui a chiederci se le azioni spettacolari e terribili dell’Isis abbiano raggiunto il loro culmine, se il terrorismo islamico si stia piano piano allontanando. O se dobbiamo aspettarci qualcosa di ancora peggio”.

I molucchesi frequentavano una scuola cristiana, leggevano la Bibbia. L’Isis si appella al Corano. Dove sta il problema?

“Ci sono molte somiglianze. I molucchesi, in Olanda, vivevano ad Assen in dei veri e proprio ghetti. Quartieri di nuova costruzione chiamati con i numeri 1, 2 e 3. Non volevano diventare olandesi, erano orgogliosi delle loro origini. Si rifiutavano di tradire il movimento di liberazione del loro popolo. Una storia quasi simile la possiamo raccontare per i ragazzi che si radicalizzano nei quartieri dormitorio della Francia, del Belgio. Ma l’aspetto più strano è che i terroristi molucchesi leggevano la Bibbia anche prima di ripudiare la violenza. Molto prima di pentirsi e mettersi a scrivere libri di poesie. Come è accaduto anche ad alcuni brigatisti del commando che ha rapito e poi ammazzato Aldo Moro in via Fani. Alla fine, quando sono costretti a ragionare e non si annullano più nel gruppo, sono destinati a vivere la loro personale Waterloo”.

Dopo il terrore scrivono poesie, ma prima non sono sicuramente disposti al dialogo?

“Il problema è che i terroristi, di ieri e di oggi, non hanno mai dubbi. E mancano completamente del pur minimo sense of humour. Non sono capaci di uscire dalla loro ossessione. Se leggiamo oggi i testi che scrivevano quelli della Rote Armee Fraktion ci rendiamo conto che erano stupefacenti nella loro geometrica coerenza. Ma del tutto lontani da una pur vaga tentazione di lasciarsi andare all’ironia”.

C’è una soluzione al terrorismo di ieri e di oggi?

“Non sono un pacifista. Uno di quelli che si lavano le mani dichiarandosi non violenti. Ma sono cresciuto con l’idea che progresso significa risolvere i conflitti con le parole. Anche se qualcuno sostiene che siamo diventati impotenti contro chi semina odio, distruzione e morte, io ho voluto ritornare alle parole. Sono andato a cercare i protagonisti di certi attentati terroristici. Ho provato a capire il loro punto di vista. I perché. Credo che questa sia l’unica via: capire. Ragionare, discutere sulla situazione. Non chiudere le scuole dopo un attentato”.

Perché?

“Abbiamo bisogno di ragionare, non di arrenderci alla paura. A Bruxelles, l’anno scorso, ho conosciuto un’insegnante di Educazione civica che vive e lavora nel quartiere di Molenbeek. Nel novembre del 2015 è rimasta chiusa insieme ai suoi studenti nell’edificio barricato. A discutere, ad ascoltare i temi che i ragazzi proponevano per farsi un’idea più chiara. Ecco, questo è il frutto seminato dal Dutch Approach, che ha fallito davanti alla violenza. Ma che ha insegnato come la retorica dello scontro provoca soltanto altre frustrazioni. E sortisce l’effetto contrario. In fondo, i terrorismi si sono dissolti. A ondate. Mentre le nostre democrazie sono ancora qui”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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