• 04/04/2018

Dag Solstad, la forza tranquilla di dire “no”

Dag Solstad, la forza tranquilla di dire “no”

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Potrebbe funzionare come con certe bellissime stelle. Brillano, splendono, illuminano il buio della notte. Si fanno ammirare fino a quando la voce dello scienziato di turno non viene a sussurrare che quella che stiamo guardando, in realtà, è solo l’ultimo bagliore di un oggetto morto. Il richiamo terminale di un astro che si è spento molto tempo fa. E invece no, non va così, almeno quando parliamo dio letteratura. Perché è vero che i romanzi di Dag Solstad arrivano in Italia vent’anni dopo la prima pubblicazione in Norvegia. Ma è altrettanto vero che, letti oggi, non perdono assolutamente il loro fascino provocatorio, destabilizzante. Quella voglia infinita di esplorare i lati nascosti della vita quotidiana senza rinunciare mai alla propria libertà.

Norvegese di Sandefjord, unico scrittore ad aver ricevuto per tre volte il Premio della Critica, oltre al prestigioso Premio Nordico, autore di romanzi, racconti e opere teatrali, Dag Solstad potrebbe vincere il Nobel per la letteratura molto presto. Anche grazie al fatto che il suo nome non è ogni anno in cima alla lista dei favoriti. E poi, chi ha letto i suoi libri sa quanto bravo è a costruire efficaci trappole narrative da cui è difficile liberarsi. Venerdì 6 aprile lo scrittore settantasettenne sarà ospite a Venezia di Incroci di Civiltà, il Festival organizzato dall’Università Ca’ Foscari. All’Auditorium Santa Margherita, alle 18, dialogherà con Massimo Ciaravolo.

E proprio Ciaravolo firma una bella postfazione a “Romanzo 11, libro 18” che Maria Valeria D’Avino ha tradotto per la casa editrice Iperborea (pagg. 189, euro 16,50). Un’opera che il docente e saggista definisce con quattro parole apparentemente in antitesi: amara, cupa, grottesca, ricca di suspense. Riassumendo, proprio in quell’apparente contraddizione tra l’aspetto serio, pensoso, e quello più dirompente, sorprendente, lo stile letterario di Solstad.

Bjørn Hansen, il protagonista del libro, è il classico figlio della Norvegia socialdemocratica. Figlio di una famiglia povera, ha potuto studiare, diventare funzionario dello Stato, raggiungere un livello economico soddisfacente che gli permette di coltivare la sua grande passione per la lettura. Ma quella vita apparentemente così equilibrata entra in crisi una prima volta quando decide di abbandonare moglie e figlio per seguire la sua amante Turid Lammers a Kongsberg, una cittadina al centro del Paese costruita sulle rive del fiume Lågen. Lì non solo cambia lavoro, facendosi convincere dalla giovane compagna a diventare l’esattore comunale delle tasse, ma si fa trascinare anche in un progetto di teatro amatoriale. Fino a quando si sente pronto per osare quello che non avrebbe mai immaginato: proporre una versione tutta sua de “L’anitra selvatica” di Henrik Ibsen, autore prediletto. Un testo difficile, complicato, che lui ama molto. E per il quale si sente pronto a rischiare anche un clamoroso insuccesso.

Ma proprio il progetto Ibsen finisce per segnare un solco nella sua vita. Dal momento che il rapporto con Turid Lammers, messo sempre più in crisi, dopo sette anni di convivenza, dall’abitudine della donna di civettare con tutti gli uomini che le capitano a tiro, si interrompe senza grandi tragedie. E che Bjørn Hansen si ritrova a convivere con il figlio Peter, perso di vista molti anni prima, quando lui si iscrive all’Università di Kongsberg e chiede ospitalità al padre, almeno per un periodo.

Considerato una colonna portante della società, dal momento che è lui che controlla il regolare pagamento delle tasse nel comune, inchiodato a un ruolo di padre che non riesce a recitare nemmeno discretamente, incapace di trovare un motivo per aggrapparsi alla vita in una società come quella norvegese fondata sul benessere e il buon funzionamento dell’intero apparato pubblico, Bjørn Hansen individua nel dottor Schiøtz, perso nei suoi paradisi artificiali, il complice ideale per aiutarlo a mettere in scena la sua rivolta contro un mondo che si vuole far credere perfetto. E il “grande No”, molto più estremo del famoso “avrei preferenza di no” dello scrivano Bartleby di Herman Melville, lo porterà a dover ripensare la propria vita in perfetta solitudine. Dal momento che non potrà condividere con gli altri il terribile segreto che lo inchioderà a una sedia a rotelle.

Pubblicato in Norvegia nel 1993, “Romanzo 11, libro 18” contiene in sé tutto il fascino perturbante dello sguardo implacabile sulla realtà che va seminando nei suoi lavori. E se in “Tentativo di descrivere l’impenetrabile” e “La notte del professor Andersen”, il malessere dei protagonisti all’interno dell’asfittica routine borghese si calava in atmosfere quasi thriller, questa volta lo scrittore ripropone un po’ la stessa inquietante domanda che già correva sotterranea in tutta la trama di “Timidezza e dignità”. Ovvero: quanto rischia una società che si illude di avere creato un modello di convivenza quasi perfetto a cullare dentro di sé un vuoto infinito? Un’assenza di significato? Quel nulla pieno di sorrisi che può spingere chiunque decida di ragionare a modo suo verso un gesto imprevedibile. Verso  una deflagrazione silenziosa che potrebbe far crollare certi schemi consolidati.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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