• 02/06/2018

J.M.G. Le Clézio, la vita è un racconto oscuro

J.M.G. Le Clézio, la vita è un racconto oscuro

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Dieci anni non sono bastati a far impallidire l’invidia. E sì, perché esattamente nel 2008 l’Accademia di Svezia ha deciso di conferire il Premio Nobel per la letteratura a Jean Marie Gustave Le Clézio, uno scrittore ammirato da tutto sommato pochi, fedelissimi lettori e ignorato dal grande pubblico. Da allora, sull’autore nato a Nizza, che si considera un po’ cittadino del mondo e un po’ francese delle Isole Mauritius, si sono riversate tonnellate di cattiverie, maldicenze, tentativi anche pesanti di minimizzare il suo talento letterario. Fino a ipotizzare che un losco figuro, finito recentemente sotto inchiesta con l’accusa di aver molestato e violentato diverse donne, gli avesse tirato la volata per fare in modo che vincesse quel prestigioso riconoscimento negato a Jorge Luis Borges e Philip Roth.

Il problema di tanti è che parlano senza leggere. Perché se avessero l’umiltà di aprire un libro, uno solo, di J.M.G. Le Clézio capirebbero di quanta qualità letteraria sono fatti gli scritti dell’autore di “Deserto”, “Stella errante”, “Le due vite di Laila”, “Il ritornello della fame”. Opere, come ha detto bene l’Accademia di Svezia, capaci di esplorare “un’umanità al di là e al di sotto della civilizzazione regnante”.

Di puro talento letterario è fatto, ad esempio, il libro più recente di Le Clézio tradotto in italiano da Maurizia Balmelli per Rizzoli (pagg. 190, euro 19): “Tempesta”. Un romanzo circolare fatto da due storie apparentemente slegate tra loro, Due racconti, “Tempesta” e “Una donna senza identità”, dove l’oscuro fascino della vita costringe l’autore a scegliere uno stile scarno, tagliente, per niente disposto a lasciarsi andare alla descrizione estatica di paesaggi emozionanti. E lo porta a guardare negli occhi la violenza brutale, l’incapacità di ribellarsi a un mondo che non riesce più a comunicare, la crudeltà che non risparmia nemmeno i bambini.

Eppure, anche da questo magma putrido dove i sentimenti non superano mai la barriera del non detto, dove perfino la Natura non si affanna a nascondere i suoi aspetti più sconcertanti e crudeli, Le Clézio riesce a estrarre un tessuto narrativo che cattura e incanta, pagina dopo pagina. Per la sua forza dolente, per quel saper guardare dentro la notte dei sentimenti dove, a cercarla attentamente, risplende sempre una luce fioca, una speranza di riscatto. Come in “Tempesta”, la prima delle due storie, che proietta sul fondale claustrofobico dell’isola giapponese di Udo, un mondo in attesa di qualcosa che non arriva mai, i destini incrociati del misterioso Philip Kyo, scrittore in fuga dal proprio passato, da una condanna che si è meritato per l’infame ignavia dimostrata nell’assistere a uno stupro di gruppo senza ribellarsi, e della tredicenne June, che non ha mai conosciuto suo padre. E che si illude di trovare in quell’uomo solitario e enigmatico tutto l’amore che lui non sarà mai in grado di darle.

Amore che Rachel, la protagonista di “Una donna senza identità”, non si illude assolutamente di meritare. Fin dal momento in cui scopre che i suoi genitori, in realtà, l’hanno soltanto accolta in casa quando è arrivata a Parigi dal Ghana. Figlia di uno stupro, abbandonata da una madre che a sua volta era stata scaricata dall’uomo che l’ha messa incinta, non può fare a meno di andare alla ricerca delle proprie origini. Di chi ha creato dentro di lei, e attorno a lei, tanta solitudine. Quasi una condanna a restare sempre ai margini della vita degli altri. Anche della sorella Bibi, che poi sua vera sorella non è, che capirà quanto le vuole bene quando il tempo per dirlo e dimostrarlo è ormai praticamente scaduto.

In fondo, Rachel e June sono figlie dello stesso disagio, della medesima solitudine. Di un mondo tiranneggiato dai maschi, che pensano solo a soddisfare i propri desideri, senza curarsi delle voragini di dolore che spalancano attorno a loro. Sono pianeti fragili dispersi nell’universo accidentato della vita, che cercano disperatamente un’orbita stabile dentro la quale gravitare. Per trovare un senso ai propri giorni. Per non restare inchiodate alle colpe degli altri. E per raccontare storie così dure e strazianti, ma al tempo stesso coraggiose e intrise di dolente umanità, J.M.G. Le Clézio riduce al minimo gli aggettivi, scarnifica i dialoghi, scruta la sintonia arcana che si va consolidando tra i sentimenti dei personaggi e quegli squarci di paesaggio, quell’oscura luminosità di una notte di tempesta, quell’ancestrale richiamo che hanno le profondità marine. Quasi fosse un gigantesco grembo primigenio pronto a lenire ogni dolore.

Seguendo un ritmo lento, che accelera all’improvviso quando la storia deve affrontare le sue ombre più buie, Le Clézio riesce a fare di questo libro un piccolo manuale di tecnica narrativa. E, al tempo stesso, un rigoroso, apparentemente algido, ma in realtà fiammeggiante di passioni, identikit dell’animo umano.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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