• 29/05/2018

Amitav Ghosh: “La Terra muore, ma noi stiamo zitti”

Amitav Ghosh: “La Terra muore, ma noi stiamo zitti”

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C’è una bugia grande come un macigno che pesa sul cuore del mondo. È quella che impedisce ai potenti, ai rappresentanti politici di raggruppamenti ideologici diversissimi, ma anche agli scrittori, agli artisti, di ammettere senza giri di parole che la Terra sta correndo incontro alla catastrofe. E che molte città, molte regioni del pianeta finiranno sott’acqua, travolte da onde gigantesche, spazzate via dall’innalzarsi del livello dei mari, degli oceani. Per colpa del riscaldamento globale, che sta accelerando sempre più e che si manifesta già con fenomeni atmosferici capaci di portare morte e distruzione. Ma non ancora così violenti da convincere la nostra società a prendere urgenti provvedimenti. Così nessuno si assume la responsabilità di frenare gli effetti devastanti di uno sfruttamento incosciente delle risorse naturali perché questo significherebbe fermare la crescita economica del modello capitalista, consumista. Un sistema di sviluppo sfrenato che qualcuno si ostina ancora a chiamare progresso.

Forse è già tardi per tornare indietro. Visto l’atteggiamento del presidente americano Donald Trump, che non ha esitato a sottrarre gli Stati Uniti dagli impegni, peraltro modesti e non certo risolutori, presi nel dicembre del 2015 a Parigi alla conferenza mondiale sul clima, e di altre potenze come la Cina. Ma come si è arrivati a nascondere una minaccia così grave, a pagare campagne di disinformazione per minimizzare, zittire gli allarmi che autorevoli scienziati vanno lanciando da tempo? Se lo è chiesto anche un grande scrittore come Amitav Ghosh. Tanto da decidersi di fermare temporaneamente la sua attività di romanziere (che lo ha portato a scrivere libri bellissimi come “Lo schiavo del manoscritto”, “Il cromosoma Calcutta”, “Il palazzo degli specchi”, “Il paese delle maree”, oltre alla Trilogia della Ibis) per dedicarsi a un libro forte, coraggioso, decisamente controcorrente, come “La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile”, tradotto da Anna Nadotti e Norman Gobetti e pubblicato l’anno scorso dalla casa editrice Neri Pozza (pagg.204, euro 16,50).

Il problema è, dice Ghosh, che i primi ad aver scelto la strada del silenzio sul cambiamento climatico sono stati gli scrittori, gli artisti. Incapaci di raccontare la catastrofe prossima ventura perché l’immaginario culturale è legato a filo doppio con il mondo della produzione di merci. Con la grande macchina del consumo. Un paesaggio naturale incontaminato non avrà mai il fascino di una veloce decappottabile lanciata verso la libertà, con il sole che illumina il volto di un James Den, o delle ribelli Thelma e Louise, mentre il vento fa volare i loro capelli.

Ed è proprio da lì, dal mutismo, dall’apparente indifferenza degli intellettuali, che prende forma un ragionamento sul destino dell’umanità ,come quello contenuto ne “La grande cecità”, che è intelligentemente ereticoi, non fa sconti e non regala illusioni, è scritto con la leggerezza e l’urgenza donate dal di della letteratura soltanto ai migliori narratori.

Per parlare del suoi libro, e di tante altre cose, Amitav Ghosh è tornato in Italia invitato da Francesco Chiamulera, ideatore e anima della rassegna Una Montagna di Libri di Cortina d’Ampezzo, per un’anteprima dell’edizione estiva che si è tenuta nello splendido giardino di Cristiano Seganfreddo a Milano.

Ad accompagnare il libro è un’immagine di copertina che più eloquente non si può, con una statua di Shiva portata via dalle acque di un fiume in piena, “La grande cecità” nasce da un ciclo di quattro conferenze tenute da Amitav Ghosh all’University of Chicago nel 2015 ed è diviso in tre parti. Comincia dalle “Storie”, come quella che lo scrittore ha vissuto in prima persona mentre lavorava al “Paese delle maree” all’inizio del terzo millennio. Quando ha potuto vedere da vicino i mutamenti geologici che stanno cambiando volto al Sundarban, l’immenso arcipelago di isole che si stende tra il mare e le pianure del Bengala arcipelago. Per proseguire, poi, con la “Storia” che spiega come e perché il mondo si è convinto a occultare la grande bugia del cambiamento climatico. E concludersi con la “Politica”, dove si capisce chiaramente che l’intero squilibrio che sta vivendo il nostro pianeta è dettato dalla chiara volontà di rimuovere il problema del riscaldamento globale del pianeta dal nostro orizzonte.

“Non volevo scrivere un grande atto d’accusa, mi interessava piuttosto puntare sull’introspezione – spiega Amitav Ghosh, nato a Calcutta, figlio di un diplomatico, cresciuto tra Bangladesh, Sri Lanka, Iran e India -. Per capire, prima di tutto all’interno dei miei libri, del mio modo di scrivere, e poi più in generale nella letteratura moderna e contemporanea, perché ci sia stata e ci sia tuttora questa resistenza a parlare del cambiamento climatico. A costruire delle storie che portino il lettore a riflettere sul grande disastro che cambierà volto alla Terra. Anche se devo ricordare che alcuni scrittori hanno affrontato tematiche di questo tipo, nel passato: sto pensando a John Steinbeck, a Herman Melville”.

Soltanto la fantascienza ha guardato con occhi limpidi la catastrofe che verrà. Come mai?

“Il problema non sta tanto nel romanzo, ma in tutto quello che potrei definire l’ecosistema che gli sta attorno. Perché la fantascienza viene considerata qualcosa di facile, popolare, leggero. Ma il problema del cambiamento climatico è tutt’altro che ‘light’. Anzi, mi sembra un tema serissimo. Perché altrimenti, mi chiedo, se questi sono gli argomenti leggeri, allora quali sono quelli seri? Quindi, è giusto considerare la fantascienza ancora una narrativa di genere, d’evasione?”.

Eppure lei chiude “La grande cecità” con un messaggio di speranza. Ma è davvero così ottimista?

“Mi rendo conto che non è facile essere ottimisti se ci guardiamo attorno. Però, quando penso all’enciclica di Papa Francesco Laudato si’, allora mi dico che forse è giusto continuare a guardare le cose in positivo. Perché lui ha saputo affrontare l’argomento con un coraggio e una lucidità che non si trovano, per esempio, nell’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico. Però, al tempo stesso, non mi nascondo che in questi pochi anni le condizioni del nostro pianeta sono peggiorare ancora”.

In che senso?

“Per esempio, le emissioni di anidride carbonica sono aumentate ulteriormente. E con un ritmo ancora più rapido rispetto al passato. E non abbiamo nessun potere di controllo sullo scioglimento dei ghiacci, sul fatto che ormai la Terra, invece di assorbire la massa di anidride carbonica prodotta da noi, adesso ne rilascia lei stessa. Per questo dico: dobbiamo sforzarci di essere ottimisti, ma smettendola di chiudere gli occhi davanti alla realtà”.

Papa Francesco è una voce isolata?

“Rappresenta un’eccezione. Non solo per quanto riguarda il mondo in generale. ma anche all’interno della stessa Chiesa cattolica. Dagli Stati Uniti all’Europa, non sono poche le voci che si alzano contro di lui, contro quello che dice. Certo, anche nel mondo buddista, induista, islamico, ci sono persone coraggiose che fanno sentire la propria opinione. Però, a volte, sembrano messaggi flebili rispetto alla forza dirompente che ha la religione del consumo, del capitale. Io credo che molto potranno fare piccoli gruppi di resistenza, di informazione. Persone capaci di guardare la realtà con coraggio e poi di raccontarla agli altri. Per spezzare la congiura del silenzio che ci circonda”.

Gandhi aveva visto lontano quando invitava l’India a non seguire il modello occidentale?

“Nel mio libro dico anche se tutta l’Asia aveva seguito la via occidentale al capitalismo già nel secolo scorso, le condizioni della Terra adesso sarebbero ben più drammatiche. Però mi rendo conto, al tempo stesso, che il messaggio di Gandhi era destinato a essere accantonato. Come in realtà è poi successo. Difficile resistere alle sirene del consumismo”.

Riuscirà a ritornare al romanzo dopo un libro così forte, diverso come “La grande cecità”.

“Me lo sono chiesto io stesso più volte. Del resto, non potevo continuare a evitare il confronto con il tema del cambiamento climatico. Perché mi seguiva da un po’ di tempo, si era impossessato dei miei pensieri. Del mio modo di guardare il mondo, la realtà. Adesso ho cominciato a scrivere un nuovo romanzo. Ci sto lavorando, vediamo come viene”.

Del resto, lei ha sempre amato battere strade letterarie apparentemente lontane tra loro. Pensi al “Cromosoma Calcutta”…

“In effetti, quel romanzo è considerato quasi un libro a parte. Qualcuno ha tirato in ballo la parola fantascienza. Il fatto è che, quando scrivo, mi piace raccontare una storia. E non importa a che genere letterario appartiene”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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